sabato, 7 Dicembre, 2019

Presentato il Diario inedito, 1943-’44, di Luigi Federzoni

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All’Archivio Centrale dello Stato, la Sovrintendente Elisabetta Reale, i docenti universitari Paolo Simoncelli (“La Sapienza”) e Luigi Compagna (Università di Napoli “Federico II”), la curatrice Erminia Ciccozzi e gli storici Aldo Giovanni Ricci, Direttore emerito dell’Archivio, e Aldo A. Mola (storico, tra l’altro, della Massoneria italiana) hanno presentato ultimamente al pubblico un volume di eccezionale interesse. Si tratta del “Diario inedito (1943- ’44)” di Luigi Federzoni (Firenze, Pontecorboli ed., 2019, €. 24,50): “Un diario – ha sottolineato, in apertura, Aldo G. Ricci – estremamente vivo, perché non ritoccato dall’Autore: che alterna rievocazioni, in stile da giornalista di razza e politico di lungo corso, a riflessioni approfondite su tanti fatti storici, come anzitutto caduta e “resurrezione” di Mussolini nel 1943″.

Il Fondo personale di Federzoni (nato a Bologna nel 1878 e morto a Roma nel gennaio 1967, quasi alla soglia, ormai, dei novant’anni) era già stato donato dagli eredi, anni fa, all’Archivio Storico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana: ma questo Diario – con testo originale di circa 500 pagine a stampa – è entrato solo recentemente a far parte del patrimonio documentale dell ACS, grazie al decreto del direttore generale degli Archivi del MBACT del 5 febbraio 2016. Che ha autorizzato il Sovrintendente dell’ Archivio ad accettarlo, a titolo di donazione, dal proprietario, Francesco Sommaruga. Il cui padre Carlo, diplomatico svizzero accreditato a Roma durante la seconda guerra mondiale, dopo la caduta del fascismo conservò a lungo a Lugano (su probabile richiesta dello stesso Federzoni) una copia del diario, affidandola ad Angelo Giuseppe Jelmini, vescovo di Lugano.

Si tratta di un documento straordinario, a cura di Erminia Ciccozzi e con saggi di Mola e Ricci): da cui traspare in pieno la personalità del gerarca, già leader del nazionalismo italiano poi confluito nel fascismo: dove a lungo rappresentò,. con Cesare Maria de Vecchi, Emilio de Bono e altri, l’ala moderata e filomonarchica. Ministro delle colonie dal ’22 al ’24 e poi nuovamente dal ’26 al ’28, “in mezzo” ministro dell’Interno dal 17 giugno del ’24 al 6 novembre del ’26, nei giorni più caldi del dopo delitto Matteotti, Federzoni si dimette da titolare del Viminale in polemica con l’ala più radicale del fascismo, capeggiata da Farinacci (è a novembre del ’26 che si accelera la svolta totalitaria del regime, con lo scioglimento dei partiti, la dichiarazione di decadenza dalla carica per i deputati dell’Aventino le “leggi fascistissime” sull’ordine pubblico). In seguito, dal ’29 al ’39, sarà Presidente del Senato: ma per la sua contrarietà alla svolta rivoluzionaria ed eversiva del fascismo, sarò allontanato dalle stanze più segrete del potere.

Riapparirà in ruolo di primo piano nel ’43, come membro del quadrumvirato (Ciano, Bottai, Grandi e appunto Federzoni) inizialmente destinato, nei piani dei gerarchi dissidenti, a sostituire Mussolini: sino ad essere tra i firmatari, il 24 luglio, dello storico ordine del giorno Grandi nella seduta del Gran Consiglio. Condannato a morte in contumacia al processo di Verona del gennaio del ’44, rimarrà, sino a giugno, rifugiato, a Roma, nell’Ambasciata del Portogallo presso la Santa Sede. Lasciando poi l’Italia dopo la liberazione di Roma.
Vari punti del Diario di Federzoni – ha precisato ancora Aldo G. Ricci – sono di grande importanza per gli storici dl quel periodo: il gerarca anzitutto sottolinea che, effettivamente, solo un voto del Gran Conslgio poteva provocare la caduta di Mussolini, ma smentisce che gli autori dell’ Ordine del giorno Grandi volessero succedere al Duce. Come smentisce che, a provocare la caduta del fascismo, abbia concorso anche la volontà dello stesso Mussolini, desideroso di uscire da un penoso “Cul de sac”:  non a caso, infatti, il Duce la mattina del 25 luglio fa di corsa redigere a Carlo Alberto Biggini, suo stretto collaboratore, un memorandum giuridico per il Re, vòlto a sottolineare l’incostituzionalità del voto del Gran Consiglio (memorandum che poi, il pomeriggio di Domenica 25 luglio, resterà nelle tasche del Duce, colto in contropiede da Vittorio Emanuele III nel drammatico colloquio a Villa Savoia”.

Fabrizio Federici

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