domenica, 23 Febbraio, 2020

Per un ricordo sincero di Bettino Craxi

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Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio e segretario del Psi, nell’autunno 1983 volle venire sul Doss Trento per onorare la memoria di Cesare Battisti, socialista e irredentista. Come socialisti trentini lo accogliemmo rispettosamente: era il segretario di noi tutti, anche se a Trento la sua corrente era minoritaria e in maggioranza eravamo della ‘sinistra lombardiana’: allora la competizione anche all’interno dei partiti era molto vivace. Avvertì senz’altro questa situazione, ma ricordo che poi di tasca propria ci pagò il pranzo, anche se sarebbe ovviamente spettato a noi. Cito questo fatterello per dire della sua prodigalità e del suo disinteressato rapporto con i soldi; grazie a ciò entro subito nel ricordo che in molti stanno riservando a Craxi nel ventesimo anniversario della morte.

«La molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica»
Un insospettabile magistrato come Gerardo D’Ambrosio, viceprocuratore di Milano, in una intervista del 23 febbraio 1996 – dunque appena fuoriusciti dalle operazioni di ‘Mani pulite’ – dichiarò: «La molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica». Parole assai ignorate, almeno fino a ieri, da tanti protagonisti e osservatori, più interessati a occupare posizioni di potere nella politica, nell’economia, nella società, nei mass media, piuttosto che a un esame realistico dei fatti. Per un verso, ci sono i processi: quelli che implicarono Craxi (Eni-Sai, All Iberian, Metropolitana milanese, Conto protezione, Enimont) portarono a condanne pesanti, ma non riusciranno a scalfire la pertinente osservazione di D’Ambrosio. Quei finanziamenti ricevuti da tanti partiti servivano principalmente a finanziare la competizione politica sempre più costosa, ed era una pratica seguita in tutte le democrazie, ad esclusione ovviamente dei Paesi autoritari dove era escluso il confronto fra forze diverse: certamente si dovevano rispettare delle regole di rendicontazione, che spesso non venivano seguite. Successe con il Psi di Craxi, successe anche a Mitterand in Francia e al cancelliere Kohl in Germania, probabilmente il maggiore percettore di ‘fondi neri’ su scala europea. Ma non per questo i due leader citati subirono azioni giudiziarie tali da scalfire la loro autorità personale e innanzitutto quella dello Stato che per tanti anni avevano rappresentato: in quei Paesi prevalse la difesa della dignità nazionale, rispetto ad altre pur importanti esigenze giudiziarie. In Italia prevalsero quest’ultime, e anziché procedere ad una soluzione istituzionale per il finanziamento della politica – come avvenne in altri Paesi europei – si preferì quella dei tribunali. Il processo Enimont avrebbe evidenziato quella che fu definita «la madre di tutte le tangenti»: 140 miliardi di vecchie lire riservate ai partiti. Ma questa cifra, pur notevole, ci permette di fare una comparazione con quanto avviene in altri contesti democratici non solo europei: in America la campagna elettorale per una delle ultime elezioni presidenziali ammontò all’equivalente di circa 10.000 miliardi di vecchie lire, dunque ci sarebbe voluto l’equivalente di molte decine di quella «madre di tutte le tangenti» per affrontare le spese di una sola elezione! Ma lì ci sono tantissime aziende private che sono pronte alla bisogna: la National Rifle Association, che si occupa delle armi, è considerata la lobby più influente e versa ‘regolarmente’ immani somme alla politica come Coca-Cola, Amazon, Google, Microsoft… Sarà dunque tutto ‘regolare’, solo perche quelle aziende «registrano» i versamenti? O non sarebbe meglio che vi fosse un più forte finanziamento pubblico all’attività politica, per evitare influenze di sorta? È un discorso vecchio e ampio: qui lo si accenna per provocare, forse, qualche stupore.

