mercoledì, 20 Novembre, 2019

Provenzano e la necessità di un “riscatto” della sinistra

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La sinistra democratica ha smarrito il senso dei suoi valori originari; in particolare, ha perso di vista l’obiettivo primigenio della sua ragion d’essere, ovvero il perseguimento, nella libertà, dell’equità distributiva tra i componenti del sistema sociale. La possibilità di riproporre oggi, in termini più comprensivi, questo valore, in alternativa ai valori propri dell’ideologia neoliberista della destra – afferma Giuseppe Provenzano in “La sinistra e la scintilla. Idee per un riscatto” – “non è scontato, ma neppure impossibile”; perciò, il dovere della sinistra “è scuotersi, reagire”, perché quello attuale è “un mondo per cui vale la pena combattere”.
La cosa che maggiormente colpisce, secondo Provenzano, è l’affermazione, da parte della maggioranza delle forze della sinistra, che sia necessario andare oltre la contrapposizione tra destra e sinistra, in quanto essa avrebbe perso di senso, perché “il crinale della distinzione politica non passerebbe più per le istanze di uguaglianza, ma per quelle di innovazione, apertura, opportunità”. Negare, però, la validità della contrapposizione tra destra e sinistra, significa, non solo cadere nel vecchio “terreno di coltura dell’eterno trasformismo italico”, ma anche (ed è ciò che più conta) non fare i conti col fatto che nel mondo attuale la destra si afferma, sfruttando il disagio sociale creato dalla “deriva oligarchica dell’economia e della politica”, che essa stessa ha promosso, favorendo un processo di integrazione mondiale senza regole delle economie nazionali.

Ironia della sorte, il disagio sociale sta nutrendo l’ascesa “di una destra che promette al popolo la riconquista della sovranità [perduta con la globalizzazione], offrendo un’illusione di protezione in cambio di libertà”, trascurando però di considerare le cause che hanno dato origine alle disuguaglianze distributive all’interno delle moderne società industriali ad economia di mercato. Per scuotersi dal “torpore” del quale è vittima, la sinistra deve ripensare il proprio patrimonio valoriale, intrecciandolo, però, con una battaglia politica volta alla costruzione di un’alternativa all’”arrampismo” della destra, arrogante e contraddittorio, in modo da rendere possibile la riconquista del consenso popolare.
Per Provenzano, l’alternativa va cercata e costruita intorno a un’idea di socialismo democratico, inquadrata in una prospettiva ideale appropriata, tale da promuovere un’equità distributiva, non solo del prodotto sociale, ma della tutela e dei diritti sociali; ciò varrebbe a dare “nuova linfa alla radice del lavoro, che è vitale per la sinistra, perché è un’irrinunciabile leva di uguaglianza e dignità”, configurandosi in netta discontinuità con il modo d’essere, di pensare e di agire della politica italiana nella seconda Repubblica, che è finita lasciando irrisolti i problemi di equità distributiva (intesa in seno lato) per la cui soluzione essa era nata.
Oggi, osserva Provenzano, la sinistra sa tutto del problema delle disuguaglianze sociali, e sa anche che sono state le élite portatrici dell’ideologia neoliberista ad averlo originato nei termini attuali. La sinistra ha colto in ritardo e solo in parte (con analisi limitate al ruolo dell’equità distributiva del prodotto sociale) la gravità del problema, senza riuscire però a collocare la soluzione al centro del dibattito politico. Inoltre, la sinistra conosce bene i meccanismi che favoriscono la diffusione della povertà all’interno del sistema sociale, ma sa poco degli effetti disfunzionali generati dalla polarizzazione della ricchezza; in altri termini, la sinistra ignora che, oltre all’esistenza di una “questione dei poveri”, esiste anche una “questione dei ricchi”, per cui deve necessariamente affermare, non solo l’insostenibilità della povertà, ma anche quella dell’eccessiva concentrazione della ricchezza. L’aver ignorato gli effetti negativi di quest’ultimo aspetto ha impedito che la sinistra individuasse l’azione politica più appropriata per spezzare il circolo vizioso che, con l’affermazione dell’ideologia neoliberista, ha peggiorato la frattura sociale e territoriale tra le regioni del Nord e quelle del Sud del Paese; una frattura che racchiude in sé tutte le altre.
A parere di Provenzano, non deve essere dimenticato che, sul piano storico, la prima frattura dell’Italia è quella territoriale, connessa alla formazione dello Stato unitario, nato portando con sé l’annosa questione meridionale. Il ritardo del Mezzogiorno sulla via della crescita, a più di un secolo e mezzo dall’inaugurazione di una politica d’intervento a favore delle regioni del Sud, avrebbe dovuto suggerire alla sinistra la natura dei nessi esistenti tra uguaglianza e sviluppo, cogliendo così le ragioni profonde di una frattura che la Grande recessione 2007-2008 ha solo peggiorato. Per il superamento di questa frattura sarebbe stato necessario che la sinistra formulasse una proposta politica più incisiva di quella che ha invece privilegiato, insistendo anch’essa, al pari della destra, sulla necessità di coniugare sempre la crescita con l’equità distributiva del prodotto sociale.

