venerdì, 15 Novembre, 2019

Povertà in aumento, a rischio un quarto degli italiani

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In Italia, nel 2018 il 27,3% della popolazione è risultato a rischio di povertà o esclusione sociale contro il 25,5% del 2008. Lo ha reso noto Eurostat precisando che il nostro Paese figura tra i sette Paesi della Ue dove oltre un quarto della popolazione è a rischio. Al primo posto si colloca la Bulgaria (32,8%) mentre l’Italia figura al sesto posto davanti alla Spagna (26,1%). Nel 2018 l’ufficio europeo di statistica ha rilevato che il rischio povertà o esclusione sociale è elevato anche in Bulgaria (32,8%), Romania (32,5%), Grecia (31,8%), Lettonia (28,4%), Lituania (28,3%), e Spagna (26,1%). Invece, i paesi dove sono più basse le quote di persone a rischio di povertà o esclusione sociale sarebbero la Repubblica Ceca (12,2%), la Slovenia (16,2%), la Slovacchia (16,3%, dati 2017), la Finlandia (16,5%), i Paesi Bassi (16,7%), la Danimarca e la Francia (entrambi 17,4%) ed infine l’Austria (17,5%). Nel 2018, 109,2 milioni di persone, nella Ue, pari al 21,7% della popolazione, sono considerate a rischio di povertà ed esclusione sociale. Si tratta di persone povere sul piano del reddito, gravemente deprivate materialmente o che vivono in famiglie con un’intensità di lavoro molto bassa.

I dati sono stati diffusi da Eurostat in occasione della giornata contro la povertà. In una nota, l’Istituto di statistica europeo ha sottolineato che, nonostante la riduzione registrata in questi ultimi dieci anni nell’insieme dell’Ue, quando il tasso medio della popolazione a rischio è passato dal 23,7% (116 milioni) al 21,7% (109 milioni di persone), l’obiettivo fissato per il 2020 di ridurre di 20 milioni la popolazione a rischio “resta lontano”. Per quanto riguarda la situazione in Italia, i dati Eurostat specificano che tra il 2008 e il 2018 la quota della popolazione con introiti al di sotto della soglia fissata per determinare il rischio povertà è salito dal 18,9 al 20,3%, mentre quella delle persone in gravi difficoltà, non in grado di pagare bollette, riscaldamento, ecc…, è passato dal 7,5 all’8,5%.

Sono passate da 1 su 4 ad 1 su 3, in 5 anni di crisi, le persone a rischio povertà. Essere a rischio di povertà oggi significa essenzialmente rientrare almeno in una di queste tre condizioni:
– vivere in una famiglia con un reddito disponibile inferiore alla soglia di povertà (che è posta al 60% del reddito medio disponibile nel Paese di riferimento, 19,4% in Italia);
– essere soggetto a forti mancanze materiali (non poter mangiare con regolarità carne e proteine, sostenere spese impreviste, riscaldare la casa, possedere una macchina);
– vivere in una famiglia con una bassa intensità di lavoro (cioè nella quale i membri fino a sessant’anni hanno lavorato meno del 20% dei mesi durante i quali teoricamente avrebbero potuto essere occupati, il 10,3% in Italia).

Per diventare poveri oggi basta pochissimo: una spesa imprevista, una malattia improvvisa. In più c’è la fatica a reinventarsi o addirittura, per i giovani, ad iniziare. I tassi di disoccupazione sono allarmanti, specialmente quelli che riguardano i giovani. Basti pensare che negli ultimi 3 anni è crollato di 1 milione il numero degli under 35 che lavorano e, nel secondo trimestre 2013, nella fascia tra i 25 e i 34 anni hanno lavorato solo 6 giovani su 10. Una fascia d’età tradizionalmente attiva per eccellenza che oggi, invece, ha un tasso di occupazione al 60,1%, contro il 70,1% del 2007 (65,9 nel 2010).
I nuovi poveri, che sono costretti a rivolgersi alle organizzazioni che si occupano del problema direttamente sul campo, aumentano ogni giorno.
In Italia, nel 2018, 2,7 milioni di affamati sono stati costretti a chiedere aiuto per mangiare, di cui oltre il 55% concentrati nelle regioni del Mezzogiorno. Questi dati sono emersi dalla prima mappa della fame in Italia elaborata dalla Coldiretti in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione promossa dalla Fao, sulla base dei dati sugli aiuti alimentari distribuiti con i fondi Fead attraverso l’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (Agea).

La Coldiretti ha sottolineato: “A differenza di quanto si pensa, il problema alimentare non riguarda solo il terzo mondo ma anche i Paesi più industrializzati dove le differenze sociali generano sacche di povertà ed emarginazione. Le maggiori criticità in Italia si registrano in Campania con 554mila assistiti, in Sicilia con più di 378mila ed in Calabria con quasi 300mila. Ma anche nella ricca Lombardia dove si trovano quasi 229mila persone in difficoltà alimentare. Tra le categorie più deboli degli indigenti a livello nazionale si contano 453mila bambini di età inferiore ai 15 anni, quasi 197mila anziani sopra i 65 anni e circa 103mila senza fissa dimora.
La stragrande maggioranza di chi è stato costretto a ricorrere agli aiuti alimentari, lo ha fatto attraverso la consegna di pacchi alimentari che rispondono maggiormente alle aspettative dei nuovi poveri (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) che, per vergogna, prediligono questa forma di sostegno piuttosto che il consumo di pasti gratuiti nelle strutture caritatevoli. Infatti, sono appena 113mila quelli che si sono serviti delle mense dei poveri a fronte di 2,36 milioni che invece hanno accettato l’aiuto delle confezioni di prodotti. Ma ci sono anche 103mila persone che sono state supportate dalle unità di strada, gruppi formati da volontari che vanno ad aiutare le persone più povere incontrandole direttamente nei luoghi dove trovano ricovero”.

