lunedì, 17 Giugno, 2019

Prima dell’inchiesta… una “questione morale”

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Dalla Grande guerra alla guerra civile – Parte 29

Donato Fagella, quando seppe che il giudice Mauro Del Giudice, suo amico fraterno di lunga data, aveva intenzione di occuparsi personalmente dell’inchiesta, rimase alquanto sorpreso inizialmente, ma poi, vedendo che il suo amico era molto determinato a portare avanti il suo lavoro, ne rimase compiaciuto, anche perché, se non lo avesse fatto lui, l’inchiesta sarebbe passata al consigliere anziano della Sezione d’Accusa che notoriamente aveva simpatie fasciste. Un bel botta e risposta tra i due amici, rende molto il clima in cui il coraggioso ed attempato giudice si mise all’opera.
Fagella allora gli disse: “Ascolta bene, quello che sto per annunziarti. Del processo che tu istruisci non rimarranno che le sole carte, però da esso deve uscire intatto l’onore della Magistratura di Roma”. E Mauro Del Giudice gli rispose. “Al riguardo il mio pessimismo supera il tuo e perciò ti dico che molto probabilmente non rimarranno neppure le carte, le quali saranno fatte sparire dal regime appena operato il salvataggio completo degli assassini, dei loro complici e mandanti” L’esperienza non mente mai, il giudice aveva allora circa 67 anni e sapeva molto bene ciò a cui stava andando incontro, così continuò “Quello che posso assicurarti, e tu che conosci bene la mia dirittura morale sai che non prometto mai invano, è che, esaurito il mio compito d’istruttore, usciranno intatti l’onore della magistratura della corte d’Appello di Roma e soprattutto uscirà illibato il mio nome, l’unica ricchezza che posseggo su questa terra. Mi auguro poi che gli altri colleghi facciano altrettanto”.

Vale la pena di menzionare questa citazione per intero, proprio perché qualche storico come quello che prenderemo in considerazione tra breve, ha provato, ma alquanto grossolanamente e di sicuro vanamente, a screditare proprio l’opera di questo integerrimo magistrato, definendolo “fazioso” solo perché ebbe come tanti altri il coraggio di rendere omaggio sul Lungotevere a Matteotti. Sarebbe infatti piuttosto curioso se oggi un giudice che indaga sulla morte delle vittime degli attentati mafiosi, fosse reputato inattendibile solo perché assiste ai loro funerali o perché ne celebra pubblicamente la memoria dichiarandosi contro la mafia, come effettivamente il giudice di allora era contro il fascismo. Ovviamente da quanto rilevato nelle citazioni si evince anche che a Fagella erano state rivolte attenzioni particolari affinché dissuadesse il suo amico dall’accettare l’inchiesta, in modo tale che fosse affidata ad un sicuro referente per un provvidenziale depistaggio.
Mauro Del Giudice fu affiancato da un solerte sostituto: Umberto Guglielmo Tancredi, anche lui di notevole levatura professionale e poco incline a condizionamenti. I due si misero al lavoro la sera stessa del mandato, il 19 giugno del 1924 ebbe così inizio la fase istruttoria.

