mercoledì, 3 Giugno, 2020

Piena occupazione o flexsecurity?

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Marco Veronese Passarella, ricercatore presso l’Università di Leeds, sostiene che nella contrapposizione “welfare o barbarie” la congiunzione “o” si stia tramutando in una “copulativa positiva ‘e’”, a causa del processo di integrazione nel mercato mondiale delle economie nazionali. Passarella, in “Welfare, mercato e piano. Critica del paradigma liberoscambista” (Ragion Pratica, n.42/2914), sostiene infatti che a causa della globalizzazione, la soluzione della contrapposizione originaria (welfare o barbarie) non debba essere intesa nel senso di un lento azzeramento del primo termine a vantaggio del secondo; ma vada piuttosto considerata nel senso di una sua “profonda ridefinizione, in termini ad un tempo ‘universalistici’ e ‘minimalisti’, formulata sulla base dei rapporti sociali emersi dalla crisi degli anni Settanta e dai conseguenti processi di ristrutturazione produttiva degli anni Ottanta e Novanta”: in altre parole, vada considerata come riduzione del welfare a “sussidio residuale” sufficiente a “colmare la differenza tra redditi da lavoro salariato precario e soglia minima di sussistenza”. Per Passarella, è questa la “fosca prospettiva che si para all’orizzonte” per le classi lavoratrici italiane ed europee.

Di fronte a questa prospettiva, secondo il ricercatore dell’Università di Leeds s’impone la necessità di una “critica radicale all’accettazione incondizionata, a tratti apologetica, delle dinamiche di mondializzazione capitalistica e dell’agenda neoliberista e liberoscambista che ne costituisce la sovrastruttura ideologica”; ciò e tanto più necessario, in considerazione del fatto che la “fosca prospettiva” è condivisa in Italia dagli intellettuali e dalle organizzazioni eredi del movimento operaio, ancor più delle forze conservatrici. Il superamento di questa impasse impone la prefigurazione di “una diversa forma di organizzazione economica e sociale che recuperi ed aggiorni lo strumento della pianificazione economica quale alternativa alle dinamiche caotiche del mercato e, al contempo, quale prefigurazione di una società altra”.

A tal fine, occorre evitare che la sostituzione del “vecchio welfare”, con una sicurezza sociale basata su prestazioni pubbliche universalistiche e minimaliste, come contropartita alla flessibilizzazione del mercato del lavoro (flexicurity) e realizzata con l’introduzione di forme di reddito garantito che, “sia sul piano della sostenibilità finanziaria, che su quello della ‘progressività sociale’”, presentano aspetti tanto problematici da lasciare fondatamente prevedere una loro sostanziale inefficacia. Questa idea, che per Passarella ammalia anche le forze della sinistra radicale, prevede l’erogazione di un reddito di base incondizionato, o reddito di cittadinanza.

Esso però, sempre secondo Passarella, in un contesto di elevata flessibilità del mercato del lavoro, di debolezza delle organizzazioni sindacali e di fragilità finanziaria degli Stati, solleva tre ordini di perplessità: due di natura economico-politica ed una di natura filosofico-sociale. Il primo ordine di perplessità riguarda le “possibilità di copertura finanziaria di tale provvedimento”; il secondo è riconducibile all’“effetto Speenhamland” (località in cui è stata stabilita la legislazione su poveri nell’Inghilterra del XIX secolo), implicante il rischio che l’“erogazione benintenzionata di un ‘sussidio’”, che consente alle attività produttive di pagare salari più bassi, trascini al ribasso l’intera struttura dei salari, ritrasformando i “lavoratori in mendicanti” e consentendo alle attività produttive di appropriarsi di una maggior quota del prodotto sociale netto. A parere di Passarella, esiste poi un terzo ordine di perplessità, di natura filosofico-sociale, dovuto al fatto che lo scambio tra reddito garantito e precarietà lavorativa (per consentire la flessibilità del mercato del lavoro) è destinato ad eliminare ogni “residuo” di potere operaio, degradando e marginalizzando vieppiù la forza lavoro e rafforzando la divisione in classi della società capitalistica.

