martedì, 4 Agosto, 2020

Piazze e cultura di governo

0

Caro Mauro, una volta per contrastare i ritardi, e anche la decrepitezza, dei partiti si tessevano le lodi della società civile. Era il richiamo ai non professionisti della politica, cioè imprenditori, docenti universitari, tecnici ed esperti altamente specializzati. Ad essi Dc, Pci e Psi lastricarono l’accesso lungo tutta la catena della rappresentanza istituzionale, cioè dai Comuni fino al parlamento. Il Pci pensò di garantirne l’autonomia creando il gruppo dei cd Indipendenti di sinistra.

Col tempo ci si è resi conto che la società civile (dove vigoreggia l’evasione fiscale e forme di lavoro salariato di basso livello) non può essere concepita, e tantomeno brandita, come un’alternativa al mondo della politica, perché l’una è l’ombra, la proiezione, dell’altra. Comuni sono i difetti. che bloccano o fanno ritardare i processi decisionali.
E’ nata così l’esigenza,in cui si sono distinti i socialisti, di riformare il sistema istituzionale, agendo sul sistema elettorale e sugli stessi “rami alti” dell’assetto costituzionale dei poteri. Si sono visti all’opera vecchi e nuovi conservatori, cioè democristiani e comunisti. Il loro interesse è sempre stato di non toccare nessun elemento dell’edificio costituzionale identificandolo in tutto e per tutto in una sorta di armatura predisposta principalmente per  esorcizzare il complesso del tiranno.

Nacque da questa cultura  di stabilizzazione dell’esistente l’accusa di decisionismo e, con sempre minore discrezione lessicale, di deriva autoritaria, se non di fascismo vero e proprio nei confronti della  proposta  del Psi.
Elaborata da Giuliano Amato, puntava a privilegia re la vocazione maggioritaria, correggendo il regime proporzionale del voto, e instaurare un sistema presidenzialistico. Contestualmente rafforzava   i poteri delle due Camere  e lasciava grandi varchi ai referendum e ai movimenti dal basso in modo da riequilibrare l’intero sistema.
Invece, alla Dc e al PCI piaceva un sistema di poteri a testa multipla, neutralizzante, mediatorio, fondato sul compromesso permanente, come quello in vigore fino al 1994.
Non molto è cambiato nella sostanza rispetto alla Prima Repubblica. Per prendere una qualunque decisione bisogna cooptare sempre la minoranza (o opposizione che dir si voglia). La democrazia praticata si identifica, quindi, col progressivo annullamento o la progressiva evaporazione del principio di maggioranza Lo si vede  rottamare ogni giorno alla  ricerca  di un consenso sempre più allargato.

Il risultato è stato, e continua ad essere, che in questo modo gli atti di governo diventano inapplicabili perché sono privi di un orientamento prioritario, prevalente. La legislazione non è più un fiume che corre verso la foce,ma un insieme di torrenti, flussi, rigagnoli  che sparpagliano, e devia no, la direzione  di marcia.
Ancora oggi quando si è rilevata questa conseguenza della prassi consensualistica e irresponsabile (connessa al regime elettorale proporzionale che lascia gli eletti liberi di rispettare o capovolgere qualunque intesa) si è gridato al  decisionismo. Neanche nel Pd nessuno osa affrontare questo tema che comporta – dalla segreteria Veltroni in avanti – la ricerca dei meccanismi più efficaci per  rafforzare la vocazione maggioritaria delle elezioni.

Ho citato questo esempio perché i nuovi movimenti non possono essere esaltati, e sostenuti, senza metterli di fronte alla necessità di ripensare strutturalmente il nostro assetto dei poteri.
Le piazze delle città che si riempiono di una folla straordinaria  in queste settimane segnalano la coscienza diffusa della deriva autoritaria insita nel successi di Salvini  e la volontà di opporre una resistenza popolare di massa.
Sono,dunque,benvenute. Ma una volta arginato il salvinismo, governare non significa più fare “largo ai giovani e  riempire le strade. Comporta essere muniti di competenze e di proposte innovative perché la politica presuppone conoscenze, profes sionalità, tecniche operative ecc. in cui giovani e meno giovani possono liberamente competere e ritrovarsi.

Abbiamo sotto gli occhi il naufragio del movimento Cinque Stelle. La mancanza di una cultura di governo negli eletti ha determinato il loro fallimento. Una volta arrivati al governo  Di Maio e i suoi sostenitori si sono limitati a impossessarsi di ogni possibile ministero e comitato fino a rendersi conto di non sapere dove mettere le mani per la sovrabbondante ignoranza istituzionale che li caratterizza.
Disponevano di una maggioranza parlamentare e si sono fatti imporre ogni decisione e ogni priorità da  chi  aveva molti meno eletti  come la Lega.
La più plateale libidine di potere è stata manifestata da Di Maio. Non si è mai visto, se non nelle satrapie orientali, che un deputato potesse cumulare nelle proprie mani  il comando del movimento, la vicepresidenza del Consiglio   e due  ministeri-chiave come lo sviluppo economico e il lavoro.
Con quali risultati lo si è visto quando dopo 14 mesi i Cinque Stelle hanno perso il 50% dei voti  (cioè 5-6 milioni di voti),hanno consensi umbratili nelle regioni e nelle città. E al Ministero degli Esteri, dove Di Maio ha voluto  infilarsi come un super-ministro, le spese per potere fare fronte a  competenze che non possiede, rischiano di metterlo all’asta. Sarebbe,invece, opportuno disfarsi di Di Maio, che è un irrimediabile perdente
Occorre rendersi conto che governare esige non solo sognare il cambiamento, ma disporre-anche personalmente- di competenze specialistiche,  cioè una grande cultura economica, amministrativa, finanziaria, ambientalistica ecc.
In  nessuna delle città in cui le “sardine” sono spiaggiate è stato messo a punto un programma che insieme alle riforme indichi  le soluzioni,  chi ha titolo per gestirle e le spese, cioè da quale parte del bilancio dello Stato prendere i soldi.
In un paese dove una colossale inettitudine politica
ha portato a costruire dentro una città (Taranto) uno dei più grandi impianti siderurgici a ciclo integrale d’Europa, e dove (come è successo a Venezia) si pensa di arginare l’acqua alta e salata con un micidiale marchingegno ingegneristico (il Mose) mai sperimentato da nessuna parte (e che quindi potrebbe essere  un insuccesso), i progetti di trasformazione debbono cominciare ad essere realistici, cioè fattibili, verificabili. In altre parole, i meno incerti e vaghi possibile.
Non mi pare decoroso coccolare le “sardine”, quando è indispensabile creare centri universitari e scuole di specializzazione in cui i giovani possano munirsi non del mito, ma degli strumenti,del buongoverno.

Salvatore Sechi 

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply