sabato, 4 Luglio, 2020

Piazza Fontana: una strage a risparmio di indagini? Un saggio di Guido Salvini e Andrea Sceresini

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In occasione di celebrazioni (dai decennali ai cinquantennali) l’Italia si popola di una folta, vociante e sentenziosa, schiera di storici. D’un tratto, ma purtroppo regolarmente, l’improvvisazione domina la scena, come se anche per i problemi della giustizia si fosse precipitati nel cono burlesco di un talk show televisivo.
È il segno che il nostro mestiere è a riproduzione semplice, imitabilissimo, anzi è diventato alla portata di tutti.
Una volta ci lamentavamo che fosse ininfluente. Ora scopriamo che è privo di proprie regole al punto che qualunque gazzettiere o giornalista si sente autorizzato a ergersi ben al di là del suo ruolo di cronista del passato o di opinionista. Addirittura a giudice, cioè a storico di esso.
Ad onta di questa massiccia promozione sul campo della storiografia di (spesso) piagnucolanti servitori cartacei del regime, sul primo atto della macroscopica campagna eversiva condotta dalle cellule venete di Ordine nuovo (legate a Franco Freda e Giovanni Ventura), cioè la strage di Piazza Fontana a Milano, si ripete la solita menzogna. Sarebbe un mistero irrisolto, un enigma ormai diventato insolubile.
In realtà, nella lista funebre che si può leggere di seguito, andrebbe ricercata la maggioranza dei responsabili, con qualunque titolo e ruolo, della mattanza del 12 dicembre 1969
Carlo Digilio (morto nel 2005),
Ugo Cavicchioni (morto nel 2009),
Giovanni Ventura (moto nel 2010),
Gianni Casalini (morto nel 2012),
Marco Foscari (morto nel 2013),
Ivano Toniolo (morto, nel 2015),
Marco Pozzan (morto nel 2016).

Come si vede sono gli esponenti dell’eversione neofascista nel Veneto. Faceva capo a Ordine nuovo, e agiva di concerto con Franco Freda e Giovanni Ventura.
La ricostruzione di questa realtà è opera (o è stata da lui confermata) del giudice di Milano Guido Salvini. Ha inoltre precisato come, a suo avviso, le persone prima citate non sono mai state sentite né ricercate dalla Procura di Milano. Di qui la ragione per cui viene considerata molto latitante.
Sono volati via 50 anni, mezzo secolo, senza che si sia pervenuti,dopo tre processi, a una sentenza sui mandanti ed esecutori dell’eccidio presso la Banca dell’Agricoltura del capoluogo lombardo (è quanto si è ripetuto anche per la strage alla stazione centrale di Bologna del 2 agosto 1980).
Non si può escludere che i personaggi prima citati sapessero molto (o tutto) della strage. Purtroppo sono morti dopo il 2005 senza essere stati ascoltati (o riascoltati) dalla Procura di Milano.
Se questo rilievo critico di Salvini è fondato, si potrebbe essere indotti a pensare che il prestigio dell’organo giudiziario milanese consista anche nell’essere tetragono, inamovibile, nel suo pervicace rifiuto di riapertura delle indagini.
L’ultimo esempio di questa ostinazione riguarderebbe un esponente “operativo” della cellula padovana di Ordine nuovo, Ivano Toniolo. Si è spento in Angola nel 2015 dove risiedeva, una volta lasciata la Spagna, dagli anni Settanta.
In casa di costui, come riferisce Salvini, ebbe luogo la riunione a ranghi ristretti in cui venne messa a punto la vera e propria campagna stragista che culminerà in quella milanese del 12 dicembre 1969.
Toniolo avrebbe preso parte personalmente agli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969, insieme a Gianni Casalini. Oltre a mettere i due ordigni, questultimo è segnalato per essere stato il primo ad ammettere spontaneamente (in Corte d’Appello, a Milano, il 18 maggio 2000) la sua partecipazione all’operazione terroristica del gruppo ordinovista di Padova.
Furono i prodromi della strage del 12 dicembre.,Ma la sua confessione non ha suscitato grande interesse nella Procura di Milano. Nessun pubblico ministero lo convocherà più.
Il giudice Salvini,oltre a questa notazione, ne aggiunge un’altra relativa al vicecomandante del Sid gen. Gianadelio Maletti. I suoi uomini, a metà degli anni Settanta, avevano cominciato a raccogliere una serie di rivelazioni sull’attività terroristica dei nuclei padovani di Freda e Ventura, ma dovettero sospenderla su richiesta dell’alto dirigente dei servizi in persona.Si mostrò preoccupato di compromettere la protezione accordata dal servizio segreto militare alla cellula padovana.