Che fare allora, per porre rimedio allo svuotamento del vecchio welfare? Secondo Passarella, esiste un’alternativa alla flexicurity imposta dalla mondializzazione dell’economia nazionale; essa è perseguibile con il “riconoscimento del ruolo della spesa pubblica quale surrogato necessario della spesa privata carente e del ruolo della politica monetaria quale fattore chiave nella determinazione degli spazi di agibilità finanziaria”, in cui lo Stato italiano dovrebbe “impegnarsi direttamente nella produzione di quei beni di base in cui maggiori sono i ‘fallimenti di mercato’ e che devono, anche in uno contesto capitalistico essere sottratti alla logica dell’accumulazione privata”. Si tratta di riprendere, ripensare ed ampliare, quell’insieme di procedure di programmazione e pianificazione che il Paese ha già sperimentato, con l’obiettivo immediato di perseguire una “piena e buona occupazione”, anche attraverso politiche di riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, per azzerare tendenzialmente il tasso di disoccupazione involontaria.

L’alternativa prospettata, secondo lo stesso Passarella, presenta però due vincoli: uno di ordine interno, l’altro di ordine esterno. Quello interno riflette l’incompatibilità politica tra l’influenza dei poteri economici sul mercato e il pieno impiego della forza lavoro, la cui rimozione presuppone “uno spostamento duraturo nei rapporti di forza tra classi sociali a favore dei salariati”; il vincolo esterno riflette, invece, la “messa in discussione” della permanenza del Paese all’interno dell’unione valutaria e dello stesso mercato comune. Da quest’ultimo punto di vista, considerate le difficoltà che si oppongono alla riforma dei trattati comunitari ed alla fuoriuscita dall’euro, Passarella giudica che la soluzione più auspicabile per i lavoratori, ma anche per le attività produttive, sarebbe una politica coordinata d’intervento “guidata dai paesi forti dell’Area euro”. Essa garantirebbe, oltre al riassorbimento degli squilibri delle bilance dei pagamenti dei paesi in deficit, anche il rilancio della domanda interna europea, nonché la democratizzazione delle decisioni comunitarie.

Se però una simile politica comunitaria tardasse a venire, la decisione di fuoriuscire dall’euro “potrebbe diventare obbligatoria”; in questo caso, l’“impatto concreto dello sganciamento valutario sulle condizioni materiali delle classi lavoratrici italiane … dipenderebbe … dalla loro capacità di imporre nell’agenda politica una rimessa in discussione dei dogmi liberoscambisti”. Come dire: se i Paesi più forti dell’area comunitaria dovessero accettare di realizzare una politica economica per un’alternativa alla barbarie della flexicurity, l’Italia potrebbe restare nell’eurozona; altrimenti non resterebbe che uscire dall’euro e cambiare il sistema dell’economia di mercato. La tesi è trita e stantia per essere condivisa, anche perché la posizione ideologica di Passarella gli impedisce di cogliere le implicazioni innovative, e per certi versi rivoluzionarie, di una riforma del welfare, fondata però sull’introduzione del reddito di cittadinanza.

Su questa forma di reddito, Passarella ha idee che riflettono le critiche da sempre evocate dalle forze più conservatrici e ideologicamente “fedeli” al paradigma “laissezfairista”. Egli infatti non condivide le possibilità innovative connesse all’introduzione del reddito di cittadinanza, in quanto considera quest’ultimo una tra le molte forme di sussidio previste dall’attuale sistema di protezione sociale; in realtà, il reddito di cittadinanza assume il suo specifico significato di misura innovativa, sul piano economico-politico e su quello filosofico-sociale, solo se considerato come alternativa al sistema di welfare attuale, fondata su una rifondazione del complesso e caotico sistema previdenziale ed assistenziale vigente.

La prospettiva di una rifondazione del welfare attuale dovrebbe essere accettata da quanti condividono le idee di Passarella anche in relazione al fatto che, mentre l’introduzione del reddito di cittadinanza incondizionato sta trovando un crescente consenso a livello dei Paesi più forti dell’area comunitaria, l’idea dell’adozione di un piano che preveda il perseguimento della piena occupazione andrebbe incontro, non solo alle difficoltà d’essere accolto per via della rinuncia ad ogni forma di flessibilità del mercato del lavoro, ma anche a quelle di trovare la convergenza delle forze sociali necessarie per il perseguimento di un obiettivo tanto impegnativo, qual è il pieno impiego di tutta la forza lavoro; la sua realizzabilità può essere immaginata possibile solo sulla base di una mera ipotesi di scuola, delle stessa natura di quella che assume possibile, nelle condizioni attuali, “un’alternativa di sistema” per la realizzazione di “una società altra”.

Gianfranco Sabattini

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