lunedì, 14 Ottobre, 2019

Primo Maggio, è ora di riprendere la battaglia per il lavoro

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Tra il 1865 ed il 1890 negli Stati Uniti d’America si verificarono alcuni episodi di lotta e di brutale repressione che determinarono nella classe operaia americana l’esigenza di organizzarsi per il riconoscimento dei propri diritti.
La principale battaglia dei lavoratori statunitensi fu quella per ottenere le “tre otto”, ovvero “otto ore di lavoro – otto ore di ricreazione – otto ore di riposo”: nel 1865 un meccanico di Boston organizzò la Lega per le otto ore del Massachusetts; nel 1866 nacque la National Labor Union, primo tentativo di organismo sindacale a livello federale, che pose la lotta per le otto ore al centro della sua attività rivendicativa.
Su sollecitazione delle organizzazioni operaie, nel marzo 1867 lo stato dell’Illinois approvò una legge sulle otto ore, che sarebbe dovuta entrare in vigore il 1° maggio successivo.

Temendo che molti datori di lavoro, com’era stato preannunciato, non avrebbero dato corso alla nuova normativa, il 1° maggio 1867 a Chicago oltre 10.000 lavoratori sfilarono per le vie della città: il Chicago Times scrisse che esso fu “il corteo più grande che si sia mai visto a Chicago”.
Fu questa la prima volta che la data del Primo Maggio venne associata ad una grande manifestazione di lavoratori.
Ciò nonostante, la legge americana sulle otto ore di lavoro venne in gran parte non applicata a causa dell’ostruzionismo della parte padronale e del disinteresse delle amministrazioni pubbliche. Inoltre per tutti gli anni ’70 del XIX secolo la forza sindacale degli operai americani venne molto ridimensionata dalla crisi economica che colpì gli Stati Uniti.

Nel 1884 la FOTLU (Federal of Organization Trade and Labor Unions), un piccolo sindacato confederale costituitosi nel 1881, rilanciò la battaglia per le “tre otto”, chiedendo a tutti i movimenti operai di unirsi per rivendicare la giornata lavorativa di otto ore “a partire dal 1° maggio 1886”, data in cui venne proclamato uno sciopero generale in tutte le più importanti città statunitensi.
Sabato 1° maggio 1886 quasi 400.000 lavoratori scioperarono in tutti gli USA. A Chicago scesero in piazza 80.000 operai, che proseguirono a manifestare anche domenica 2 maggio; lunedì 3 la polizia uccise alcuni dimostranti davanti alla fabbrica McCormik in sciopero.

Il 4 maggio 1886 venne lanciata una bomba contro i poliziotti che stavano caricando i partecipanti al comizio di protesta per le uccisioni del giorno prima, che causò numerosi morti e feriti. Furono subito arrestati otto anarchici, sette dei quali furono condannati a morte al termine di un processo fortemente viziato dal clima di caccia alle streghe suscitato dalla polizia e dalla stampa padronale.
Quattro anarchici vennero impiccati, uno si uccise o venne ucciso in carcere prima dell’esecuzione, altri due ebbero la pena capitale commutata in lunghi periodi detentivi, che iniziarono a scontare assieme all’ottavo arrestato. Solo nel 1893 il governatore dell’Illinois, John P. Altgeld, proclamò l’innocenza degli anarchici, facendo liberare i tre condannati ancora in vita; nel cimitero di Waldheim venne eretto un monumento in memoria dei “martiri di Chicago”.

Nel dicembre 1888 a St. Louis, il congresso dell’AFL (American Federation of Labor), in cui era confluita anche la FOTLU, richiamandosi alla lotta iniziata il 1° maggio 1886, stabilì la data del 1° maggio 1890 come quella in cui i lavoratori americani avrebbero dovuto ottenere la giornata lavorativa di otto ore, decidendo di indire per quel giorno una grande manifestazione in tutti gli Stati Uniti.
Quando, nel luglio 1889, durante il Congresso operaio socialista internazionale di tendenza marxista di Parigi (da cui nacque la Seconda Internazionale), su proposta del delegato francese Raymond Lavigne, si decise di indire “una grande manifestazione internazionale a data fissa, in modo che contemporaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori intimino ai poteri pubblici di ridurre legalmente la giornata di lavoro a otto ore e di applicare le altre risoluzioni del congresso internazionale di Parigi”, su richiesta del delegato statunitense Hugh McGregor, rappresentante del sindacato AFL, il Congresso decise che “atteso che una simile manifestazione è stata già decisa per il 1° maggio 1890 dalla Federazione americana del lavoro nel suo congresso del dicembre 1888 a St. Louis, questa data è adottata per la manifestazione internazionale. I lavoratori dei vari paesi daranno luogo alla manifestazione entro i limiti imposti dalla particolare situazione di ciascun paese”.

A seguito della deliberazione dei congressisti parigini, nei primi mesi del 1890 in Francia, Inghilterra e Germania si costituirono comitati promotori dell’organizzazione della manifestazione.
Pertanto, giovedì 1° maggio 1890 si svolsero in tutta Europa, per la prima volta in contemporanea, importanti manifestazioni di lavoratori che diedero alle rivendicazioni per la giornata lavorativa di otto ore e per il riconoscimento della dignità degli operai una dimensione internazionale.
La manifestazione venne autorizzata dai governi di Belgio, Inghilterra, Svizzera, Norvegia e Finlandia. Al contrario, in Francia, Germania, Austria-Ungheria, Italia, Spagna e Bulgaria le autorità fecero di tutto per impedire e boicottare la manifestazione, considerata “sovversiva”, anche se a Berlino, Vienna e Madrid, a fronte dell’adesione di massa dei lavoratori in forma pacifica, si guardarono bene dall’intervenire per far rispettare i divieti, che vennero ritirati.