Anche Maletti, al pari di Toniolo, è stato lasciato in pace. Forse si è ritenuto quest’ultimo non degno di essere sottoposto neanche ad un interrogatorio preliminare.
Ai magistrati sono davvero concessi questi micidiali privilegi anche quando ricevono dagli inquirenti proposte investigative ?

Se dovessi dare un consiglio ai lettori, per la strage di Piazza Fontana, nella selva di scritti che traboccano dagli scaffali delle librerie, mi limiterei a segnalarne tre.
Il primo è la nuova edizione aggiornata de “Il segreto di Piazza Fontana” (Ponte alle Grazie, Firenze, pp.701, Euro) di un noto giornalista parlamentare dell’agenzia Ansa, Paolo Cucchiarelli. Le ipotesi dell’autore sono molto nette e a loro modo argomentate. Importante è soprattutto il lavoro di scavo,durato circa 10 anni, che le ha accompagnate.Ne sono zampillati personaggi e vicende nuovi che avrebbero meritato l’interessa mento della magistratura milanese (e non di un solo componente di essa).
Il secondo libro è il dibattito, curato da Antonio Carioti (”La strage di Piazza Fontana.12 dicembre 1969.L’eccidio,i processi, la memoria”,edito dal Corriere della Sera, pp. 284,Euro 8,90), tra due studiosi molto, anzi moltissimo, diversi (Aldo Giannuli e Vladimiro Satta).
Vecchie tesi e direi arzigogoli del primo, teorico del “doppio Stato” e di una storiografia fondata sulla denuncia di complotti e assedi contro le istituzioni liberal-democratiche, tratto per tratto vengono dismesse e spesso consensualmente lasciate cadere sotto la puntuale critica del secondo, un noto e autorevole documentarista (e storico) del Senato.
Antonio Carioti ha sortito il miracolo di farci assistere, per alcuni importanti aspetti, all’emergere di un inedito consenso interpretativo della realtà italiana e internazionale in cui il massacro di Piazza Fontana è maturato.
Il terzo è una ricostruzione molecolare (durata circa 30 anni di indagini) ad opera del magistrato milanese Guido Salvini. A lui, insieme ad un esperto giornalista come Andrea Sceresini, si deve il volume “La maledizione di Piazza Fontana. L’indagine interrotta, i testimoni dimenticati, la guerra tra i magistrati”, Chiarelettere, Milano,pp. 611, Euro 22).
Malgrado le interdizioni della crema della magistratura nazionale e grazie alla tenacia e rigore dei due autori, non è vero che la maggior parte dei nodi della strage milanese siano risultati non sciolti.

Al contrario di quanto ha scritto, per l’editore Einaudi, Benedetta Tobagi nel volume intitolato “Il processo impossibile”, sono, invece, venuti al pettine.
Alla fine ne è derivato una documentatissima rassegna di atti e di posizioni, non sempre laterali, relative a Piazza Fontana che coinvolgono il sinedrio della giustizia italiana, degli “intoccabili”. Questo è l’esito delle ricerche e delle analisi di Salvini.Essendo parte in causa, avendo cioè subito molte di queste decisioni,non esita a fare ai lettori i nomi: Francesco Saverio Borrelli, Gerardo D’Ambrosio, Grazia Pradella, Felice Casson, Ferdinando Pomarici, Armando Spataro, ecc.
E inevitabilmente, data la gravità e l’ampiezza delle critiche ad essi mosse, questo è l’argomento pruriginoso di cui, dal mese di novembre dell’anno scorso, non si vuole parlare, in pubblico o a voce alta. Di qui il silenzio e l’imbarazzo a di tutti i padroni e padroncini del vapore (da Marco Travaglio a Carlo Verdelli, da Luciano Fontana a Maurizio Molinari, da Maurizio Belpietro a Vittorio Feltri, da Alessandro Sallusti a Virman Cusenza)
Se ha ragione Salvini che nella Procura di Milano, come in Scandinavia, c’è del “marcio” (cioè cose che non funzionano, sono opinabili o addirittura sembrano violare, qua e là, regole, principi, e anche solo prassi, del nostro sconquassato Stato di diritto), non ci si può illudere che dopo cinquanta anni lo si possa imbavagliare e tacere.
