mercoledì, 18 Settembre, 2019

Per un altro 25 aprile

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Matteo Salvini sarà in Sicilia il 25 aprile. Perché, sostiene, non ha tempo da perdere nella inutile discussione fascisti contro comunisti. Sono molti gli esempi che si potrebbero apportare per dimostrare come questa affermazione sia non solo astorica, ma anche offensiva verso coloro che lottarono e diedero la propria vita affinché un ministro della Repubblica possa affermare simili sciocchezze.

Il 25 aprile è anche la festa di chi si oppose con la propria carne ripetendo all’infinito una semplice parole di due lettere: NO! Si tratta della storia degli IMI, gli internati militari italiani. Tutto ebbe inizio alle 18.30 dell’8 settembre 1943 quando il generale Eisenhower ordinò a Radio Algeri di trasmettere il comunicato secondo il quale il Governo Italiano richiedeva la resa incondizionata delle sue forze armate. Alle 19.45 Badoglio, in una comunicazione radio, si rivolgeva ai concittadini in Italia e all’Estero.

Il dado era tratto. La rottura dell’alleanza con la Germania di Hitler, che aveva condotto l’Italia nel tunnel di una guerra alla quale non era preparata, che l’aveva spinta nell’ignominia delle infauste leggi razziali, causò il dissolvimento come neve al sole della Nazione. E mentre il Re scappava verso Pescara, dando il colpo di grazia a una già compromessa monarchia, la nazione venne divisa in due diverse occupazioni: quella anglo-americana nel Sud e quella Nazista al Nord. Come effetto di tale dissoluzione l’esercito venne abbandonato all’anarchia: fu questo l’inizio del dramma che, per centinaia di migliaia di militari, significò la deportazione e l’internamento.
L’uscita dalla guerra, seppur necessaria tanto dal punto di vista tecnico quanto morale, non poté essere condotta in modo peggiore. L’ambiguità con cui il Re e Badoglio gestirono l’armistizio, sapientemente ricostruito dallo storico Marco Patricelli nel saggio precedente, causò un totale smarrimento dei generali e dei soldati, tanto di quelli che si trovavano sul territorio italiano quanto di quelli all’estero.

La gran parte dei soldati accolse la notizia dell’armistizio con gioia, considerandolo l’atto finale di una guerra che nessuno aveva voluto.
Gualtiero Marello, tenente medico in Grecia di quel giorno ricorda: “Radunati a mensa stiamo discutendo del più e del meno [quando]giunge trafelato un soldato dall’ospedale con la notizia […] dell’avvenuta fine della guerra. Il soldato è in un orgasmo indicibile”.1
Nel contempo Gino Andolfo, che perse la vita in internamento, scriveva alla madre: “Non mi pare ancora vera la notizia di ieri sera dell’armistizio e non potete immaginare il sollievo che ha portato qui in caserma”.
Eppure sin da subito si comprese come la situazione fosse in realtà assai più complessa di quanto l’euforia della prima ora prevedesse. Cosa avrebbero fatto i tedeschi? Come si sarebbero comportati i soldati? Qual era il significato di quella ultima frase di Badoglio?

“Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”

Reagiranno? Come? Sulla base di che ordini? Con quali armi? Da qualsiasi altra provenienza?

L’ironia di Giovannino Guareschi nasconde la drammaticità di quelle ore. “Era dunque la sera dell’8 settembre del 1943, quando improvvisamente la radio comunicò che tuto era finito. Tanto è vero che la mattina seguente, io mi ritrovai regolarmente in caserma, ma tutelato da un corpo di guardia affatto diverso da quello solito, sia come divisa, sia come armamento e sia – disgraziatamente – come nazionalità. […] In poche parole: i tedeschi ci avevano catturato. […] Eravamo assediati ormai, e si attendeva da un istante all’altro l’inizio dell’attacco. Io comandavo venticinque uomini a difesa della porta carraia.
Ritornò il caporale che avevo mandato al magazzino materiali.
“Quante bombe a mano hai avuto?” domandai.
“Niente” rispose. “Dice il signor maggiore che, se non c’è un buono regolare, lui non dà neanche uno spillo. Non vuole grane”. “Bene” dissi. “Quante munizioni per moschetto abbiamo?” “Soltanto un caricatore a testa”
“Non importa” gridai. “Economizzare i colpi. Ognuno miri il proprio uomo!”
“E come si fa?” obbiettò uno. “Sono tutti nascosti nei carri armati …”
“Ognuno miri il proprio carro armato!” urlai.