Ad Hammamet «un’abitazione modesta, rispetto alle regge altrui»
Tornando a Craxi, egli fu un importante statista italiano e vicepresidente dell’Internazionale socialista: fu certamente anche un uomo di potere, usufruì dunque di posizioni di favore e privilegi non comuni, ma – a detta del competente magistrato D’Ambrosio – tali da non trasformarlo in persona dedita ad «arricchirsi personalmente». Invece nelle versioni mass-mediatiche, si è molto puntato su questo argomento: basti pensare alla favoleggiata villa di Hammamet, che pareva ricoperta di rubinetteria d’oro. Gianni Amelio, il regista di un film oggi molto commentato, ha riferito che ad Hammamet cercava una casa che assomigliasse a quella di Craxi: ma trovò solo «villone al mare», tanto da dover chiedere alla famiglia Craxi di poter girare il film nella casa originale, «un’abitazione diciamo modesta, rispetto alle regge altrui», dichiara: lo avranno inteso quelli che hanno veicolato tanti spropositi sulle ricchezze private del ‘reprobo’? Reprobo? Forse qualcosa sta cambiando, tanto che da Einaudi sta uscendo un libro di un quotato giornalista come Marcello Sorgi intitolato «Presunto colpevole»: altro che «criminale matricolato», come Craxi venne apostrofato.

Latitante e fuggiasco come Dante: lo scarto tra verità giudiziale e storica
Sono passati 20 anni dalla sua morte, eppure non è ancora arrivato il tempo per una valutazione equanime del personaggio: lo bollano ancora come ‘latitante’, dimentichi che perseguiti all’estero perché condannati in Italia furono Garibaldi, Turati e Pertini, insomma una bella compagnia di pericolosi ‘fuoriusciti’. Ma il fuggiasco più illustre fu addirittura il Padre della nostra lingua, Dante Alighieri, ai tempi priore di Firenze. «Fu giudicato colpevole di aver ricevuto denaro in cambio dell’elezione dei nuovi priori, di aver accettato percentuali indebite per l’emissione di ordini e licenze e di aver attinto dal tesoro di Firenze più di quanto correttamente dovuto», come testualmente riporta la ricerca di Carlo A. Brioschi «Breve storia della corruzione». Dante non si presentò al processo – si difese dunque dal processo – e fu condannato in contumacia: se fosse entrato nel territorio fiorentino «sarebbe stato mandato al rogo; fu così che a 37 anni Dante intraprese la strada dell’esilio», anzi della ‘latitanza’.
Stiamo esagerando nei paragoni? No. A proposito di ‘Tangentopoli’ ancora ci sovviene l’agghiacciante osservazione di un personaggio che ha conosciuto la durezza di un regime oppressivo, l’ex dissidente sovietico Vladimir Bukowski, che così, il 14 ottobre 1995, descriveva la presunta ‘rivoluzione’ giudiziaria italiana degli anni ’90: «’Mani pulite’ si rifà al grande terrore staliniano del 1937-’38, al quale è paragonabile per lo stile se non per l’ampiezza». Dunque riemerge sempre il problema dello scarto tra verità giudiziale e verità storica: le sentenze risentono degli umori delle contese del momento, dai tempi di Socrate, di Dante, e – si parva licet – fino ai giorni nostri. C’è spesso necessità di storici imparziali e distaccati dalle polemiche e dai giudizi contingenti. Intanto tuttavia già in questi anni altre personalità insospettabili – al pari di D’Ambrosio – parlano chiaro a favore di Craxi.

Un politico riformista di sinistra
Sul fronte politico viene ribadito il suo profilo riformista di sinistra. Sarà Piero Fassino, dapprima dirigente PCI e poi dei DS e del PD, a confermare come stavano le cose, a dramma consumato purtroppo. Nel suo libro del 2003 «Per passione» definirà Craxi «uomo profondamente di sinistra», aggiungendo in schietta autocritica che «il Pci negli anni ’80 non appare capace di affrontare il tema della modernizzazione dell’Italia, spingendo così ceti innovatori e produttivi verso chi, come Craxi, dimostra di comprenderli». Altro che criminale! E tutt’altro che uomo pronto a porsi nella mani di una deriva di destra, secondo l’affermazione di taluni; un altro ex dirigente comunista come Claudio Petruccioli la considererà solo una malevola insinuazione: in una intervista alla rivista “Mondoperaio” del gennaio 2012 dichiarerà che «Craxi è sempre stato un uomo della sinistra». E anche tra i più capaci: il suo governo – asserirà un leader storico del PCI come Emanuele Macaluso in una intervista a “La Stampa” del 21 gennaio 2006 – va considerato «fra i migliori che abbia avuto l’Italia». Aggiungiamo ora che il menzionato regista Amelio conferma, rispetto a chi per polemica o per satira vorrebbe “piegare a destra” la figura di Craxi (notissimi gli stivaloni fascistoidi fattigli indossare da Forattini), di aver “sempre pensato che il partito di Craxi fosse un partito di sinistra”: non a caso vennero sostenuti in tante parti del mondo movimenti di resistenza e liberazione, dai quelli iberici e cileni sotto le dittature, ai palestinesi, ai dissidenti sovietici, a Solidarnosc, tanto che Craxi nel 1990 venne nominato rappresentante personale del Segretario ONU.