Il vero e grande fatto nuovo di questo cinquantenario ritengo sia proprio il processo alla giustizia. Quello alla Procura di Milano e di Venezia sarebbe una metafora, una gigantografia costruita con una lente idi ingrandimento per renderli sintomatici,se non addirittura paradigmatici,della situazione generalizzata di “mala giustizia” che affligge il nostro paese.
Ad avere rotto il vincolo di solidarietà massonico-mafioso (o solo castale) che, ad avviso anche degli autori, sembra legare gli inquilini è stato proprio uno di essi,appunto Guido Salvini.
E’ sopravvissuto ad un periodo assai lungo di vere e proprie disavventure, disagi, umiliazioni. L’impressione che ha ricavato dalle contestazioni ricevute dalla Procura di Venezia e dall’azione disciplinare lunga e travagliata svolta da un organo a cui dovrebbe essere deputata l’amministrazione della giustizia (cioè il Csm) è stato di un tentativo di alcuni suoi colleghi (che lo avevano preceduto)di rimuoverlo dall’incarico di giudice istruttore sulla strage di Piazza Fontana. Questa vicenda amara e assai penosa la si può leggere anche col lessico (probabilmente dilatato) di una vera e propria persecuzione istituzionale che ha dovuto subire per un decennio.
Negli anni 1989-1998 ha ricoperto il ruolo di giudice istruttore dell’ultima istruttoria sulla strage di Piazza Fontana.
Nella prima parte del suo saggio (“Trentasei anni di indagini”), è ricostruito sinteticamente il percorso giudiziario dal 1969 al 2005.
Dalle pagine terrificanti sulla mancata inchiesta sui testimoni si arriva al duro conflitto (nascosto da una stampa vile o servile) tra gli stessi giudici. Imprevedibilmente l’appassionata ricerca della verità sulla strage del 12 dicembre 1969 è sfociata in una vera e propria guerra in seno agli inquirenti e poi agli stessi magistrati.
Questa deriva drammatica la si capisce meglio se si tiene conto che Salvini è rimasto solo (forse in preda al più marsupiesco dei suoi consulenti). Intendo dire che è stato progressivamente isolato, e ha dovuto provvedere al proseguimento dell’inchiesta, spoglio di incarichi istituzionali, come un qualunque giornalista.
È impressionante, diciamo pure che fa paura, leggere la seconda parte (intitolata “Gli uomini di Piazza Fontana”) di questo lavoro. In essa sono messi a fuoco i testimoni e i protagonisti della strage.
Ebbene, sono tutti quelli prima citati, che qualcuno in Procura a Milano si sarebbe scordato di non valorizzare per un quarto di secolo.
Di qui scaturiscono le domande. Se fossero stati contattati prima del 2004 (cioè dall’anno delle assoluzioni in Corte d’assise d’appello), si sarebbe potuto pervenire ad un diverso esito processuale? Sarebbe bastato che i giudici preposti alle indagini le avessero riaperte (com’era loro dovere se ci fossero state richieste formali) provvedendo a stabilire dei contatti dopo il 2004?

Purtroppo dal 1989 ad oggi ciò non sembra abbia avuto luogo. Si tratta di inerzia, trascuratezza o omissioni alle quali Salvini dichiara di avere provveduto da solo.
Se questa dichiarazione, sorretta da adeguata documentazione,non viene smentita, spetta al ministro Bonafede e ai suoi estasiati ammiratori (a cominciare dal “Fatto Quotidiano”) rilasciare un riconoscimento pubblico, di gratitudine e di stima, al magistrato milanese.
Al Guardasigilli, esponente di rilievo del M5S, si richiede solamente una piccola grande cosa: il coraggio di non guardare in faccia a nessuno, cioè di colpire, se si rivela indispensabile, i mostri sacri dell’amministrazione giudiziaria. Dalla potenza, e soprattutto dall’impunità delle toghe, si misura la debolezza dei cittadini e la fragilità di una democrazia.
La pubblicazione di “La maledizione di Piazza Fontana” ha finora fatto scaturire uno spettacolo classicamente italiano. La catena dei media (cartacei, radio-televisivi, di ogni ispirazione) si è ritrovata unita come un solo uomo nel suo ruolo fondamentale di casta.
