mercoledì, 21 Ottobre, 2020

Primarie Usa: Bloomberg si ritira, uniti per Biden

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Il Super Tuesday ha fatto una selezione importante nella corsa delle primarie per la nomination dei Democratici statunitensi. Una corsa che finora era stata segnata da incertezze e continui colpi di scena, inizialmente con un affollamento di candidati decisamente caotico. Ma già dalle primarie in South Carolina, si è notato un risveglio della candidatura di Joe Biden che per otto anni (dal 2009 al 2016) è stato vicepresidente di Barack Obama ed ora torna ad essere il favorito di questa competizione elettorale.
Il percorso con cui negli Stati Uniti si individuano i candidati alla Casa Bianca dura molti mesi. Quest’anno, con Donald Trump che, dopo aver evitato l’impeachment, si avvia verso una ricandidatura scontata tra i Repubblicani, i riflettori sono tutti puntati sulle primarie dei Democratici. Il Super Tuesday (letteralmente “super martedì”) è la tappa più importante di questo percorso. Si tratta infatti del singolo appuntamento in cui si vota nel maggior numero di stati e che assegna il maggior numero di delegati. Ieri si è votato infatti in ben 14 stati: Alabama, Arkansas, California, Colorado, Maine, Massachusetts, Minnesota, North Carolina, Oklahoma, Tennessee, Texas, Utah, Virginia, Vermont, a cui si sono aggiunti i caucus nelle Samoa Americane; i delegati in palio erano ben 1.357, pari a oltre un terzo (34,1%) del totale. Ecco spiegato perché, nonostante il percorso che si concluderà ufficialmente solo a giugno, il Super Tuesday è così importante. Per di più, è il giorno in cui si è votato nei due stati più popolosi di tutti gli USA, ossia la California e il Texas, che assegnano rispettivamente 415 e 228 delegati (complessivamente, quasi la metà di quelli messi in palio nel Super Tuesday).

Per ottenere delegati, i candidati rimasti in corsa dovevano superare, in ciascuno stato, una soglia di sbarramento del 15%, applicata a un doppio livello: sia a livello di singolo distretto (per circa 2/3 dei delegati) sia a livello statale (per i delegati rimanenti). Visti i diversi fusi orari, i seggi hanno chiuso tra l’una di notte e le 5 del mattino (ora italiana), ma già dai primissimi risultati è apparso chiaro che si era di fronte a una netta vittoria di Joe Biden. Secondo le previsioni della vigilia, l’ex vicepresidente partiva favorito in 7 dei 14 stati, mentre negli altri 7 il frontrunner era Bernie Sanders, senatore socialista del Vermont già sfidante di Hillary Clinton alle primarie del 2016 e che prima del Super Tuesday aveva già vinto le sfide in Nevada e New Hampshire. Negli ultimissimi giorni prima del voto, però, ci sono stati ben due colpi di scena: il ritiro di due candidati (Pete Buttigieg e Amy Klobuchar) ed il loro endorsement a Joe Biden, che dopo aver vinto in South Carolina la scorsa settimana ha beneficiato di un notevole “momentum”. Alla fine, Biden è risultato vincitore in ben 10 stati: Alabama, Arkansas, Maine, Massachusetts, Minnesota, North Carolina, Oklahoma, Texas, Tennessee e Virginia. La sua vittoria è stata particolarmente importante, poiché nelle cosiddette “tre M” (Maine, Massachusetts e Minnesota), il favorito della vigilia era Sanders. Dopo un testa a testa nello scrutinio che è durato diverse ore, Biden ha vinto anche in Texas.

Perché ha vinto Biden? Un ruolo importante, come si è detto, lo ha avuto certamente il “momentum” successivo alla vittoria in South Carolina, un fattore che nelle primarie americane spesso si rivela decisivo. Da non sottovalutare, in questo senso, è anche il ruolo delle aspettative: per molti mesi largamente in testa in tutti i sondaggi, Biden aveva deluso nei primissimi appuntamenti, e sembrava che il suo posto come principale sfidante moderato di Sanders potesse essere ereditato dal giovane Buttigieg, dal super-miliardario Michael Bloomberg, o persino da Amy Klobuchar, che aveva ottenuto un ottimo risultato in New Hampshire. Vincendo in South Carolina, Biden ha rilanciato la sua campagna elettorale. Sembra che le telefonate di alcuni ex presidenti Democratici (addirittura di Jimmy Carter) abbiano giocato un ruolo determinante nell’indurre Buttigieg e Klobuchar a ritirarsi e a sostenere Biden. Una mossa non di poco conto: in Minnesota, ad esempio, questi endorsement hanno avuto senza dubbio un peso decisivo, trattandosi dello stato di cui Amy Klobuchar è senatrice sin dal 2007.

