giovedì, 1 Ottobre, 2020

Povertà da coronavirus, nuova frattura sociale

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Confcooperative e Censis hanno elaborato un’indagine dal titolo “Covid da acrobati della povertà a nuovi poveri. Ecco il rischio di una nuova frattura sociale”.
Dal rapporto è emerso: “Sfruttati, mortificati, mal pagati, senza una rete di protezione sociale e risparmi a cui attingere, con un futuro previdenziale da incubo. Sono i lavoratori che durante il lockdown hanno visto crollare all’improvviso il loro reddito andando a ingrossare la sacca di povertà assoluta. Si tratta di 2,1 milioni di famiglie con almeno un componente che lavora in maniera non regolare, secondo cui il lockdown ha messo queste persone ko. Ben 1.059.000 famiglie vivono esclusivamente di lavoro irregolare (sono il 4,1% sul totale delle famiglie italiane)”.

Di queste, più di 1 su 3, vale a dire 350 mila, è composta da cittadini stranieri. Un quinto ha minori fra i propri componenti, quasi un terzo è costituita da coppie con figli, mentre 131 mila famiglie possono invece contare soltanto sul lavoro non regolare dell’unico genitore. A rischio disoccupazione sono, secondo lo studio, 828 mila lavoratori precari e a basso reddito.
La presenza di famiglie con solo occupati irregolari pesa più al Sud dove si concentra il 44,2%, ma le percentuali che riguardano le altre ripartizioni danno conto comunque di una diffusione considerevole anche nel resto del Paese: il 20,4% nel Nord Ovest, il 21,4% nelle regioni centrali e il 14% nel Nord Est.
Nel 2019 le persone in povertà assoluta erano 4,6 milioni, di cui il 40,5% residente nelle regioni settentrionali e il 45,1% nel Mezzogiorno. Tra gli individui assolutamente poveri, 1 su 4 erano minori (un esercito da 1,14 milioni di persone), mentre gli stranieri quasi 1 su 3 (1,4 milioni). Le persone senza fissa dimora erano stimati in 112 mila, ma l’area dell’indigenza che faceva ricorso agli aiuti alimentari arrivava a comprendere 2 milioni e 700 mila persone.

 

Durante i mesi di stretto lockdown, 15 italiani su 100 hanno visto ridursi il reddito del proprio nucleo familiare più del 50%, mentre altri 18 italiani su 100 hanno subito una contrazione compresa fra il 25 e il 50% del reddito, per un totale di 33 italiani su 100 con un reddito ridotto almeno di un quarto. Ancora più drammatica la situazione fra le persone con un’età compresa fra i 18 e i 34 anni, per le quali il peggioramento inatteso delle propria situazione economica ha riguardato 41 individui su 100 (riduzione di più del 50% per il 21,2% e fra il 25 e il 50% per il 19,5%). In sintesi, la metà degli italiani (50,8%) ha sperimentato un’improvvisa caduta delle proprie disponibilità economiche, con punte del 60% fra i giovani, del 69,4% fra gli occupati a tempo determinato, del 78,7% fra gli imprenditori e i liberi professionisti. La percentuale fra gli occupati a tempo indeterminato ha in ogni caso raggiunto il 58,3%.
L’analisi di Censis-Confcooperative ricorda che l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha dimostrato come il rischio di disoccupazione possa colpire più duramente proprio fra i lavoratori dipendenti a basso reddito. In questa ‘zona rossa’ ricadrebbero 138 mila lavoratori temporanei con contratto a termine in scadenza fra marzo e ottobre e con un reddito imponibile mensile di 962 euro; 264 mila dipendenti in società di capitali a rischio in un settore a rischio e con un reddito mensile di 1.099 euro; 426 mila dipendenti di ditte individuali in settori a rischio e con un reddito di 831 euro. In totale, l’area dei più esposti al rischio disoccupazione è pari a 828 mila lavoratori; in media, il loro reddito mensile si aggira intorno ai 900 euro. Il crinale di precarietà lungo il quale si muove quasi un milione di lavoratori è il contesto entro il quale si stanno concretizzando le paure degli italiani.

I lavoratori poveri ed i lavoratori irregolari rappresentano una doppia debolezza del nostro mercato del lavoro che rischia di esplodere. Infatti, la ‘lockdown economy’ ha rischiato di incenerire il lavoro per 2,9 milioni di ‘working poor’ e 3,3 milioni di irregolari. Il fenomeno dei lavoratori poveri (working poor) riguarda i lavoratori che, nonostante siano occupati, non riescono con la retribuzione percepita ad assicurarsi una condizione dignitosa. Se si considera la soglia retributiva di 9 euro all’ora, presa come riferimento per il salario minimo legale, la platea di lavoratori che si colloca al di sotto comprende 2,9 milioni di individui, il 12,2% del totale degli occupati. Oltre la metà, il 53,3%, è costituito da uomini, mentre il 47,4% (un milione e 395mila lavoratori) ha un’età compresa fra i 30 e i 49 anni. Fra le figure professionali prevale quella operaia (79%). Lo studio mostra poi che sono più di 3,3 milioni gli occupati che prestano la propria opera in maniera irregolare. Di questi, 2,56 milioni sono nelle attività dei servizi, mentre quasi 1 milione è riconducibile al personale domestico. Oltre mezzo milione di lavoratori irregolari presta la propria attività all’interno del comparto Industria e poco meno di 220 mila nel settore agricolo. Complessivamente il 74,1% svolge un’attività alle dipendenze, il restante 25,9% svolge la propria attività in forma autonoma.
All’indagine del Censis e di Concooperative, fanno eco i dati aggiornati dall’Istat fino a giugno confrontati con il periodo precedente al deflagrare dell’epidemia. Nel commento dell’Istat si legge: “Da febbraio 2020 il livello dell’occupazione è sceso di circa 600 mila unità e le persone in cerca di lavoro sono diminuite di 160 mila, a fronte di un aumento degli inattivi di oltre 700 mila unità”.

Secondo l’Istat: “A giugno il tasso di disoccupazione in Italia risale all’8,8%, in aumento di 0,6 punti rispetto a maggio. La crescita delle persone in cerca di lavoro, sottolinea l’Istituto, è consistente, pari a 149mila unità in più (+7,3%). Il rialzo, si spiega, riguarda soprattutto gli uomini (+9,4% pari a +99mila unità, contro il +5,0%, pari a +50mila, delle donne) e interessa tutte le classi di età. La disoccupazione giovanile risale al 27,6%”.
Per completare il difficile quadro economico, nell’ultimo bollettino della Bce uscito oggi, si legge: “Le prospettive economiche sono caratterizzate da elevata incertezza e soggette a rischi al ribasso e in tale contesto permane la necessità di un ampio grado di stimolo monetario per dare impulso alla ripresa economica e salvaguardare la stabilità dei prezzi nel medio termine”. La Bce ha ribadito: “Il massimo impegno a intraprendere tutto ciò che sarà necessario nell’ambito del proprio mandato per sostenere tutti i cittadini dell’area dell’euro in questo momento di estrema difficoltà”.

Nel bollettino dell’Istituto di emissione europeo si legge anche: “Le informazioni pervenute dopo l’ultima riunione di politica monetaria tenutasi all’inizio di giugno, segnalano una ripresa dell’economia dell’area dell’euro sebbene il livello dell’attività rimanga ben al di sotto dei livelli antecedenti la pandemia di coronavirus e le prospettive restino fortemente incerte. A fronte di politiche di contenimento che si sono alleggerite in tutto il mondo, la ripresa a livello internazionale rimane disomogenea, incerta e incompleta”.
Dunque, non dovremmo sorprenderci se nelle verifiche future la realtà potrebbe risultare peggiore di quanto è finora emerso. Per questo il sostegno economico e finanziario che arriva dall’Unione europea dovrà essere speso bene e non sperperato. Oltre agli aiuti assistenziali che hanno effetti di breve periodo, bisognerebbe porre le basi per ammodernare il Paese rendendo efficiente ed efficace la pubblica amministrazione, migliorando l’ambientale e le vie di comunicazione, investendo nella formazione scolastica e del lavoro, nella ricerca scientifica e nell’innovazione produttiva per stare un passo più avanti nella competizione internazionale, senza trascurare le bellezze paesaggistiche, monumentali, artistiche e culturali.

Salvatore Rondello

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