I giornalisti si sono fino ad oggi comportati come hanno spesso fatto nella loro storia, cioè come organo di un assetto di potere consolidato. Solo l’assolvimento di questo ruolo subalterno nei confronti della magistratura spiega perché di fronte alle migliaia di carte con tanto di date, bolli e protocolli esibite da Guido Salvini, si sia limitato a chiudere gli occhi e tapparsi la bocca.
Un silenzio compatto e lugubre. La prorompente sensazione della voglia di troncare e sopire, sopire e troncare.
Questo clima appiccicaticcio e untuoso merita di essere verificato empiricamente.Ma non sembra lontano dalla verità dal momento che ha fatto ritrovare la mansuetudine del “volemose bene”, se non proprio la concordia, tra giornalini e giornaloni. Da “la Repubblica” al “Fatto Quotidiano”, dal “Corriere della Sera” a “La Stampa”, dai molti svolazzi del gruppo Riffeser-Monti e ai numerosi e inconsolabili coriandoli del declinante salvinismo (“La Verità”, “Libero”, “il Giornale” ecc.),è un coro irrefrenabile a pendere dalle labbra dei giudici.Per faverne un’idea basta sorbirsi le reverenzialissime cronache di Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano.
Che cosa si sta provando a non vedere e, peggio ancora, a sospingere sotto gli zerbini di diverso da un’innocua polvere di stelle?
Si tratta delle responsabilità (se non si vogliono chiamare colpe) del funzionamento disastroso della magistratura italiana.
In lunghi e numerosi capitoli Salvini e Sceresini ne hanno fatto un loro personalissimo assemblaggio. Le hanno,infatti, identificate nella mancata e tempestiva scoperta – da parte delle Procure di Milano e di Venezia –dei non improbabili autori o collaboratori dell’eccidio pre-natalizio di mezzo secolo fa.
Autori, ispiratori, testimoni dell’eccidio di Milano ora sono diventati tutti irraggiun gibili, per la semplice ragione che sono venuti a mancare. Ma per quelli che erano vivi e vegeti, e per quei pochissimi che lo sono ancora,è urgente che il ministro Alfonso Bonafede si attivi per verificare i sospetti, e le accuse, per cui nessuno ha ritenuto valesse la pena di interrogarli.Si tratta di verificare ciò di cui di cui si era fatto mentore, e ribadisce ora nel volume appena pubblicato, quel Cireneo del giudice Salvini.
Per mille fili, e testimonianze, i neo-fascisti veneti avrebbero costituito una rete terroristica, accumulato bombe ed armi.Hanno programmato ed eseguito attentati che nel libro sono puntualmente elencati. Ciò malgrado, i lettori sono messi di fronte a qualcosa di incredibile e sconvolgente: cioè al fatto che mai la Procura di Milano avrebbe voluto assoggettarli ad indagini o verifiche.
Pino Romanin e il vice comandante del Sid generale Gianadelio Maletti ( che dà il numero e addirittura formula i nomi di 2 dei 4 eversori implicati nella strage pre-natalizia del 1969), nell’aprile 2012 riceveranno la manna della richiesta di archiviazione, grazie al fatto che la Procura di Milano non avrebbe svolto alcuna attività inquirente. Può essere che Salvini sbagli, ricordi male,ma se avesse ragione il Gurdasigilli Bonafede deve rendersi conto che il paese non ha alcuna sicurezza, Non si vogliono , eseguire criminali e eversori.
Un altro episodio è destinato a provocare un’impressione non facile da metabolizzare. Né sul film in cui l’agenzia investigativa di Tom Ponzi (insostituibile per la conoscenza di quanto avvenuto presso la vicenda della Banca dell’Agricoltura) ha riversato le bobine relative a Piazza Fontana;né sul materiale esplosivo impiegato nell’atten tato,sarebbero state predisposti congrui accertamenti.
Per inesperienza? inerzia? o pura inettitudine? Questa asserita omissione è molto strana e suona quasi incredibile allo stesso Salvini che scrive: “in un processo per strage dovrebbe essere la prima preoccupazione degli inquirenti… in Procura non si affaccia nemmeno l’idea, né nel corso del processo di primo grado né nel lungo periodo di stasi tra il primo grado e l’Appello, di disporre una consulenza esplosivistica che sia in grado di contrastare, e non sarebbe difficile, i dubbi inseriti dai consulenti delle difese… Non farlo, almeno in vista del processo d’Appello, comportava il rischio che la Corte decidesse solo sulle basi della consulenza della difesa, dubbia e certo di parte, e si adeguasse alla sua ricostruzione. E così è successo” (pp. 407-410).
Non solo non si sarebbe avuta fretta, ma non ci sarebbe curati di attivare, e accelerare, le procedure per assicurare alla giustizia il terrorismo.
“In Procura non si sono accorti, per disinteresse dei capi e inesperienza dei sostituti, che un processo complesso come quello di piazza Fontana non è mai finito, certo non con il primo grado, che i faldoni non possono finire dimenticati in cima a un armadio. Non si accorgono che l’indagine è un organismo vivente, che va sempre coltivata e rafforzata nei passaggi dove gli argomenti, anche solo suggestivi, delle difese possono avere più presa e presto o tardi fare breccia e creare dubbi. Soprattutto nei gradi di Appello dove i giudici, che non hanno sentito i testimoni, decidono perlopiù sulle carte” (pp.36-37).
Di qui quello che nel volume pubblicato da un editore( ChiareLettere) coraggioso come Lorenzo Fazio viene chiamato” il silenzioso abbandono dell’inchiesta” da parte della Procura di Milano.
Questa è la tesi che il ministro Bonafede deve sapere sottoporre a verifica.Come un filo rosso si dipana per circa 600 pagine. Lo spazio così ampiamente occupato non è una forma di allungamento del brodo. Corrisponde, invece, all’accumularsi di fatti, fonti, numeri, ricevute ecc. nelle mani dell’inquirente e del giornalista.
Sono le armi con cui un magistrato è tenuto a lavorare quando la sua narrazione ha per obiettivo di ricostruire un contesto storico e mettere a posto ogni tassello (che in queste vicende sono spesso bombe e cadaveri).
A Salvini sono servite per un’incombenza che non si aspettava. Per lunghi anni, infatti, dichiara di essersi dovuto difendere dal “fuoco amico”, cioè dalle accuse, insinuazioni, trame dei propri compagni d’ufficio, cioè dei magistrati.
Non sappiamo se,invece, si tratti di invidie, gelosie, ego ingigantiti dal diverso successo avuto dalle rispettive indagini. Tra i magistrati ,come tra i politici e i professionisti, non sono stati d’animo rarissimi.
Questa vicenda – semplicemente devastante per chi ha qualche fiducia nella giustizia e nelle verità – è al centro del terzo capitolo intitolato “La guerra tra magistrati”. Ecco, di seguito, alcune delle imputazioni a carico del giudice istruttore di Milano nelle quali suoi carissimi colleghi si sarebbero prodigati.
La Procura di Venezia, per mano di Felice Casson, si premurò di aprire un’indagine per abuso d’ufficio e ben due procedimenti presso il Csm (uno di carattere disciplinare e uno per incompatibilità ambientale).
Questo forte interessamento durò 6 anni (dal 1995 al 2001). Ed ha avuto un triplice esito.
Uno molto positivo per Salvini che viene assolto, allora e anche successivamente, da tutti i capi d’imputazione di cui è stato fatto oggetto. Ma uno straordinariamente negativo per piazza Fontana la cui inchiesta non riesce ad arrivare in porto. Ed un terzo, infine, che suona come uno scacco matto per Casson.
Infatti, grazie all’inchiesta di Salvini si rivela semplicemente infondata la sua tesi (l’equazione Gladio-Peteano e Gladio-stragi), cioè che fosse nella disponibilità di Ordine nuovo o di altri gruppi eversivi (che l’avrebbero usato per le stragi) l’esplosivo in dotazione di Gladio.
Questo refrain è stato il moltiplicatore (accuratamente curato) della grande visibilità e della successiva carriera politica (nelle accoglienti fila del Pd) del magistrato veneziano e di quello milanese Gerardo D’Ambrosio.
Dai numerosi e defatiganti processi intentatogli dal Csm, Guido Salvini è stato assolto.
Sono evaporate come neve al sole, interamente infondate (e temerarie se non persecutorie) tutte le accuse e i sospetti che gli sono state rivolti.
Ad essi ha pagato un tributo:quello di essere stato ridotto all’immagine di un appestato e di un visionario che ha subito per qualche tempo gli imbonimenti di qualche spregiudicato consulente.
E’ personale, ma dà la misura della sofferenza vissuta, l’impressione scaturitane di essere percepito dall’opinione pubblica addirittura come un responsabile della stessa strage di piazza Fontana.