Come abbiamo già fatto notare descrivendo l’agguato, esso avvenne piuttosto rumorosamente e davanti agli occhi di non pochi testimoni. Un portiere, in particolare, si era insospettito vedendo la stessa auto dei malfattori gironzolare nei giorni precedenti per quelle vie attigue al Lungotevere e, credendo che fossero ladri, aveva preso il numero della targa. Quando inevitabilmente trapelò tale notizia, la polizia non poté che risalire alla proprietà dell’auto e, mediante questa, agli autori dell’agguato. I componenti della cosiddetta Ceka, incaricata di portare a termine il “lavoro sporco” contro i più pericolosi oppositori del fascismo, erano sostanzialmente cinque più due di sostegno.
Coloro che avevano aggredito Matteotti erano tutti ex Arditi con precedenti penali anche di un certo rilievo. Il loro capo era Amerigo Dumini, squadrista fiorentino di prim’ordine, gli altri a seguire: Albino Volpi, Giuseppe Viola, Amleto Poveromo, Augusto Malacria, i fiancheggiatori: Aldo Putato e il famigerato “Russo” che poi russo non era ma austriaco, Otto Thierschwald, sul ruolo di quest’ultimo sarà bene riflettere data l’ambiguità delle sue dichiarazioni e del suo ruolo, mentre Aldo Putato quasi sicuramente non partecipò all’aggressione anche se potrebbe aver fatto da palo. Due testimoni infatti hanno confermato di avere visto non quattro ma cinque persone intorno al luogo dell’aggressione e non possiamo credere che l’auto non fosse già in moto con dentro l’autista e sommando questi con uno che faceva da palo più distante, i conti tornano. Prima però di analizzare gli eventi e le fasi dell’inchiesta, seguendo scrupolosamente quanto scritto dal Del Giudice, incaricato di condurla e del quale non abbiamo motivo di dubitare, sarà bene aprire una parentesi sulle numerose interpretazioni che ogni tanto escono fuori, da parte di storici di ogni tendenza, per ridimensionare o addirittura riscrivere tali eventi. Obiettivamente ci sembra che il libro di Canali uscito nel 1997 sia il più documentato e che però la sua tesi in merito ad un movente “affaristico”, sebbene suffragata da molti elementi probanti, non possa essere considerata la vera motivazione del delitto o comunque la più importante ed unica. Di questo però magari parleremo in seguito.

Ci basta per ora osservare come ultimamente sia stato messo in atto un tentativo di screditare in toto la figura di Matteotti, mediante due libri scritti da un autore che insegna letteratura (e non storia chissà perché..) all’Università di Goteborg e da lui pubblicati quasi a sue spese, includenti tutta una serie di documenti ed affermazioni volte a sottrarre al parlamentare socialista sia l’aura di politico competente sia quella di vittima di un assassinio premeditato. E’ lo stesso autore che definisce il memoriale del Giudice che condusse l’inchiesta, edito in pochissime edizioni nell’immediato dopoguerra, ristampato una sola volta e di nuovo pressoché introvabile, frutto della fantasia di una persona anziana, o incapace di ricordare perché affetta da Alzeimer, oppure addirittura che stesse “mentendo nella consapevolezza di mentire”, e solo perché varie delle affermazioni contenute in tale memoriale non corrisponderebbero a ciò che resta negli archivi, come se questi ultimi non potessero essere stati emendati o manipolati dalle autorità fasciste. Come se Del Giudice non avesse preso e conservato appunti durante l’istruttoria, utilizzati poi per il suo memoriale.
Come se il memoriale fosse stato scritto solo venti anni dopo e magari non invece prima, “a caldo”, anche se evidentemente impossibilitato ad essere reso noto e pubblicato per l’evidente preponderante censura del regime fascista. Sarebbe alquanto complesso e fuori dal tema di questa narrazione voler contestare ad una ad una le affermazioni di questo autore, però almeno in uno dei casi in cui egli rigetta la validità del libro di Matteotti: “Un anno di dominazione fascista”, ci sembra doveroso farlo. Se non altro perché ci appare altrettanto sorprendente che tesi del genere, non solo cozzino contro l’evidenza del libro stesso, ma abbiano persino avuto una favorevole introduzione da parte di uno storico come Mola.

Questa breve parentesi è utile non solo per capire e conoscere con quante meticolosità Matteotti lavorasse e cercasse di smascherare le brutture del regime nascente, documentandosi in continuazione, ma anche per apprezzare il suo ruolo e la forza delle sue idee quando era ancora vivo, dato che purtroppo la cosiddetta aureola del martirio non solo ha dato adito a misere mistificazioni come quella che abbiamo preso in esame “una tantum”, ma ha anche un po’ messo in ombra tutto ciò che egli fu e scrisse durante la sua non lunga vita.
Ebbene, ecco come l’accademico di Goteborg svolge la sua analisi di uno dei passaggi del libro di Matteotti “Un anno di dominazione fascista” che egli evidentemente cerca di screditare.

