giovedì, 21 Novembre, 2019

Piccole note a margine sulla legge elettorale

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Si è parlato piuttosto ampiamente della nuova legge elettorale: il Rosatellum (II). Ne sono stati sottolineati gli evidenti limiti, che la rendono, nel merito, una pessima legge. La quale (ancora una volta, verrebbe da dire) non mette al primo posto gli elettori, i cittadini. Ma, pare più pensata per chi l’ha fatta, rispetto a chi la deve usare.
Una delle “scriminanti” per essa, fu individuata nel fatto di essere migliore della precedente: il Porcelluma di berlusconiana memoria. Il quale non pochi guai ha prodotto alla democrazia e alla qualità politica del nostro paese; non avendo certo bisogno di esaltare ancor di più il lato dell’appartenenza politica, al fine di essere eletti in Parlamento, rispetto alla tanto ricercata (e richiesta) competenza. Senza contare i disastri di un sistema elettorale che “de-territorializzava” il rapporto eletto elettore, rendendolo puramente formale.
Il tutto giocato su un piano inclinato, quanto distorto, che vedeva, da una parte, e per le elezioni locali, sistemi con la preferenza, contrapposti ad un uno nazionale, a liste bloccate. Con il naturale risultato che i partiti perdevano ogni capacità di “guida” nei confronti delle federazioni locali. Anzi, la piramide, in un certo senso si rovesciava, con gli esponenti nazionali “costretti” a stare alle logiche territoriali, non di rado clientelari.
Non si sa, e lo si crede poco, che il Rosatellum sia la risposta sensata a tutto questo. Di certo, è un compromesso al ribasso, frutto di accordi volti, ovviamente, alla sopravvivenza di chi li ha fatti. Ed anticipato da un dibattito oggettivamente anemico, su un argomento di vitale importanza.
Eppure, quella sulla legge elettorale, non è solo una questione “tecnica”, ma anche culturale. E che lo sia, bastava vedere i danni provocati dal Porcellum per capirlo.
Ma, non abbiamo sentito vibrare in parlamento alti discorsi sull’argomento. E questo, il Rosatellum, ne è il risultato.
Gli accordi, le alleanze, e gli apparentamenti politici che ne stanno derivando, portano a fare una piccola riflessione.
In Italia guai a parlare di uninominale. Tranne i radicali, e qualche isolata voce sparsa trasversalmente nelle altre compagini politiche, è un discorso che mai è stato approfondito. Ed anche quando abbiamo introdotto il Mattarellum, ci siamo guadati bene dal renderlo “puro”. Anzi, infondendo in esso dosi di rappresentatività (leggi proporzionale), lo si è relegato nell’ambito delle leggi instabili.
In questo periodo di movimenti elettorali, dovuti all’avvicinarsi delle elezioni politiche, tutti cercano di “massimizzare”. Tradotto, cecano posti (anche legittimamente, per carità).
Molte delle liste costruite intorno al partito (o ai partiti) maggiore, ed in alleanza con esso, sanno che difficilmente raggiungeranno il quorum per avere loro candidati eletti nel proporzionale.
Cercheranno, quindi, spazio nelle liste dei grandi partiti, che possono assicurare un’elezione, altrimenti impossibile, con candidature nei collegi uninominali, più o meno blindati.
Allora, viene da dire, ci si è lamentati che l’uninominale non garantirebbe la “giusta” rappresentatività; che con esso sarebbero sparite le sensibilità politiche, comprese storie certo importanti, ed ora non si è arrivati nient’altro che allo stesso risultato di fatto, senza però i benefici di un sistema chiaro come l’uninominale.
I partiti più grandi, infondo, non fanno altro che concedere un diritto di tribuna. Cosa che è sempre possibile anche in regime di uninominale.
Ma, forse, il problema sta a monte: ovvero, nella mancanza totale di dibattito su un tema di importanza fondamentale per una virtuosa vita democratica.
Si continua a vivacchiare. Come l’Italia, del resto. Perché tutti già sanno che, chiuse le urne, difficilmente ci sarà un vincitore.

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