L’importanza degli eventi di ieri emerge anche dai dati dell’imponente exit poll diffuso da NBC News a urne ancora aperte. Secondo questi dati, nel complesso quasi un elettore su 3 (il 29%) avrebbe deciso per chi votare solo negli ultimissimi giorni, e ben il 10% ha compiuto la sua scelta il giorno stesso del voto: un dato, quello degli elettori “last minute”, molto più alto di quello del 2016, quando i candidati erano fin dall’inizio sostanzialmente due (Clinton e Sanders). A favore di Biden ha poi senz’altro giocato il fattore “eleggibilità”: ossia l’opinione, condivisa dal 63% degli elettori che hanno votato al Super Tuesday, che sia più importante votare un candidato in grado di sconfiggere Trump alle presidenziali di novembre, piuttosto che quello con cui si è più d’accordo. Questo fattore ha probabilmente controbilanciato l’identità, decisamente spostata a sinistra rispetto agli elettori americani nel loro complesso, dei votanti di queste primarie, evidenziata dal fatto che, sempre secondo l’exit poll di NBC News, ben il 38% di questi desidererebbe politiche più progressiste rispetto a quelle messe in atto da Obama, contro un ben più misero 11% che invece si dichiara favorevole a politiche più centriste e moderate.

Detto che la vittoria di Biden è stata più ampia di quanto fosse stato previsto alla vigilia, va anche sottolineato che le condizioni di partenza non erano certamente sfavorevoli all’ex vicepresidente: secondo tutti i sondaggi, Biden è sempre stato molto competitivo negli stati con una forte presenza della minoranza afroamericana, ossia tutti quelli del sud. Bernie Sanders può consolarsi con le vittorie in California, Colorado, Utah e Vermont (il suo stato), ma il suo buon appeal tra gli elettori ispanici non gli è bastato per vincere ad esempio in Texas, dove una vittoria sarebbe stata un ottimo viatico per il prosieguo della sua campagna. Sanders, da sempre fortissimo tra gli elettori progressisti più giovani, è stato penalizzato probabilmente anche dalle caratteristiche anagrafiche dei votanti: ancora gli exit poll NBC News rivelano che quasi due terzi (64%) di chi ha votato in questo Super Tuesday avevano almeno 45 anni, mentre solo il 36% si trovava nella fascia d’età compresa tra i 18 e i 44 anni.
Joe Biden ha vinto, in modo abbastanza netto, le primarie del Super Tuesday, grazie a un’ottima prestazione negli stati dove partiva favorito e al contributo “last minute” degli endorsement di Pete Buttigieg e Amy Klobuchar, soprattutto in Maine, Massachusetts e Minnesota. Secondo la stima del New York Times (aggiornata alle 8:30 ora italiana), Biden dovrebbe aver ricevuto circa 5,4 milioni di voti, ottenendo 665 delegati (pari al 45% del totale messo in palio in questa tornata) contro i 4,9 milioni di voti ottenuti da Sanders, che si fermerebbe a quota 585 delegati (39%).
Fin qui si è detto poco degli altri candidati come Michael Bloomberg ed Elizabeth Warren, e la ragione è piuttosto semplice: hanno deluso, e non poco. Nonostante la quantità spaventosa di soldi (oltre 500 milioni di dollari) investiti in spot televisivi in vista proprio del Super Tuesday, Bloomberg ha sì superato il 15% in diversi stati, ma non ha ottenuto che poco più di 100 delegati, vincendo solo nei caucus delle Samoa Americane (che però ne mettevano in palio solo 6). Anche per la Warren il risultato è molto deludente, soprattutto considerando che a un certo punto della campagna elettorale si era ritrovata in testa nei sondaggi e nei pronostici dei bookmakers: perfino nel suo Massachusetts si è dovuta accontentare del terzo posto, e appare ormai estremanente improbabile che possa insidiare Biden o Sanders in quella che si prefigura ormai come una corsa a due, salvo clamorosi imprevisti, comunque mai da escludere quando si parla di elezioni americane.
Dopo il Super Tuesday, le primarie non si fermeranno a lungo: la prossima settimana si voterà nuovamente in sei stati (10 marzo: Idaho, Michigan, Mississippi, Missouri, North Dakota, Washington) e quella ancora dopo in altri quattro (17 marzo: Arizona, Florida, Illinois, Ohio). Non è da escludere che per allora assisteremo ad altri colpi di scena, come un ritiro di uno tra Bloomberg e Warren, o persino di entrambi; ma è anche possibile che continuerà ad esserci una corsa a 4 ancora per un pò, e che il risultato più probabile di queste primarie diventi quella che gli americani chiamano una “brokered convention”, in cui nessuno dei candidati ottiene la maggioranza assoluta dei delegati.
In questo scenario, l’aggiudicazione delle primarie diventa sempre più complicata tra i democratici ed anche dall’esterno potrebbero esserci ingerenze per far nominare il candidato meno pericoloso per Donald Trump.

Salvatore Rondello

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