lunedì, 16 Settembre, 2019

Perché l’ascesa della Destra

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In tutta Europa c’è aria di protesta. E si capisce: quello che doveva essere una opportunità per il ceto medio – l’apertura a nuovi mercati globali, la finanziarizzazione dell’economia, la privatizzazione del welfare state – si è trasformata in un fallimento.
Le facce buone di Peppone e Don Camillo che, con i rispettivi cappelli, tonaca e panciotto, facevano a gara per migliorare la vita dei paesani sono oggi il simbolo del fallimento della politica democratica. Ovvero, dell’incapacità da parte del sistema politico di detenere il primato rispetto a quello economico; così come della democrazia di dar ascolto alle scelte dei cittadini, piuttosto che a quelle di banchieri e finanza.

Ecco, quindi, che la “sovranità”, democratica innanzitutto, diviene un feticcio. Declinata sotto forma di sovranismo, si insinua nei meandri della crisi della democrazia e della rappresentanza. E lo fa, cercando di riportare le lancette della storia indietro di trent’anni, quando i capitali erano per lo più nazionali e non si muovevano da un Paese all’altro, quando l'”identità” di un popolo non era costretta a fare i conti col multiculturalismo e con l’immigrazione globale, quando le banche centrali erano sovrane e stampavano moneta e le manovre finanziarie dei governi non dovevano tener conto di alcun diktat monetario sovranazionale, quando la famiglia nucleare era “sacra” e la divisione sociale del lavoro coincideva con le differenze e disparità di genere. Insomma, un ritorno al tanto vituperato (dalla finanza globale e dall’establishment neoliberista) Dio; Patria e Famiglia di reazionaria memoria.

Come si è arrivati a tutto ciò è evidente. La classe dirigente delle cooperative bianche e rosse, un tempo baluardo di riscossa e dignità di un popolo che voleva conquistare il benessere, si è avvitata in una spirale di sudditanza verso il potere economico, affascinata dalle stanze dei bottoni e ubriacata dal motto thatcheriano: “non ci sono alternative”. Centrosinistra e centrodestra che ovunque in Europa si sono alternati per oltre un ventennio hanno coniato le stesse politiche le quali, una volta esplosa la crisi, hanno condotto alla distruzione del ceto medio e affamato ancor di più la classe lavoratrice.

Come se non bastasse, le ricette che propongono, a dieci anni di distanza dalla crisi, sono le stesse: austerità, controllo della moneta attraverso meccanismi deflattivi, privatizzazioni del welfare (scuola, sanità, servizi pubblici), precarizzazione del lavoro, riduzioni delle tutele sociali e previdenziali (pensioni, sussidi, ecc.), creazione di mercati competitivi e concorrenziali (soprattutto per i lavoratori senza più garanzie costretti a competere con la manodopera a basso costo sia in loco che in aziende delocalizzate), sgravi fiscali per transazioni finanziarie, banche e capitali internazionali.

Oramai, dunque, centrodestra e centrosinistra sono dappertutto complici nella difesa dell’establishment neoliberista: Macron e Merkel, così come socialisti e popolari europei, nonché in Italia l’accoppiata Renzi-Alfano sono emblematici dell’assottigliamento delle distinzioni tra centrodestra e centrosinistra su temi di politica economica e sociale. A contrastarli oggi c’è solo il populismo, la cui tendenza nel tempo è stata quella di confluire nelle parole d’ordine del sovranismo che, a parte alcune eccezioni rilevanti (Melenchon ad esempio) sembra volgere lo sguardo a quel ritorno al Dio-Patria-Famiglia che trae forza proprio dalle paure, dalla perdita dell’identità e dalla rabbia di un Occidente in declino.

E in Italia, come stanno le cose?

L’albero della cuccagna fu conquistato quando Piero Fassino esclamò: “abbiamo una banca!”. Ma da quel momento, a una crescita del potere di quella classe dirigente “ex rossa”, poi rosè, fece da contraltare un inesorabile declino elettorale di un PD che sembrò pian piano divorare i suoi figli elettori come fosse il conte Ugolino. C’è da dire però che anche in questo caso l’anomalia italiana non tarda a presentarsi. Ovvero, l’Italia, da sempre laboratorio di sperimentazione, sembra in qualche modo precorrere i tempi.

Quando infatti in Europa ancora vigeva un sistema politico tradizionale, noi abbiamo coniato la post-democrazia del leader forte e trasversale grazie a Berlusconi. Quando in Europa la crisi non era neanche all’orizzonte e la scena era dominata da popolari e socialisti, noi abbiamo inventato, con la nascita del M5S, il “populismo” anti-partitocratico e anti-sistema. Salvini ha in mente una grande mossa per le Europee e il banco di prova è rappresentato proprio dalle Regionali in Abruzzo, Sardegna e Basilicata. Anziché presentarsi come una forza sovranista di destra anti-sistema (come di fatto è stata la Le Pen) sta tentando di prendere il controllo del centro-destra, ergendosi a traino e forza egemone.

Scommettiamo che la stessa operazione sarà riproposta in grande dopo le europee: una linea soft per “orbanizzare” (nel senso di Orban e del gruppo Visegrad) l’Europa, senza traumi alla Brexit. La Le Pen guarda all’operazione con molto interesse. Si tratterebbe di ridurre al minimo o spazio di consenso della destra liberale e spostare l’asse del centro-destra verso una destra-centro di fatto sovranista e anti-eurocratica. Il fatto che Berlusconi ancora non si sia sottratto dal giogo la dice lunga su come questa operazione in Italia sta riuscendo perfettamente e tutto fa pensare che potrebbe riuscire in Europa con i popolari. Sempre che Merkel e Macron non riescano a stoppare l’operazione, proponendo una sorta di fronte repubblicano europeo alla Calenda (che vorrebbe un fronte largo “da Macron a Tsipras” in difesa dal sovranismo). Chissà se anche questa volta l’Italia rappresenterà quell’anomalia capace di anticipare la tendenza…

Angelo Santoro

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