Di fronte a questa situazione di difficoltà sono molti gli italiani attivi nella solidarietà a partire da Coldiretti e Campagna Amica che hanno lanciato l’iniziativa della “spesa sospesa”. Si tratta della possibilità di fare una donazione libera presso i banchi dei mercato di Campagna Amica per fare la spesa a favore dei più bisognosi. In pratica, si mutua l’usanza campana del “caffè sospeso”, quando al bar si lascia pagato un caffè per il cliente che verrà dopo.
Papa Francesco, ieri, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione dedicata al tema ‘Le nostre azioni sono il nostro futuro. Un’alimentazione sana per il mondo’, ha inviato al direttore generale della Fao il seguente messaggio: “È crudele, ingiusto e paradossale che, al giorno d’oggi, ci sia cibo per tutti e, tuttavia, non tutti possano accedervi; o che vi siano regioni del mondo in cui il cibo viene sprecato, si butta via, si consuma in eccesso o viene destinato ad altri scopi che non sono alimentari. Per uscire da questa spirale, occorre promuovere istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di accedere in modo regolare alle risorse di base. La Giornata Mondiale dell’Alimentazione fa eco ogni anno al grido di tanti nostri fratelli che continuano a subire le tragedie della fame e della malnutrizione. Di fatto, nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi decenni, l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile rimane un programma da realizzare in molte parti del mondo. Per rispondere a questo grido dell’umanità, il tema proposto quest’anno dalla Fao evidenzia la distorsione del binomio cibo-nutrizione”.

Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella in occasione Giornata mondiale dell’alimentazione, ha affermato: “Eliminare dal mondo la piaga della fame è un traguardo ambizioso ma possibile. La Giornata mondiale dell’alimentazione, è occasione di stimolo a moltiplicare gli sforzi per porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile, come indica l’obiettivo di sviluppo sostenibile numero 2 dell’agenda 2030. Si tratta di un impegno che abbiamo assunto al più alto livello internazionale, un imperativo di giustizia e di equità al quale non possiamo venir meno. Per molte persone, e in particolare per le fasce più deboli della popolazione, l’aumento dell’insicurezza alimentare è certamente una delle peggiori conseguenze dei cambiamenti climatici, che producono effetti devastanti in termini di carestie, crisi e conflitti, e sono responsabili del preoccupante stato in cui versa il nostro pianeta”.

In Italia, il valore di alimenti e bevande buttati nel bidone negli ultimi 12 mesi ammonta a 16 miliardi di euro. I prodotti più interessati dal fenomeno sono frutta e verdura. Seguono pane, cipolle e aglio, latte e yogurt, formaggi, salse e sughi. Lo dice la Coldiretti, commentando il rapporto della Fao presentato a Roma.
La più importante associazione di rappresentanza ed assistenza dell’agricoltura italiana, in un suo documento ha sottolineato: “A livello nazionale particolarmente rilevanti sono gli sprechi domestici che rappresentano il 54% del totale. Seguono quelli nel campo della ristorazione (21%), distribuzione commerciale (15%), agricoltura (8%) e trasformazione (2%). Lo spreco di cibo nelle case degli italiani ammonta a circa 36 kg all’anno pro capite”.
Visto l’impatto negativo sul dispendio energetico e sullo smaltimento dei rifiuti che la questione mette in campo, il problema da affrontare non è solamente etico ma anche economico e ambientale. Coldiretti, però, ha anche rilevato una crescente sensibilità sul tema. Un miglioramento che ha portato il 71% degli italiani a diminuire o annullare gli sprechi alimentari adottando, nell’ultimo anno, strategie che vanno dal recupero in cucina degli avanzi ad una maggiore attenzione alla data di scadenza, ma anche alla richiesta della ‘doggy bag’ al ristorante e alla spesa a chilometro zero, con prodotti più freschi che durano di più.

Dal campo agli scaffali ogni anno viene perso, a livello mondiale, il 14% del cibo prodotto. Gli alimenti più “sprecati” sono tuberi, radici e colture oleaginose (25,3%), frutta e verdura (21,6%), carne e derivati animali (11,9%).
Le regioni in cui questa perdita è più alta sono Asia centrale e meridionale (20,7%), Europa e Nord America (15,7%), Africa sub-sahariana (14%). Il dato totale mondiale (che si attesta al 13,8%) registra un miglioramento rispetto a quello del 2011, che ammontava al 30%. Nonostante questo, la Fao ha sottolineato che l’obiettivo entro il 2030 è quello di strappare risultati più incoraggianti in campo di sostenibilità alimentare, ostacolando ulteriormente lo spreco alimentare.
Un problema che investe l’umanità intera in tutti gli aspetti con particolare riferimento a quelli economici, sociali, ambientali, etici, morali, educativi e comportamentali.
Ancora una volta, il tema della ridistribuzione della ricchezza assume una posizione centrale per l’umanità.

Salvatore Rondello

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