[…] La notte ci arrangiammo come il buon Dio volle. Il signor colonello si accomodò sul biliardo assieme all’aiutante maggiore in prima. Povero signor colonnello: ricordo che russava in do diesis maggiore come la marcia del Tannhäuser, e questo notturno omaggio al genio musicale del grande ex-alleato era quanto mai gentile e significativo. Io dormii sopra il pianoforte, e durante la notte sognai la nostalgica canzone del Camerata Richard.
Il giorno seguente – dopo un animato scambio di idee con un maggiore delle SS – ci trasferimmo in Cittadella.”

Fiume di parole meno ironiche e piene di drammatico dubbio sottolineano la vergogna di una nazione che fino a pochi anni prima gonfiava il petto dalle finestre di palazzo Venezia e che ora abbandonava al loro destino i giovani che la servivano. Come quelle dell’allievo ufficiale Lino Monchieri che si trovava a Padova in quella notte che segnerà il suo destino: “I tedeschi stanno occupando le caserme e gli aeroporti. Nessun ordine di sparare, di resistere. Da un momento all’altro possono essere qui. Più tardi giunge notizia che colonne motorizzate germaniche hanno occupato Bolzano, Trento, Verona, Vicenza … Un rombo. Un trimotore si alza. È il generale Porro che se ne va. Lo accompagna un coro di imprecazioni. Che facciamo?”

Nonostante il pregevole lavoro svolto negli anni novanta dallo storico tedesco Gerhard Schreiber, ancora oggi risulta impossibile delineare uno svolgimento organico e sensato delle reazioni dal punto di vista militare all’armistizio. Dalle numerose testimonianze dei protagonisti emerge come, nel vuoto di direttive dall’alto, le decisioni venero prese sul campo e con una buona dose di improvvisazione. Fronte a uno sparuto numero di generali e soldati (più i secondi che non i primi a onore del vero) che decisero di resistere, per quanto possibile, ai nazisti interpretando in tale senso le vaghe parole di Badoglio, la gran parte dei soldati italiani sembrò optare per il .

Alcuni cedendo armi e posizioni agli ex alleati, sperando così di farla finita con una guerra che ora anche formalmente non era più loro. Altri ancora anticipando letteralmente il “Tutti a casa“ di Alberto Sordi, dandosi pertanto alla macchia.

E aveva forse ragione Goebbels quando, con feroce sarcasmo, il 9 settembre commentò: “Non dobbiamo preoccuparci molto. Se gli italiani si sono arresi su tutti i fronti davanti alle armi altrui, lo faranno certamente anche davanti ai soldati tedeschi”. O peggio ancora il Generale Winter, capo di stato maggiore del Gruppo di armate F, il quale sostenne che “se si dice agli italiani che per loro la guerra è finita e che possono tornarsene a casa, consegneranno le armi come tante pecore”.

Tutto drammaticamente vero. E vergognoso. Non per i poveri soldati, che di questa situazione furono le vittime, ma di chi avrebbe dovuto dirigerli anche a costo della vita e che invece li abbandonò. Il Re in primis. Come altrettanto vero è che laddove i militari italiani resistettero coraggiosamente, come a Cefalonia ed in altre isole greche, pagarono con la propria vita il loro eroico atto. E non furono pochi, ma oltre 30.000 nostri connazionali.

I numeri, stilati dallo storico tedesco Gerhard Schreiber, stanno a dimostrare il dramma degli avvenimenti: in Italia dove, a parte Roma, i soldati erano dislocati in una miriade di depositi, magazzini, scuole, ospedali, caserme, la soluzione della fuga fu quella più praticata, anche grazie al generoso supporto della popolazione. Tuttavia caddero nelle mani tedesche 416.000 uomini nel Centro-Nord e 102.000 da Roma in giù.
Ben più complicata fu la situazione all’estero dove i soldati italiani vivevano gomito a gomito con i nazisti, o a loro subordinati nei comandi: la stessa fonte cita 59.000 soldati nel sud della Francia e 430.000 nei Balcani.

Complessivamente vennero catturati più di un milione di soldati, di cui 196.000 riuscirono a fuggire o vennero liberati, 94.000 aderirono alla RSI immediatamente e 13.000 morirono nel tragitto verso la prigionia (prevalentemente nelle isole greche). Il numero più consistente, 710.000, venne internato come IMI.

In linea generale i militari italiani vennero inizialmente ammassati nei Dulag, campi di transito presso i quali vennero schedati e immatricolati. Da quel momento in avanti il destino dei soldati e degli ufficiali soleva dividersi: per i primi, insieme a graduati e sottufficiali, si aprivano le porte degli Oflag; per i secondi quelle degli Stalag. I soldati e i sottufficiali vennero diretti prevalentemente nei campi della Germania centrale e verso il confine con l’Olanda, dove forte era la necessità della forza lavoro nelle industrie belliche e meccaniche.