Prima però di evidenziare la sua critica svolta nel libro “Matteotti senza aureola. Il politico”, citiamo per intero proprio il passaggio menzionato del libro di Matteotti che sappiamo finalmente ristampato proprio mentre pubblichiamo quest’opera, con una introduzione di Veltroni, e in particolare quello che tratta delle Ferrovie dello Stato. Ecco il testo:
“E’ stato annunziato dal governo fascista che il disavanzo ferroviario previsto per il 1923-24 in milioni 654 sarà ridotto a 374, ed eliminato totalmente nel 1925.
Finora però non si hanno dati precisi in proposito, e tutto è affidato alle promesse e alle parole. Unico documento un opuscolo distribuito nell’agosto 1923 dal Commissario delle Ferrovie.

L’opuscolo comincia con diffamazioni certamente antinazionali, contro il pubblico italiano nei passati anni, il quale sarebbe in parte “solito a viaggiare senza regolare biglietto” e “solo in limitato numero pagava il biglietto di ingresso alle stazioni” mentre “i ladri commettevano ogni sorta di operazioni delittuose”
Il fatto è che le squadre fasciste hanno dato largo esempio di come si viaggiava gratuitamente, fino a rendere necessaria un circolare del Governo. Fatto è che per feste fasciste, in varie parti d’Italia, tutti hanno viaggiato gratuitamente sui treni.
Il ministro fascista dei LL PP, interrogato per via parlamentare, sul numero dei biglietti gratuiti, rilasciati al di fuori di certe categorie legalmente determinate, e sul numero dei treni gratuiti nell’anno, finora non ha saputo rispondere.”
Un qualsiasi lettore cosa deduce da questa lettura, “onestamente”?
Che Matteotti denuncia in primo luogo la demagogia e la superficialità di un governo fascista che attribuisce i buchi di bilancio delle ferrovie solo al mancato pagamento dei biglietti, senza specificare né dove né quando e nemmeno da chi, ed in secondo luogo l’ipocrisia di un fascismo che, mentre denuncia in maniera diffamatoria e antinazionale un intero popolo, evidentemente screditandolo all’estero con tale pubblicazione, è il primo a favorire l’abusivismo con le sue squadracce che viaggiano gratis, e con le feste fasciste a cui si va in treno senza pagare e alla faccia dei controllori che, se putacaso protestano, magari beccano pure una manganellata in testa. Il ministro infine nemmeno sa quanti siano oppure li ignora volutamente, però preferisce dare la colpa genericamente a tutti i viaggiatori.
Ma il solerte letterato con il pallino della storia, che deve per forza screditare il libro di Matteotti, ecco cosa scrive:
“Qui Matteotti, di fronte ad una pratica italiana indifendibile come quella (abbiamo visto che era una pratica fascista ma che fosse italiana è tutto da dimostrare n.d.r.), per altro molto diffusa anche oggi di non pagare il biglietto, sfodera di colpo toni patriottici e nazionalistici definendo la denuncia del governo come diffamatoria e antinazionale. Impossibilitato a negare la pessima abitudine di non pagare, Matteotti utilizza poi il suo tradizionale argomento, buono per tutte le stagioni, e cioè, nel caso specifico, quello secondo cui questo malcostume era stato praticato anche dai fascisti in occasioni di riunioni e raduni a livello nazionale. Ci si domanda, ancora una volta, che sorta di logica fosse quella di Matteotti. Se l’abitudine di non pagare il biglietto era condannabile (e di fatto il governo in carica la condannava) che differenza poteva mai fare se uno dei partiti al governo annoverava tra le sue file persone che avevano anch’esse praticato la deprecabile usanza di non pagare il biglietto? Era questo, forse, il modo di risolvere la questione? Sbagliava il governo nello stabilire adesso che i biglietti andavano pagati? Ancora una volta quella di Matteotti era un’argomentazione contraddittoria ed improduttiva. L’unica impressione che se ne potrebbe trarre è che il deputato socialista fosse favorevole all’abitudine di non pagare il biglietto ferroviario e raccomandasse di viaggiare gratis a carico dello Stato, il che non era un buon sistema per risanare il deficit delle ferrovie italiane. Non c’è da meravigliarsi se questo capitolo non viene fatto circolare da chi insiste nel lodare la brillantezza di Matteotti nelle questioni economiche e il modo in cui avrebbe messo con le spalle al muro il primo governo di Mussolini”.

Insomma questo autore non solo ignora il fatto che Matteotti avesse chiesto conto dettagliatamente del modo in cui gratuitamente si concedeva a certuni la possibilità di non pagare il biglietto, ma gli attribuisce addirittura la propaganda per non pagarlo. Secondo lui mettere in risalto che questa pessima abitudine non era praticata “anche” dai fascisti ma “soprattutto” dai fascisti, in piena impunità, è “un argomento tradizionale buono per tutte le stagioni”
Per lui è dunque “improduttivo e improprio” rimarcare che i responsabili dell’abuso erano proprio i fascisti, i quali mentre al governo reclamavano il pagamento del biglietto dei treni come unica causa del buco di bilancio, davano al contempo nelle loro manifestazioni un pessimo esempio non pagando in massa il biglietto nei treni. Fa più comodo mettere tutti nel medesimo calderone, attribuendo a tutto un popolo una abitudine invece ben specifica di una parte ben precisa di questo popolo? E che c’entra il paragone con l’oggi? Non possiamo almeno supporre che gli italiani allora fossero più onesti, dato che i fattori concreti richiesti proprio da Matteotti in merito a chi, nello specifico, non pagasse allora il biglietto, sono stati rifiutati proprio dallo stesso governo fascista? O è vero piuttosto che col tempo certe abitudini fasciste sono solo sopravvissute al fascismo?
Troppo comodo dare la colpa a tutti gli italiani, troppo facile dipingere un quadro dei viaggi in treno dei viaggiatori tutto “in nero”. Diciamo piuttosto chi allora era in nero e chi no.
Ma come? I solerti fascisti che erano pronti persino ad improvvisarsi macchinisti e capistazione durante gli scioperi dei ferrotranvieri proprio per dare il buon esempio? E adesso non solo non erano capaci di darlo pagando i biglietti, ma addirittura li si vorrebbe assolvere perché tanto praticavano una abitudine mai dismessa anche ai nostri giorni?
Un governo serio avrebbe prima dovuto fare una seria inchiesta su dove e come non venivano pagati i biglietti, poi punire chi palesemente era abituato in massa a praticare questo abuso, infine, dopo avere trovato in primo luogo rimedio alle pessime abitudini dei suoi sostenitori, avrebbe dovuto incrementare i controlli. Altro che “libelli”!

In definitiva, questo autore tenta invano di screditare Matteotti, contando soprattutto sul fatto che la fonte che cita molto parzialmente sia difficilmente reperibile, ma per uno storico degno di tale nome, evidentemente, non lo è. Anche se finalmente apprendiamo, in corso d’opera, che non lo è più neanche per tutti gli altri. Allora due sono le cose: o lui si aspetta di essere letto solo da gente poco avveduta e all’oscuro delle fonti originali e attratta solo da una tesi come la sua in controtendenza, oppure crede davvero che anche i cosiddetti “storici del par suo” le possano ignorare. Tanto gli basterebbe per dire che non solo tali fonti sono inattendibili, ma che sono anche sparite proprio a causa loro inattendibilità. Purtroppo per lui non è così e ci congratuliamo per la recente ristampa.
Chiudiamo questa parentesi cercando di evidenziare come, in buona sostanza, pur attenendosi scrupolosamente a fonti e a documenti dell’epoca, si possa cercare, al contempo,
di ribaltare la verità storica al punto da voler far credere l’esatto contrario di ciò che è effettivamente accaduto, magari solo per vendere qualche copia in più, aggiungendo vane speculazioni ad altre utili solo a trarne profitto. Sebbene quindi si possa accogliere la tesi che fu di De Felice secondo la quale “non si può non essere revisionisti”, intendendo con ciò evitare nella storia le agiografie e le vulgate, bisogna altresì, nell’uso delle fonti, attenersi almeno ad un criterio di onestà e di buona fede, in particolare non imputando ad altri tendenze propagandistiche che poi si adottano in proprio e in maniera rovesciata. Però questo non vuole essere l’ennesimo libro che speculi sul mistero della morte di Matteotti, sia perché l’autore non trae da quest’opera a puntate alcun lucro sia perché una volta appurata la responsabilità “politica, morale e storica” di quanto accadde, per stessa confessione pubblica e parlamentare di Mussolini, ci pare che la questione penale, preterintenzionale, volontaria, o addirittura casuale della morte di Matteotti assuma un valore del tutto secondario.