Parigi, nel timore che potessero rinnovarsi le lotte rivoluzionarie della Comune del 1871, venne posta in stato d’assedio, vennero proibiti i cortei, arrestati molti militanti della sinistra, chiuse tipografie e sequestrati giornali e fogli di propaganda. A Barcellona la città scese in sciopero e venne messa sotto tiro dai cannoni delle navi militari alla rada nel porto. Ad Amburgo la polizia attaccò molto duramente gli operai in sciopero.

A Milano l’assemblea del Consolato operaio decise inizialmente di evitare lo sciopero e rinviare cortei e comizi alla domenica successiva; la successiva decisione del governo Crispi di proibire ogni manifestazione su tutto il territorio nazionale fece ribaltare la decisione. Scrisse il Corriere della Sera del 30 aprile 1890: “per reazione al decreto autoritario del Crispi prevalse il partito dello sciopero; pertanto può dirsi che il vero autore dello sciopero di domani sia lo stesso capo del governo”.
La grande adesione delle masse lavoratrici stupì gli stessi dirigenti socialisti e sindacali: Fiedrich Engels, fondatore dell’Internazionale assieme a Karl Marx, dichiarò che “Il proletariato d’Europa e d’America passa in rivista le sue forze mobilitate per la prima volta come un solo esercito. E lo spettacolo di questa giornata aprirà gli occhi ai capitalisti”.
In Italia il 1° maggio 1890 a Torino, Genova, Milano, Livorno, Napoli, Palermo e in numerose località minori si tennero riunioni, comizi, sfilate per le vie cittadine. A Roma i lavoratori con le loro famiglie si riunirono fuori della città in prossimità delle rovine di un antico acquedotto romano.

In molti centri vi furono anche scontri con le forze dell’ordine, arresti e conseguenti processi, che ebbero vasta risonanza sulla stampa e in Parlamento.
“La manifestazione del 1 maggio – commentò il filosofo marxista Antonio Labriola – ha in ogni caso superato di molto tutte le speranze riposte in essa da socialisti e da operai progrediti. Ancora pochi giorni innanzi, la opinione di molti socialisti, che operano con la parola e con lo scritto, era alquanto pessimista”.
Dato il successo di quella che inizialmente era stata indetta come una manifestazione una tantum, l’Internazionale decise di replicarla per il 1891 e di farla divenire un appuntamento costante per rivendicare le 8 ore di lavoro e il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.

Pertanto, nel 1891, per la prima volta, fu stabilita e propagandata in tutta l’Italia la data del 1° Maggio come “Festa del Lavoro”, che si tenne ovunque esistessero circoli operai, società di mutuo soccorso, leghe bracciantili.
L’adesione fu ancor più massiccia che l’anno prima: in tutti i principali centri della penisola vi furono “passeggiate”, scampagnate fuori porta e riunioni conviviali, con grande partecipazione di popolo che, pur privilegiando la dimensione di “festa” dell’appuntamento, rivendicava l’appropriazione di una giornata per sé, sottraendola al padrone e “altra” rispetto alle festività connesse alle ricorrenze religiose o alle celebrazioni dettate dallo Stato.
Il successo delle manifestazioni del 1° Maggio contribuì alla decisione delle organizzazioni operaie di ritrovarsi l’anno successivo a Genova, dove tra il 14 e 15 agosto 1892 fondarono il Partito dei Lavoratori Italiani (che poi, l’anno successivo, al Congresso di Reggio Emilia, mutò il proprio nome in quello di Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, e, poi, al Congresso di Parma del 1895 assunse il nome definitivo di Partito Socialista Italiano), la prima organizzazione politica a livello nazionale a dar voce alle masse degli esclusi.

Da quel 1891 la festa del 1° maggio si radicò sempre più nell’immaginario collettivo dei lavoratori come la propria festa, come la propria “Pasqua”, in cui il proletariato risorgeva dalla propria condizione servile per assurgere ad una dimensione di coscienza della propria forza e della propria dignità umana. Scrisse Andrea Costa nel 1892: “C’è una Pasqua pei cattolici, ci sarà, d’ora in poi, una Pasqua pei lavoratori.”; venne composta una canzone popolare, sulla musica del coro del Nabucco di Giuseppe Verdi, “Vieni o maggio, t’aspettan le genti”.
Un’altra canzone, rivendicando la giornata di otto ore lavorative, domandava polemicamente “Se otto ore vi sembran poche ….”.

Oggi, festeggiando il Primo Maggio in Italia, è doveroso riflettere sul fatto che, in molte situazioni lavorative, in nome della “flessibilità”, le famose “otto ore” sono spesso superate, senza alcuna maggiorazione per lo straordinario, i lavoratori sono costretti ad effettuare turni serali e notturni, e/o a prestare servizio il sabato e la domenica e nei giorni festivi, il tutto senza alcun compenso aggiuntivo e senza considerazione per il disagio e la compressione del tempo dedicato alla propria vita personale ed alla propria famiglia.

Nel nostro paese i lavoratori, ce lo dicono le statistiche (smentendo radicati luoghi comuni sui dipendenti italiani assenteisti e scansafatiche), hanno un numero di ore lavorate pro-capite molto più alto dei loro colleghi europei ed un salario mediamente più basso. E, purtroppo, sono aumentati gli infortuni sul lavoro, anche quelli mortali.
E’ ora di riprendere la battaglia per il lavoro, per la creazione di nuovi posti e per la sicurezza e la dignità dei lavoratori.

Alfonso Maria Capriolo

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