Primo promemoria: impedire il ripetersi di operazioni inquisitorie
Ma è sul piano della prassi giudiziaria che emerge da una personalità rappresentativa di quel mondo, Luciano Violante – ex magistrato e poi parlamentare di sinistra – una condanna netta. Nel giugno 2019 ha steso parole schiette sui tempi di ‘Mani pulite’: allora – scrive – venne creato, attraverso «un’ossessiva campagna dei mezzi di comunicazione che sosteneva le indagini, un consenso popolare vendicativo ed entusiasta che trasformava i magistrati da potere dello Stato in rappresentanti della società: nella magistratura cominciò a manifestarsi un sentimento di privatizzazione della funzione, una concezione proprietaria dei poteri, una amnesia delle responsabilità morali e sociali connesse a quel ruolo». «Privatizzazione», «concezione proprietaria», «amnesia morale e sociale»: termini tanto impegnativi che seppelliscono sotto un discredito duraturo quell’operazione inquisitoria. La politica democratica dovrà impedirne il ripetersi, se vorrà costruire un futuro migliore per tutti. È questo un primo promemoria per il nostro futuro.

Secondo promemoria: per il progresso economico serve una politica riformista
L’altro riguarda il campo economico. Moltissimi sono dimentichi di come eravamo e delle conquista fatte. Fino ai primi anni ’90 la situazione italiana non era dissimile dagli altri paesi progrediti d’Europa. Anzi. Nel 1985 durante il governo Craxi l’Italia diventa la quinta potenza economica mondiale. Carlo M. Cipolla – uno dei maggiori storici economici internazionali – ben riassume la situazione: «Il bilancio economico del quarantennio postbellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato nelle speranze dei padri della Repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i Paesi a più elevato tenore di vita nel mondo». Su questo terreno si innesta il discorso sull’entità del debito e della corruzione. È vero che per un complesso di fattori e di protagonisti (governo, forze politiche dell’arco costituzionale, sindacati operai e imprenditoriali) la spesa pubblica tra gli anni ’70 e ’80 andò incrementandosi: ma è ingiusto accollarla a Craxi, capro espiatorio anche su questo fronte, se è vero che alla fine del suo governo il debito era all’ 87% del Pil, contro il 132% attuale!E che l’inflazione scese dal 14,9% del 1983 al 4,6 del 1987. Quanto alla corruzione, le considerazioni tecniche di Carla Collicelli, vicedirettore del CENSIS, hanno contestato la vulgata forcaiola-giudiziaria al pari dell’on. Violante. Scrive in una nota del 22 agosto 2002:«Il periodo fino al 1992 indicato come più corrotto è anche quello nel quale l’Italia è cresciuta di più. Ora, siccome è senz’altro vero che è la corruzione a bloccare lo sviluppo nei paesi poveri, l’Italia non doveva essere poi così corrotta». Situazione confermata dal giurista Michele Ainis, che in un editoriale del 16 giugno 2014 ha ricordato che «all’alba degli anni ’90 la classifica di Transparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo; ora siamo precipitati al 69°» sui 180 Paesi considerati, a testimonianza del fatto che la pretesa moralizzazione post-tangentopoli ha prodotto effetti opposti. Viene ora il secondo promemoria. Il professor Fadi Hassan, nato a Pavia da genitori siriani, docente di macroeconomia internazionale, ha rammentato sul “Corriere della Sera” del 6 aprile 2017 che «nel 1991 il nostro reddito pro capite era l’86% di quello americano, nel 2016 è sceso al 63%. E’ lo stesso livello – commenta – che avevamo nel 1961: nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni». Cosa si dovrebbe imparare da questi dati? Che le operazioni mediatico-giudiziarie squilibrate possono essere dannose per la stabilità democratica ed economica del Paese; e che serve – come continuano a sostenere ancor oggi i solitari ma coerenti militanti del Psi – una politica riformista e partecipata per battere il rancore e l’invidia che ci avvelenano. Allora anche il ricordo di Craxi sarà più sincero e valido per tutti.

Nicola Zoller
Segretario Psi del Trentino-Alto Adige

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