domenica, 17 Novembre, 2019

Politica democratica: evitare gli errori pregressi

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«I guai del nostro Paese derivano dall’inadeguatezza dei suoi ceti dirigenti»: questa valutazione dell’economista Michele Salvati – espressa in un editoriale del 6 ottobre 2019 – accompagna spesso i suoi interventi, combacianti con quelli di altri studiosi che esaminano la decadenza dell’Italia nell’ultimo ventennio e oltre. L’accademico Angelo Panebianco, ad esempio, fa risalire all’avvento della Seconda Repubblica questo precipitare nella scarsità di risorse dirigenziali: parla addirittura di un “diluvio” che a seguito dell’azione giudiziaria denominata “mani pulite” ha affogato tante risorse umane e organizzative portando all’annientamento dei partiti storici del centro-sinistra ma anche allo screditamento di tutti i “politicanti” ad opera di rinascenti movimenti piazzaioli-populisti. Eppure il “via tu che mi metto io” è stato spesso il motto a cui si è ridotta la predicazione “antipolitica”: presentatasi sotto il volto del radicale rinnovamento morale, in realtà puntava a sostituirsi in ogni modo – destro o maldestro – alla dirigenza precedente. Non a caso questa operazione è stata definita da Mattia Feltri su “La Stampa” del recente 2 agosto 2019 come un’azione insana mossa dalla «speranza di ricavarne un vitalizio politico» anche a costo di «demolire le garanzie costituzionali e lo Stato di diritto».

La crisi della dirigenza politica del Paese trova una delle ragioni proprio nel vuoto creatosi nel centro e nella sinistra riformista, privati forzatamente di personalità e tradizioni di grande livello. I numeri di questa politica “desaparecida” ce li fornisce una personalità insospettabile: è stato infatti Luciano Violante, prima magistrato e poi deputato della sinistra, a scrivere parole di inaudita verità in un saggio pubblicato nel giugno 2019 sulla rivista “Mondoperaio”. Su 25.400 “avvisi” emessi dalle Procure tra il 1992 e il 1994, vennero condannate 1.233 persone, meno del 5 per cento. Che fine avranno fatto gli oltre 24.000 italiani “avvisati” dalle Procure e poi prosciolti e non condannati? Quale è stato il destino umano e sociale di queste migliaia di persone trascinate coi loro partiti impropriamente nel fango della pubblica riprovazione allora furiosa? Infatti essere “avvisati”, a quel tempo significava condanna preventiva immediata. Cose sottaciute, come quelle che riguardano i condannati: con giudizi più misurati e fuori dal clima inquisitorio d’allora, molti sarebbero stati prosciolti. Al di là dei singoli casi, si può dire che il vuoto creato dall’affossamento di tante esperienze e organizzazioni è stato un danno rilevante per la nostra democrazia, che contribuisce a spiegare la carenza di qualità nella successiva vita politica.

A proposito di “qualità”, colpisce la considerazione che Pierluigi Battista esprime sul “Corriere della Sera” del 7 ottobre scorso sotto il titolo “La transumanza di deputati e senatori”. Scrive: «Nella vituperata Prima Repubblica i partiti erano forti davvero e si contavano sulle dita di una mano i casi di parlamentari che avevano cambiato schieramento; quando i partiti si sono indeboliti o addirittura squagliati, la pulsione camaleontica dei singoli non ha più argini e tutto diventa effimero. Effimeri i micropartitini nati e morti nella Seconda Repubblica a ritmo frenetico. Effimera la momentanea collocazione dei parlamentari che vanno e vengono, indossano giubbe multicolori senza dover render conto a nessuno». E poi parlavano di “rivoluzione morale”!

Non a caso il leader socialista Bettino Craxi parlava di una rivoluzione «falsa», mobilitata da un circuito mediatico-giudiziario che propagandava quella che il citato prof. Panebianco considera «la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo». Una falsità denunciata in termini tecnici anche da Carla Collicelli, vicedirettore del CENSIS: «Il periodo fino al 1992 indicato come più corrotto è anche quello nel quale l’Italia è cresciuta di più. Ora, siccome è senz’altro vero che è la corruzione a bloccare lo sviluppo nei paesi poveri, l’Italia non doveva essere poi così corrotta». Il danno anche economico è venuto dopo: il docente di macroeconomia Fadi Hassan ha calcolato che il Pil pro capite italiano è tornato percentualmente allo «stesso livello che avevamo nel 1961»: siamo tornati indietro di oltre mezzo secolo. C’è tanto lavoro da fare per una nuova politica democratica, che dalle puntualizzazioni qui rammentate può ricavare qualche dettaglio per evitare errori pregressi e costruire un futuro migliore per tutti.

Nicola Zoller

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