Salvini ha rivelato da subito il suo grave e odiosissimo limite antropologico: nel contrastare il potere, anzi i poteri (compresi quelli interdittivi, dilatori e discriminatori di toghe ed ermellini), era stato, ed è, di una pasta diversa. Non si piega, non si ammannisce, non si lascia ricattare e neanche incantare.
Malgrado quella ch appare una non eccelsa efficienza e interesse della Procura del capoluogo lombardo che dice di avere constatato, è riuscito a fare luce sullo stragismo dei neofascisti veneti.
Mi riferisco alle stesse modalità degli attentati dell’8-9 agosto 1969, dell’esplosivo in dotazione al gruppo padovano, del ruolo di Ivan Biondo (che sarà cooptato nei ruoli della stessa magistratura) nei predetti attentati ai treni, dell’attentato del 15 aprile 1969 al rettorato dell’Università di Padova, degli attentati del 25 aprile a Milano, dei tre attentati del 12 maggio 1969 a Roma e a Torino, del progetto di avvelenamento di un acquedotto mediante cianuro, del nascondiglio padovano di via dell’Arco (per le armi e gli esplosivi), e della tentata strage di Prato della Valle ecc.
A questo punto la prospettiva si sposta. Spetta al ministro della Giustizia, Alfonso Buonafede, leggere e schedare minuziosamente questo volume e far lavorare alacremente gli uffici ministeriali. Si deve venire a capo delle numerose archiviazioni che hanno fatto seguito alle richieste sia di Salvini sia del difensore dei parenti delle vittime avv. Federico Sinicato (nel settembre 2009) stimolato dai conturbanti racconti di Casalini.
Ci si chiede ragionevolmente: come mai non si è voluto andare a fondo e a scoprire tempestivamente il luogo in cui era depositata la santabarbara dei gruppi eversivi padovani e mestrini?
Eppure un testimone, Livio Iuculano, nell’agosto 1969 (cioè molti mesi prima della strage del 12 dicembre) aveva riferito ai magistrati dell’esistenza del casolare di Paese. A rinvenire il sito, solo nel 2011, sarà un prezioso funzionario come l’ispettore della Procura di Brescia Michele Cacioppo .
Quali arti, tecniche, metodologie, attrezzature, know how impiegò Cacioppo per rintracciare il deposito di armi dei terroristi?
La spiegazione fornita da Salvini e Sceresini ha qualcosa di paradossale: “lo rintracciò perché si era messo a fare quello che avrebbero dovuto fare i magistrati della Procura milanese e che non fecero mai: studiare i primi processi, a cominciare da quello di Catanzaro (di cui pure avevano acquisito le carte, senza mai consultarle). La prova decisiva stava lì, negli assegni e nell’agenda di Ventura, dove vengono nominati appunto Digilio e Paese. Il casolare però non è mai arrivato al processo”.
Sarebbe la stessa sorte, se non si vuole dire maledizione, che ha colpito il tecnico di fiducia di Franco Freda (l’elettrauto di Badia Polesine, Ugo Cavicchioni, uno degli uomini chiave della cellula padovana) e addirittura l’autista del commando che andò a compiere la strage presso la questura di Milano (l’ordinovista mestrino Giampietro Mariga).
Di costui da tempo si sapeva dove abitava, il suo numero era sull’elenco telefonico, si sapeva cosa chiedergli ecc. Ma lasciato scorrere inerzialmente il tempo, nel marzo 1998 si fece solo in tempo a constatare il suo suicidio.
Lo stesso discorso vale per il padovano Biondo.Legato a Freda, per oltre sei anni è’ riparato in Spagna,dove erano confluiti Toniolo, Pozzan e altri.Ma nel 1979 è tornato in patria ed è stato reclutato nelle fila della magistratura dove l’aveva preceduto il padre. Una vita ed una pensione tranquilla,senza disturbi, dal momento che raggiungere la Spagna non è un reato.
Salvini dedica alla vicenda pagine grondanti incredulità e sconcerto.

Va precisato che anche questi ultimi episodi che ho citato sono opinioni provenienti dai documenti citati dagli autori del volume di Chiarelettere.
Non può sfuggire ai lettori e neanche ai magistrati di Milano e ai funzionari del Ministero della Giustizia che, se fossero fondate, saremmo in presenza non solo di una colossale inefficienza, ma anche di una mancanza grave e pericolosa, cioè di omissioni di atti fondamentali per assicurare un po’ di sicurezza e qualche scampolo di verità ai cittadini.

Salvatore Sechi

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