lunedì, 17 Giugno, 2019

Promemoria per Zingaretti

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In un precedente articolo dal titolo “Zingaretti alla prova dell’alternativa” sottolineavo la necessità di andare oltre un’opposizione muscolare e peggio occasionale perché il Paese nell’umanissima commedia della spartizione del sottogoverno intuisce che una volta avvenuta esploderanno tutte le contraddizioni del contratto giallo-verde e si rischia un vuoto di governo ed il voto anticipato.

Le due componenti la maggioranza sono massimamente impegnate a fare l’elenco di tutte le promesse elettorali non realizzate per colpa dell’alleato sicché il clima è perennemente elettorale come testimoniano i termometri dei sondaggi con una costante: il sorpasso ormai consolidato della Lega sui pentastellati e quello appena accennato per la luna di miele di Zingaretti anche del PD sul M5stelle. Alcune scelte che Zingaretti ha in animo di fare lasciano ben sperare che gradualmente il partito ridiventi competitivo a partire dal basso, dove ci sono stati i più significativi cedimenti nelle amministrative precedenti a quest’ultime dove siamo in ripresa senza che la gestione Renzi ed anche i suoi oppositori abbia sollevato la necessità di un profondo esame di coscienza. Ebbene quando Zingaretti annunzia che la segreteria vedrà protagonisti i segretari regionali del partito un primo passo è fatto verso la base esaurita nelle idee e chiamata solo per le conte interne senza nessuna incidenza sulla rotta del partito a livello nazionale.

Uno scollamento che è costato caro in un sistema degenerato nel prevalente regime dei nominati dalle oligarchie sugli eletti per i quali è fondamentale un rapporto costante ravvicinato tra eletti ed elettori, la cui mancanza ha aperto un autostrada ai populismi ed ai sovranismi di ogni tipo. Che per ricostruire il partito occorresse partire dal basso è risultato evidente nel rapporto stretto da istituire con tutte le forze affini, ed in particolare con gli scissionisti, chiamandoli alla solidarietà nelle amministrazioni locali come premessa di quella nazionale per le elezioni europee. Sì nelle europee è possibile dare una spallata, come sempre è avvenuto quando un elettorato insoddisfatto intende scuotere una maggioranza reputata insoddisfacente. Due mosse giuste quelle di Zingaretti nel promuovere la ripresa dal basso ma che lasciano sorprendentemente scoperta una potenzialità sul fronte della ripresa della politica istituzionale che senza binari fa rischiare al Paese un avvitamento su se stesso con più elezioni consecutive com’è successo in Spagna, con il corollario secessionistico com’è accaduto in Catalogna e come qualcuno anche in Italia anciora sogna.

Ebbene è possibile che il nuovo Segretario del partito scelto, come succede spesso in tutti i Paesi federali, in forza dei suoi risultati positivi in tre elezioni consecutive in controtendenza rispetto al partito nazionale, non s’accorga delle potenzialità propositive delle regioni in forza della loro autonomia statutaria, avviando dal basso, con una fase costituente in tutte le regioni da noi dirette, quella riforma istituzionale bocciata per ben due volte perché calata dall’alto?

Eppure un timido inizio c’era stato nel Lazio abolendo il listino, tipico strumento di partecipazione sottratto agli elettori in mano esclusiva alle oligarchie dei partiti. Possibile che Zingaretti, da anni incluso tra i papabili alla segreteria nazionale del PD, non si sia mai chiesto che succedeva nella sua regione se lasciava l’incarico, incompatibile con quello nazionale per ragione di tempo portando per legge allo scioglimento del Consiglio? Peggio ancora con elezioni anticipate e l’elezione a parlamentare. La barriera istituzionale è la stessa che impedisce ai sindaci ed ai presidenti di scendere in campo quando la situazione lo richieda.

E’ il sistema delle autonomie che consente l’osmosi di classe dirigente dal basso verso l’alto e se questa manca non deve sorprendere che la nuova classe dirigente a livello nazionale lasci tanto a desiderare per aver saltato a piè pari la scuola delle autonomie locali.

Roca

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