martedì, 25 Giugno, 2019

Poesia. “Quannu te cunta ‘u core”, e dice grandi verità

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RACALE (Le) – “Pija jentu ca fusce / l’acqua te quannu chiove / pija ‘u focu ca scarfa i focaliri / pija munti e rubini / liàndri e viole / ‘ndori de rose e gelsumini…”.  Che cos’è mai di dialetto se non la prima lingua, quella che succhiamo col latte materno? Quella che ci dà un’identità, l’appartenenza, una memoria condivisa, un’affabulazione stratificata, solide radici per non annegare nel mare del relativismo culturale, che compone il nostro dna magno-greco, da eredi della Polis (e dell’Urbe)?

“E ‘rria poi ddhu giurnu. Ca sempre ‘rria. Se spiccia l’aria, se chiude ‘u munnu comu sia ca è mortu…”.

Elementi senza i quali non siamo nulla, solo volgare pulviscolo che vaga inquieto nel cosmo, plancton insignificante centrifugato nelle galassie, senza storia, passato, futuro?

“…e gg’era spicciare, no ? / ‘sta caminata longa / intr’u core. / ‘Nna caminata lenta / tantu pè fare./ Te lassu i passi mei / ormai luntani…”.

Il dialetto è una lingua ricca di fonemi talvolta intraducibili, che trasfigurano sentimenti, emozioni, passioni, narrano storie e vite, etos ed epos.

“Nù ll’hai capire / ‘u bene ca te oiu / ‘stu bene cranne e forte…”.

E non per niente i grandi poeti ne hanno colto la profondità semantica e dialettica elevandola a dignità di lessico quotidiano con le loro opere immortali. Il Belli e Trilussa ieri, Pasolini e Camilleri oggi, solo per citarne qualcuno.

Sapevano che una cosa può essere detta solo da un termine dialettale e solo da quello, il sinonimo italiano non lo traduce, non lo illumina d’immenso, è evasivo, reticente.

Premessa necessaria per provare a decodificare l’ultima opera poetica di Ada Garofalo (che nel 2014 ci aveva dato la deliziosa “Gallinelle e nodi. Sabbia e poesia”, Graus Editore), “Quannu te cunta ‘u core”, Musicaos editore, Neviano 2018, pp. 140, euro 14, con una sostanziosa postfazione di Luciano Pagano.

“…e poi se stuta / ‘u core / comu lanterna scura / senza vita…”.

E’ banale, ma anche riduttivo, dire che una dilatata sensibilità, unita all’autobiografia (lavoro nella Sanità, neuropsichiatria infantile e interessi vari fra cui la passione per il teatro, quindi per la parola detta dinanzi agli altri), rappresenta il sostrato estetico che regge la raccolta, divisa in quattro scomparti (“Intra i panzieri”, “Fiji mei”, “Te amore, e de malincunie”, “Diu… Nui… l’Anima”).

“Me noja stennu ddha manu / ddhu rosa delicatu / ddhu rosa risacatu / tra tantu nìuru fumu. / Luntanu de ddhu sule / te ddha ventre ca sì natu…” (dedicata a tutti i figli “di colore”.).

Quello della Garofalo è un viaggio nei sentimenti forti, mai soggetti a relativismi, né a mode effimere. In controluce si indovinano i topoi della donna mediterranea dolente e forte, lieve e tragica.

“…percè ‘a vita mia / sta ss enne ola / e ulìa ssacciu / a ddhu se ferma…”.

Il pathos di una donna del nostro tempo al crocevia della Storia, che ha conosciuto il Novecento e l’oggi ispido e inquieto, esprime una sua visione pregna di fatalismo e disincanto che la vita vissuta lascia a tutti sulla pelle e nel cuore, quello stupore infantile dinanzi al suo eterno mistero.

Francesco Greco

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