giovedì, 4 Giugno, 2020

Perché è sbagliato concentrarsi sull’Art.18

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Perché quantomeno bisognerebbe sospendere il giudizio in attesa di vedere se, come e quando il disegno di legge, il Job Act, si tradurrà in atti normativi concreti e che ha poco senso accapigliarsi sulla modifica dell’art.18 che riduce indubitabilmente i diritti del lavoratore a seguito delle modifiche già introdotte dalla ministra Fornero, ma che ha altrettanto certamente un’influenza affatto marginale sull’occupazione.

Perché a leggere i documenti del Ministero del lavoro si capisce bene una cosa sola: c’è “un provvedimento urgente che contiene interventi di semplificazione sul contratto a termine e sul contratto di apprendistato per renderli più coerenti con le esigenze attuali del contesto occupazionale e produttivo”, già fatto, e poi c’è “un disegno di legge che conferisce al Governo apposite deleghe finalizzate ad introdurre misure per riformare la disciplina degli ammortizzatori sociali, riformare i servizi per il lavoro e le politiche attive, semplificare le procedure e gli adempimenti in materia di lavoro, riordinare le forme contrattuali, migliorare la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita”.

Una volta tanto il burocratese è chiaro: subito si fa più flessibilizzazione del lavoro, dopo si mette mano al welfare (anche perché costa soldi che non si hanno).

In sostanza questo significa che anche il governo italiano resta nella scia di quei governi, a cominciare da quello tedesco, che hanno risposto alla crisi economica e finanziaria, continuando a farsi concorrenza soprattutto sul costo del lavoro dal lato del lavoratore, cioè flessibilizzando l’occupazione e tagliando i salari. Una tendenza che si è accentuata dopo il 2008 e che se da un lato ha accresciuto le esportazioni, dall’altra ha depresso il mercato interno. Non è inutile spendere 3 minuti per leggere le cifre nell’articolo di Francesco Pastore, la “Slavina dei redditi da lavoro dipendente”, pubblicato da La Voce.info.

La Germania oggi è un gigante delle esportazioni con un surplus scandaloso (sì, scandaloso perché grazie all’euro è essenzialmente in danno delle altre economie europee) e un mercato interno sempre più debole. La flessibilizzazione del lavoro si traduce con precarizzazione, debolezza contrattuale, riduzione dei diritti, contratti ridotti e così via. Tutto questo fa risparmiare e rende più competitive le merci prodotte (e arricchisce gli industriali), ma siccome lascia sempre meno soldi e meno futuro nei mani dei lavoratori, alla fine deprime il mercato del Paese produttore. A questo si deve aggiungere l’incredibile strapotere di una finanza aggressiva e di un ordocapitalismo che, per insipienza o infingardaggine, ci sta preparando il bis della crisi del 2008.

In un articolo di Maria Teresa Olivieri, pubblicato su questo giornale, ci sono dei numeri che dovrebbero indurre a pensare un po’ di più e a non farsi perndere per il naso dal terrorismo mediatico, a uso soprattutto domestico e preelettorale, che parte da Palazzo Chigi.

Scrive tra l’altro Olivieri: “L’ultimo rapporto di Wealth-X e Ubs sui grandi patrimoni fotografa un segmento in continua crescita. Nel periodo dal luglio 2013 al giugno di quest’anno il loro numero a livello globale è aumentato del 7%, passando da 2.170 a 2.325. L’Italia che arranca in tutte le classifiche, in questa è riuscita a salire di due posizioni, arrivando al quindicesimo posto: da noi i cittadini con un patrimonio netto superiore a un miliardo di dollari sono passati in dodici mesi da 29 a 33 (il rapporto non pubblica i nomi) e la loro ricchezza da 97 a 115 miliardi di dollari, pari a un incremento del 18,6% ed equivalente al 5,7% del Pil italiano”.

Chiaro? Non ci sono soldi per i contratti degli statali né per gli investimenti, però in un anno abbiamo 4 miliardari in più – miliardari in euro, non milionari, che in lire avrebbero almeno mille miliardi a testa o di più – mentre i superpoveri, cioè i ‘poveri assoluti’ sono “nel 2013 il 7,9 per cento delle famiglie italiane” “una percentuale quasi doppia rispetto al 4,1 per cento del 2007”. E quei 4 miliardari in più, e questo va a loro onore, sono quelli visibili al fisco!
Dunque da una parte abbiamo ricchi sempre più ricchi, dall’altra poveri sempre più poveri e la progressiva scomparsa della classe media. Ci vuole papa Francesco per aprirci gli occhi?

Ora pensare di confrontarsi con questo andazzo, precarizzando ulteriormente il lavoro e pagandolo ancora di meno, non solo è eticamente ignobile, ma è anche economicamente sbagliato.
Certo non sarà Renzi, e tantomeno l’Italia, per mancanza di forza e di capacità, a opporsi a questo trend, però potrebbe provare ad affrontare il tema nei due consessi dove può oggi operare: il semestre della Ue a presidenza italiana e il PSE, dove il PD è appena entrato.
Dei lavoratori più sicuri del loro futuro e più pagati, sarebbero la cura migliore per un’economia che non sa più a chi vendere merci in eccesso.
Dunque alla domanda se è giusto o meno abolire l’art.18, come diceva Totò, bisognerebbe rispondere: ma mi faccia il piacere …

Carlo Correr

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