lunedì, 26 Ottobre, 2020

“Prendere o lasciare”, parole e musica di Luigi Di Maio

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Tutto pare improvvisamente tornato in alto mare. Di Maio ha dettato le sue condizioni riassunte in venti punti consegnati al presidente incaricato, poi in conferenza stampa ha scandito un “o si accettano o il governo non nasce e si va al voto”. Un modo piuttosto esplicito quello del capo dei Cinque stelle per tentare di gettare tutto all’aria. Viene subito spontanea una domanda. Di Maio, in questa dichiarazione, rappresentava il suo stato d’animo, frustrato dai veto del Pd alla sua vice presidenza e al Viminale, o esprimeva la posizione del suo movimento? E’ evidente che tra i punti del giovane nocchiero ve ne siano molti di pleonastici: chi non é d’accordo di bloccare l’aumento dell’Iva, chi contesta che debbano essere abbassate le tasse, chi non vorrebbe cambiare il trattato di Dublino, chi non concorda con la difesa dell’ambiente? Ce ne sono però un paio che dovrebbero far raddrizzare i capelli: l’indisponibilità a rivedere i decreti Salvini sulla sicurezza e, la cosa é stata solennemente già più volte ribadita come una premessa indispensabile, l’assenso alla riforma costituzionale che prevede la netta diminuzione del numero dei parlamentari.

Stavolta la reazione del Pd é stata netta. Delrio e Orlando hanno dichiarato che gli ultimatum sono irricevibili e hanno chiesto a Di Maio, il quale ha parlato ancora della possibilità di elezioni a breve, se non abbia cambiato idea sul governo. Personalmente non ho cambiato idea e credo che i socialisti dovrebbero stare, assieme alla Bonino e a Calenda, lontano da questo esecutivo, prospettando un diverso orizzonte per la sinistra democratica e riformista. Comprendo tutte le perplessità e le obiezioni, che almeno per quel che riguarda la nostra piccola comunità mi paiono piuttosto irrilevanti dato che disponiamo di un solo senatore, per quanto preparato e colto qual’é Riccardo Nencini. Certo attendiamo le decisioni di Più Europa, che non saranno ininfluenti rispetto a quelle che i socialisti si apprestano ad assumere nella direzione di martedì prossimo, anche alla luce di un incontro programmatico tra la delegazione socialista e il presidente incaricato.

Mancano quattro giorni al nostro appuntamento interno, mentre Più Europa ha convocato i suoi organi domani. Il quadro politico potrebbe prospettare clamorose novità e la posizione di Di Maio, peraltro imprevista, già provoca una conseguente e necessaria richiesta di chiarimento da parte del Pd. Se diamo un’occhiata alla situazione essa ci appare tuttora alquanto fluida. Da un lato un movimento Cinque stelle diviso non solo tra chi ritiene politicamente giusto un accordo col Pd e con la sinistra (anche Leu é della partita) e chi lo giudica solo necessario perché intende allontanare il giudizio, prima o poi inevitabile, del corpo elettorale, ma anche tra chi rimpiange il vecchio contratto con la Lega e chi invece è attestato sulla posizione del “mai più con Salvini”. Un bel guazzabuglio, per di più coi leader storici, Di Battista e oggi anche Di Maio, che vedono l’accordo come il fumo negli occhi.

Poi c’è il Pd dentro il quale la componente renziana, che ha dato il la all’accordo coi Cinque stelle, pare venga tenuta (o ha scelto di essere tenuta) fuori dal governo mentre l’ala zingarettiana, che l’accordo lo negava, dovrebbe occupare tutte le principali poltrone. Una contraddizione aristotelica, cioè logica, cioè politica se la politica ha ancora un senso razionale. E certo ci sono non pochi pidini che guardano all’intesa con diffidenza, con sospetto. E Leu che ritene invece il nuovo governo alla stregua di una riedizione in salsa italiana dell’unione de la gauche. Sanità pubblica, scuola pubblica, acqua pubblica, siamo d’accordo anche noi con questo revival neostatalista? Certo l’Europa gradisce o finge di gradire un governo amico e questo potrà pesare. Non so cosa c’entri Leu con Ursula von der Leyen. Ma ormai tutto fa brodo. E noi che siamo ancora vivi per miracolo abbiamo bisogno adesso di un confronto sereno e possibilmente solidale di opinioni, senza scomuniche. E magari ascoltandoci reciprocamente. Da amici e compagni. Perché, anche alla luce di quel che accadrà nelle prossime ore e nei prossimi giorni, saremo di fronte a decisioni che influiranno sul nostro destino di italiani, di riformisti, e anche di socialisti.

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Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

2 commenti

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    Paolo Bolognesi on

    Lo scenario politico in cui oggi ci si muove è indubbiamente complesso, ma ai riformisti può anche riservare angoli di semplicità e facilità decisionale, nel senso che se il Governo nascente includerà anche la sinistra, come ripetutamente abbiamo letto – quella che per meglio intenderci chiamerei massimalista – i riformisti dovrebbero tenersene fuori, e possibilmente a distanza, pur col rispetto dovuto ad ogni cultura politica, pena il rifare a ritroso il tragitto, non sempre agevole e scontato, anzi non di rado sofferto ed accidentato, compiuto dal PSI negli anni che hanno preceduto Tangentopoli, e ancor prima, anzi molto prima.

    E per una scelta del genere partirei autonomamente, senza cioè attendere le decisioni di altre personalità, che per quanto autorevoli non hanno alle spalle la storia riformista dei socialisti, anche perché sarebbe un po’ come abdicare al proprio passato, o delegarlo ad altri, e se l’unirsi può “fare massa” e rinforzare la posizione, io credo che quando le percentuali sono esegue contano soprattutto le idee, giustappunto per rimontare la “china” di numeri, e credo altresì che l’unica e realistica alternativa al centrodestra sia rappresentata dal socialismo liberal-riformista, che rispetta l’avversario e non crea nemici, ma si misura sulle proposte.

    Paolo B. 31.08.2019

  2. Avatar
    Paolo Bolognesi on

    Sempre riguardo alla tempistica, o primogenitura, stamattina mi par di aver letto sui quotidiani di giornata che uno degli azionisti del progetto che si propone “un diverso orizzonte per la sinistra democratica e riformista”, progetto che sulla carta non manca di prospettive, voglia aprire il dialogo anche con Forza Italia, il che mi fa porre due domande o considerazioni.

    Nella prima, mi chiedo perché mai una eguale idea o ipotesi non sia partita dal PSI, tenuto anche conto che non sono stati pochi i socialisti che nel dopo Tangentopoli hanno guardato con favore all’entrata in campo del Cavaliere, e poteva essere dunque più che naturale per loro “riaprire” questo canale o collegamento, in vista di eventuali altri sviluppi

    Non riesco poi a spiegarmi il fatto che, mentre il PSI resta in attesa delle decisioni di altri, decisioni che “non saranno ininfluenti rispetto a quelle che i socialisti si apprestano a prendere nella direzione di martedì prossimo”, come qui si legge, vi sia chi nel frattempo assume iniziative niente affatto irrilevanti sul piano politico, vedi quella che avanti dicevo.

    Non se ne dispiaccia il Direttore, ma questi “ritardi” possono dare l’impressione che il PSI vada nella fattispecie a rimorchio, e non sia in grado di fare la “prima mossa”, il che non mi sembra il massimo per una forza che potrebbe esserne il perno e il motore di una svolta all’insegna del liberal-riformismo (vista la storia dei socialisti, salvo le punte di massimalismo che talora mi sembrano oggigiorno riaffiorare).

    Paolo B. 01.09.2019

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