Una volta giunti ai lager iniziava una pressante propaganda volta ad ottenere l’adesione. Inizialmente la proposta era di “servire in Italia nel quadro dell’armata SS sino alla fine della guerra. In seguito la formula citava generiche “organizzazioni italiane agli ordini del Duce” e poi esplicitamente alla Repubblica di Salò. Da ottobre tuttavia la formula standard – annotata in numerosi diari – recitava:
Aderisco all’Idea Repubblicana e Fascista e mi dichiaro
volontariamente pronto a combattere
con le armi nel costituendo
nuovo esercito del Duce,
senza riserva,
anche sotto il Comando Supremo tedesco,
contro il comune nemico dell’Italia repubblicana fascista del Duce e
del Grande Reich Germanico.

Difficile ricostruire quanti furono i “SI”. Secondo diversi storici il numero oscillerebbe intorno al 10% della massa dei deportati italiani, ossia 60.000 uomini che, a vario titolo, accettarono l’arruolamento nei servizi ausiliari della Wehrmacht, delle SS o nell’esercito repubblichino.
Il numero confermerebbe la stima fatta nel giugno del 1944 dall’addetto militare di Salò in Germania, Umberto Morera, che parlava di 26.998 adesioni alla RSI e di altri 23.000 arruolati nelle forze tedesche.
Alcuni, pochissimi, mossi da una reale adesione, altri spinti dalla fame, dal freddo o dalla necessità di ricongiungersi con i propri cari.
Il Generale Repubblicano Cuturri, a Chełm nell’est della Polonia, disse chiaramente hai soldati che negarono la propria firma: “Tornerò in Gennaio, e allora la fame ed il freddo della Polonia vi avranno fatto decidere”.

Nella primavera del 1944 lo status degli internati cambiò e diventarono “liberi lavoratori civili”. La loro mano d’opera era ora necessaria nelle fabbriche della Germania e quindi, mentre l’avanzata russa varcava i confini Est della Polonia e lo sterminio degli ebrei entrava nell’ultima e più drammatica fase, i generali italiani lentamente lasciavano le inospitali steppe della Polonia orientale per raggiungere i campi all’interno del Reich. Non tutti poterono partire. Non tutti superarono l’inverno 43/44. Molti di loro ancora giacciono in dimenticate fosse comuni, altri in cimiteri sotto lapidi che nessuno visita mai, altri ancora, inceneriti, popolano con le loro anime coraggiose i boschi dell’Est della Polonia.

Nell’Italia pavida che allora, come oggi, non ha saputo del tutto fare i conti con le proprie responsabilità ma che molto velocemente ha saputo lavarsi la coscienza con l’acqua fresca della resistenza, questi eroi lungimiranti, loro malgrado, hanno subito l’oblio o, peggio ancora, il marchio del tradimento. Per anni dopo la guerra si sono nascosti, hanno evitato di parlare e raccontare. Erano figure scomode: le forze della Resistenza non volevano condividere con loro il monopolio della memoria, quelli di sinistra li ritenevano collusi con la parte consistente dell’esercito fascista che aveva condotto l’Italia alla guerra al fianco di Hitler, l’area più conservatrice li riteneva un simbolo di una condotta militare fallimentare che era meglio dimenticare.

Delusi, abbandonati una seconda volta, molti di loro scelsero il silenzio. Come il generale Porro:” In questa notte chiudo il mio diario di prigionia, che è stato il mio compagno ed il mio confidente nei due anni di lontananza, di esilio, di sofferenza. I miei Cari lo leggeranno, potranno rivivere la mia vita di deportato. Io, ormai, non desidero che dimenticarla tuffandomi nel lavoro che mi ridarà la gioia di essere utile al mio Paese e alla mia Famiglia”.

Oggi un ministro della Repubblica si rifiuta di ricordare anche questi eroi, in nome di una manciata di voti.

Diego Audero

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1 commento

  1. Paolo Bolognesi on

    Non entro nel merito delle decisioni del Ministro, e dei singoli casi, ma, più in generale, a me sembra che in non pochi si siano allontanati da celebrazioni e commemorazioni che nel corso di molti anni sono state trasformate in occasioni per far sistematicamente politica di parte.

    Anch’io, a suo tempo, ho cercato di dare il mio piccolo contributo di partecipazione ad iniziative che dovevano ricordare le vittime del nazifascismo, ma troppe volte vi ho ascoltato parole per me “eccessive” verso gli avversari politici di turno, così che ho smesso di andare.

    Paolo B. 25.04.2019

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