venerdì, 20 Settembre, 2019

PIT STOP PER IL RENZELLUM

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Renzellum

La strada non era così liscia come la si voleva far apparire. Andiamo ai fatti: innanzitutto, il giovane Renzi aveva promesso che il dibattito alla Camera si sarebbe concluso entro questa settimana. Così potrebbe non essere, visto che si registra la prima battuta d’arresto in commissione e in Aula ci arriverà solo giovedì anche se non si riuscisse a raggiungere un accordo preventivo. Uno stop che pesa ancor più dopo che il neosegretario democratico era riuscito a “convincere” i suoi a ritirare i tanti emendamenti che avrebbero allungato la marcia e, i più insidiosi, messo a repentaglio l’intero piano.

Lo schema è sempre lo stesso: così o così. Anzi, Renzi si è spinto oltre tornando a minacciare i suoi di fare nomi e cognomi dei responsabili del fallimento del ‘cambiamento’. Di fronte alla minaccia di rimanere con il cerino in mano, i suoi hanno fatto una retromarcia quantomeno ‘tecnica’. Ma, in tanti pensano che si aspetti solo l’occasione del voto segreto per bloccare il piano dell’Italia che ha in mente il sindaco di Firenze. Un piano che, dopo aver rimesso in carreggiata il Cavaliere, promette di consegnare all’Italia un altro ventennio.

Tanto che, Re Giorgio, fa sentire ufficiosamente la sua voce dal Colle: il premio del 18 per cento è troppo alto, più della metà dei voti dell’eventuale vincente. A placare i bollenti spiriti del sindaco di Firenze sono intervenuti anche i giudici della Corte Costituzionale che Matteo, invece di ascoltare, ha deciso di bollare come “estremisti di sinistra”, proprio come ha sempre sostenuto Berlusconi.

«Le argomentazioni che vengono proposte dai costituzionalisti sono assolutamente ragionevoli e davvero mi dispiace che Renzi, invece di rispondere nel merito, accusi le biografie» commenta il capogruppo di SEL alla Camera, Germano Migliore.

«Renzi sta gestendo la situazione davvero con grande paura» dice Migliore rispetto alla questione della legge elettorale, e analizza: «Mi sembra che Renzi stia, nei fatti, stravolgendo il senso del suo messaggio quando diceva non si deve avere paura: è stato il cavallo di battaglia della sua innovazione, ma ora sembra che il segretario del PD abbia paura un po’ di tutto. Paura delle presunte trappole, paura della discussione in Parlamento, paura degli emendamenti del suo stesso partito».

E già, perché se il testo non viene ancora licenziato dalla Commissione per approdare alla discussione in Aula, un motivo ci dovrà pur essere. «Si era detto che si cercava una maggioranza parlamentare, non che l’unico interlocutore dovesse essere Berlusconi» ricorda Migliore.

Il capogruppo di SEL, infatti, sottolinea che «Renzi ha fatto sicuramente una cosa molto positiva dicendo che le regole vanno scritte con l’opposizione e ha fatto bene ad interloquire con Berlusconi. Questo, però, non significa sottostare ai diktat di Forza Italia».

Insomma, per Renzi sembra proprio che il gioco del cerino si stia rivelando molto pericoloso: «Ha cercato di forzare la mano, ma se si tira troppo la corda, poi si spezza», dice Migliore.

E, proprio il Cav ringrazia il suo giovane interlocutore privilegiato: chiuso nella ridotta di Palazzo Grazioli, Berlusconi era ormai finito. Condannato, quasi incandidabile, in attesa dei servizi sociali. Ma ecco che Renzi, pur di bypassare i suoi compagni di partito, lo rispolvera e, in una mossa sola, gli riconsegna la scena, ma, soprattutto, le chiavi della trattativa sulla riforma più delicata per il Paese.

È proprio il Cavaliere, adesso, a trovarsi nella situazione più comoda: forte del famoso “accordellum” del Nazareno, gioca con falchi e colombe costringendo il Pd o ad accettare una legge ritagliata su misura di FI, o a fallire miseramente nel suo tanto annunciato progetto di riforma, dimostrando assoluta incapacità. Guida la macchina, insomma. Anzi, dà ordini comodamente seduto sul sedile posteriore addossando ad altri l’eventuale responsabilità degli incidenti. E, dall’opposizione, può persino criticare lo stile di guida.

Intanto, i capigruppo dei piccoli gruppi di maggioranza e opposizione hanno chiesto alla presidente della Camera, Laura Boldrini, di garantire un tempo di esame della riforma del voto non «condizionato dal ‘totem’ della calendarizzazione entro il mese di gennaio solo per consentire il contingentamento dei tempi di discussione nel mese di febbraio». Per i capigruppo, infatti, «non può essere immaginabile la strozzatura di un dibattito che di ben altre attenzioni e profondità di valutazione deve disporre che non la manciata di ore recuperabili dai ritagli di giornata lasciati dall’impegno dell’Assemblea e delle ore notturne».

Su tutto aleggia l’appuntamento elettorale delle europee. Un appuntamento che, a sinistra, si porta dietro l’infinito dibattito circa l’adesione al PSE del PD, ma anche di SEL «Tempo fa abbiamo avanzato una richiesta di adesione al PSE alla quale lo stesso PSE ha risposto molto in ritardo» ha detto Migliore. Rispetto all’appuntamento con le urne di maggio, secondo il capogruppo di SEL «c’è una discussione in corso nel partito che vede prevalere, per le europee, l’appoggio al candidato Tsipras» pur «mantenendo la collocazione nell’area di quel campo politico e culturale che è il PSE» che, però – continua Migliore – «non può essere né esclusivo né considerato immodificabile».

Roberto Capocelli

 

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