E dunque, inquadrando invece la questione in una dimensione “morale” vogliamo procedere, prima di continuare con ciò che crediamo più attendibile nella conduzione dell’inchiesta, riportando una sorta di “parodia” di quello che secondo Adriano Tilgher, autorevole intellettuale antifascista dell’epoca, sarebbe stato il risultato di una sorta di “perizia filosofica” del delitto Matteotti, ad opera del filosofo che aderì al fascismo e che più di tutti fece di esso un baluardo “morale” contro i mali di quel periodo, fino a “santificare” persino l’uso del manganello. Si tratta di Giovanni Gentile, filosofo per altro degno del massimo rispetto, ma certamente non proprio tale da poterlo considerare come modello di moralità o di filosofia. Per chi conosce le sue opere non sarà difficile individuare l’opera di Gentile a cui tale “parodia” di Tilgher si ispira.
Premettiamo che se ovviamente tale “parodia” non alcun valore prettamente storico, essa però, almeno sul piano giuridico e filosofico, ci consente di valutare sia come e perché una assunzione di responsabilità morale e persino storica possa essere ben peggiore di una esclusivamente di natura penale, sia soprattutto di quale autentica natura fosse la “responsabilità morale” a cui si riferiva Mussolini. Eccola:

“In base ai suddetti principi, la mia risposta al quesito delle Eccellenze Vostre non è difficile. Amerigo Dumini e compagni hanno esercitato violenza contro l’ onorevole Matteotti. Ma che scopo aveva questa violenza? quello di sollecitare interiormente l’ on. Matteotti e di persuaderlo a consentire, cioè a farla finita con la sua campagna contro il Governo Nazionale. La forza usata da Amerigo Dumini e compagni si rivolgeva, dunque, alla volontà dell’ on. Matteotti, ed era perciò forza morale, in nulla dissimile da quella che si esercita facendo una predica. Se Amerigo Dumini e compagni, invece di ricorrere a una predica, ricorsero al pugnale, ciò si deve alla nota ostinazione del predetto onorevole, che faceva preveder vana ogni parola diretta a persuaderlo perché mutasse contegno. Nel caso concreto, non la predica, ma il manganello era l’ argomento adatto. Si obbietterà che non il manganello, ma il pugnale fu adoperato. E’ facile rispondere che, da un punto di vista filosofico, non si può distinguere tra oggetti materiali: distinguere tra manganello e pugnale sarebbe filosoficamente tanto erroneo quanto distinguere tra pugnale di una forma e pugnale di un’ altra forma. Si aggiunga che, dato lo stretto spazio dell’ automobile, il maneggio del manganello era incomodo. Usando il pugnale, Amerigo Dumini e compagni usavano dunque un argomento filosoficamente lecito di polemica. Se il Governo Nazionale incarna oggi lo Stato italiano, se lo Stato è moralità, moralissima fu la violenza diretta a toglier di mezzo chi, ponendosi contro il Governo Nazionale, si poneva contro lo Stato, e quindi contro la moralità.

Non si loda la Chiesa di avere pel santo fine di salvare le anime bruciato i corpi? Perché allora si dovrebbe punire chi, per salvare il Governo, e cioè lo Stato, e cioè la concreta moralità di un popolo, toglie di mezzo un pervicace negatore di esso Governo, di esso Stato, di essa moralità con l’ unico mezzo rivelatosi possibile dopo constatata l’ inutilità di ogni pacifico mezzo di persuasione? Se l’ on. Matteotti non voleva morire, non aveva che a consentire, cioè a cedere. Consentire non volle. Morì. Sua colpa e suo danno. Al lume della mia filosofia, l’ innocenza di Amerigo Dumini e compagni luminosamente rifulge.
In fede prof. Giovanni Gentile”

Appurato dunque il vero senso e significato della “responsabilità morale” che lo stesso Mussolini si attribuì platealmente, potremmo con ciò anche chiudere il capitolo dedicato a Matteotti, anche se molto di più ci piacerebbe dire in merito alla sua vita e alle sue opere. Ci pare quindi almeno doveroso continuare a narrare alcuni fatti specifici riguardanti l’inchiesta e le conseguenze che essa ebbe, se non altro per tributare un adeguato e circostanziato omaggio alla memoria di questo illustre martire del Socialismo, per concludere in maniera opportuna quest’opera.

© 29 continua

Carlo Felici

Post scriptum.
Come già accennato, nel corso della pubblicazione on line di queste puntate si è appreso con gioia che il libro “Un anno di dominazione fascista” di Giacomo Matteotti è stato ristampato. Cominciando a scrivere questa storia del primo dopoguerra, questo libro fondamentale era praticamente irreperibile, ora finalmente non più e reca anche una introduzione di Veltroni. Segno che i tempi cambiano e non sempre negativamente.

Finalmente un largo pubblico ha una occasione imperdibile per leggerlo e rendersi conto dell’acume che Matteotti ebbe nel capire molto bene ciò che significava il fascismo nascente, sul piano politico, sociale ed economico. Esso è anche importante per meditare sui tempi in cui viviamo e sulla profondità delle ombre di quel passato che si allungano su di noi.
C’è da congratularsi vivamente con questa iniziativa e sperare che ad essa segua anche la ristampa del libro del coraggioso giudice inquirente Mauro Del Giudice: “Cronistoria del processo Matteotti”
Veltroni così scrive nella sua prefazione: “Io sento che la sinistra italiana ha un debito morale nei confronti di Matteotti. Egli fu infatti sistemato nel Pantheon degli eroi della resistenza morale e politica al fascismo più per la brutale efferatezza dello strazio della sua vita che per la lucida forza delle sue idee. Matteotti non è stato solo una vittima della violenza fascista. È stato un leader morale e politico della sinistra italiana. Questo è il ruolo che la storia deve riconoscergli. Più di una volta, una vita fa, ho avuto modo di dire e di scrivere che il riformismo è radicalità, oppure non è. Che non è solo ragionevolezza e razionalità, che non può essere solo calcolo ed efficienza. Che il riformismo è governare e amministrare bene, certo, ma è insieme capacità di accogliere passioni, di muovere sensibilità e sentimento popolare attorno a progetti reali di cambiamento. Non ho cambiato idea. E leggendo queste pagine, pensando alla vita di Giacomo Matteotti, continuo a pensare che sia giusto non cambiarla. ”

Ci auguriamo pertanto che al riconoscimento di questo “debito morale” corrisponda anche, grazie a questo libro, che speriamo sia anche un “incipit”, quello del vero ruolo che Matteotti ebbe come leader socialista, magari diffondendo anche molte altre sue opere socialiste. Sarebbe infatti molto limitativo attribuirgli solo il titolo di “riformista” o di “uomo di sinistra”, specialmente in un Paese in cui ormai si stenta molto a capire bene cosa sia la “sinistra”. Ed in particolare, osservando che Matteotti, alla parola riformista, ne aggiungeva anche un’altra per lui indissolubile, la quale è scomparsa da almeno qualche decennio dal lessico della sinistra italiana e che è “rivoluzionario”, da intendersi nello stesso senso e significato che le attribuiva Turati, come abbiamo notato in una delle parti precedenti.
Così infatti si esprimeva Matteotti nel merito: “il rivoluzionarismo non è che (può sembrare un paradosso!) uno dei modi di essere del riformismo. Già fin dal Congresso di Imola del 1902 noi ci proclamammo infatti “riformisti perché rivoluzionari”, e cioè sempre dicemmo di volere usare, volta per volta, e secondo l’opportunità e il momento storico, entrambe le tattiche, la transigente come la intransigente”. Era infatti quella di Matteotti una sorta di tattica rivoluzionaria pragmatica, da adattare in maniera specifica ed adeguata ad ogni contesto e che, in certi casi, richiedeva prudenza, in altri, come nel suo discorso parlamentare che abbiamo riportato per intero, invece portava necessariamente ad un coraggioso attacco frontale e concretamente rivoluzionario, ma senza per questo essere vincolata a schematismi ideologici o a formule astratte da utilizzare permanentemente. Non è compito di quest’opera analizzare nei dettagli il pensiero e l’azione di Giacomo Matteotti però, allo stesso tempo, non possiamo fare a meno di accennare almeno ad alcuni dei suoi intenti fondamentali.

Matteotti era proteso verso un autentico impegno rivoluzionario mediente tre linee di azione. La prima era quella di cercare di unificare le forze di opposizione, impedendo ogni eventuale fuga massimalista fuori dall’ambito democratico ed ogni possibile compromesso con il nascente regime fascista. La seconda era spezzare sul nascere ogni potenziale contiguità tra mondo del lavoro e sindacale, e fascismo. E la terza, infine, era quella di dare una eco internazionale a tale sforzo rivoluzionario, in modo tale che la lotta democratica contro il fascismo in Italia si internazionalizzasse e facesse da esempio, per impedire che regimi analoghi si affermassero nel resto d’Europa e nel mondo. La morte di Matteotti purtroppo, infatti, aprì in seguito un abisso di reazioni a catena, che si estese dal nostro Paese al resto dell’Europa tramite il nazismo, in un crescendo di guerre e di orrori, fino all’olocausto e alla reazione stalinista che portò all’occupazione di mezza Europa e ad una guerra fredda durata circa quaranta anni.
Matteotti, anche prima dell’avvento del fascismo, nella democrazia borghese e liberale di allora, parlava di “riformismo rivoluzionario”, Veltroni, oggi, nell’ambito di una democrazia sostanzialmente timocratica, parla di “riformismo radicale”, ma “tornare ad essere radicali” non vuol dire certo neanche immaginare di essere rivoluzionari. Ciò che differenzia, infatti, l’essere radicali dall’essere rivoluzionari, anche nell’ambito del riformismo, è il riconoscere e riequilibrare le differenze tra le classi sociali, oggi ridotte a categorie prive di coscienza, anche in una società “liquida” come la nostra, dove pure persistono precarietà e sfruttamento, rimettendo l’ago della bilancia tra diritti sociali e diritti civili, in una posizione tale che i secondi non soverchino i primi né che i primi tornino a discapito dei secondi. La distanza netta tra una sinistra radicale, che resta nel suo radicalismo contigua all’assetto sociale ed economico in cui opera, ed una rivoluzionaria il cui scopo è cambiare profondamente tale apparato, è tutta qui. Nel saper davvero “rivoluzionare” un Paese, affermando non solo un mero “progetto reale di cambiamento”, ma piuttosto una vera ed autentica alternativa di sistema e con essa un nuovo modello di umanità, questo è da sempre lo scopo del Socialismo.

Diceva un grande studioso libertario della terra come Jacques Élisée Reclus, già agli albori dello sviluppo industriale, che la stessa lotta tra le classi, che egli testimoniò partecipando alla Comune di Parigi, non è altro che «la ricerca dell’equilibrio» e di una armonia che oggi è necessario ritrovare anche con l’habitat naturale e non solo tra gli esseri umani. L’impegno rivoluzionario per Matteotti, come anche per Carlo Rosselli, maturato nella lotta di classe per il raggiungimento di questo equilibrio, è necessariamente e al contempo un impegno morale, così come lo era nella migliore tradizione democratica risorgimentale per Mazzini, Garibaldi, Pisacane e Mameli. Senza questa vocazione “moralmente rivoluzionaria”, spinta se necessario, anche fino all’estremo sacrificio, la politica inevitabilmente si riduce a cabotaggio, a compromesso al ribasso, a ricerca di un posto al sole, e il riformismo si immiserisce in un adattamento il più possibile indolore ad una contingenza che resta intatta nei suoi pilastri fondamentali, senza scalfire minimamente la sua sostanza e la sua struttura, ne consegue che la degenerazione in corruttela è sempre più a portata di mano.

Alla luce di tutto ciò, quindi, isolare la prassi riformista da quella rivoluzionaria nell’opera di Matteotti, sarebbe tanto riduttivo quanto straziante, e ci porterebbe a misconoscere persino, come dice lo stesso Veltroni, “la lucida forza delle sue idee” che furono ovunque e sempre idee autenticamente ed immancabilmente socialiste.

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