Oggi, la sinistra deve invertire le priorità; ciò perché – afferma Provenzano – non basta più sostenere che bisogna crescere per diminuire le disuguaglianze distributive a livello territoriale, ma al contrario occorre convincersi della necessità che occorre ridurre prioritariamente le disuguaglianze, per poi tornare a crescere. Ciò significa che, per rimediare alla frattura territoriale che caratterizza l’Italia, occorre che la sinistra faccia proprio il convincimento che non è la crescita a determinare la convergenza economica e sociale delle regioni, ma è la preventiva rimozione delle disuguaglianze territoriali a consentire la crescita dell’intero Paese.
A quale prospettiva di pensiero e di azione politica deve ispirarsi la sinistra per fare proprio tale convincimento? Due sembrano essere – secondo Provenzano – i capisaldi ai quali la sinistra deve attenersi: il rifiuto dell’”autonomia fiscale differenziata” pretesa dalle “regioni ricche” del Nord del Paese e una politica attiva del lavoro, con cui contrastare la crescita della disoccupazione strutturale originata dalle modalità di funzionamento proprie delle moderne società industriali.

Riguardo al primo caposaldo, per evitare la “’secessione dei ricchi’ finalizzata alla ‘territorializzazione’ delle imposte” – sostiene Provenzano – occorre che la sinistra rifiuti con fermezza la pretesa delle “regioni ricche” (Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna) di rafforzare la loro autonomia fiscale, ricordando che essa è maturata ed è stata rinforzata con la “compiacenza” delle stesse forze di sinistra; fatto, questo, che vale a dimostrare che la sinistra ha perso “la bussola dell’uguaglianza e anche dell’interesse nazionale”. Le forze di sinistra non possono non ricordare che l’iniziativa referendaria regionale svoltasi in Veneto e in Lombardia nel 2017 trova il suo fondamento nella riforma costituzionale del 2001, realizzata per iniziativa della sinistra e con i suoi voti; la riforma del Titolo V della Carta costituzionale ha rappresentato, per i governi delle “regioni ricche”, la legittimazione ad agire per una ridefinizione del “residuo fiscale” (inteso come differenza tra le tasse pagate e la spesa pubblica complessiva ricevuta sotto forma di trasferimenti o in generale di servizi pubblici), al fine di trattenere nei loro bilanci una parte maggiore del gettito fiscale dei rispettivi territori.

A ragione, molti critici ritengono che la celebrazione della consultazione referendaria abbia rappresentato l’inizio della fine dell’unità politica e istituzionale (oltre che territoriale) del Paese; secondo altri, sul piano immediato, la consultazione rappresenta l’inizio della “secessione delle regioni ricche”, per via del fatto che, con la ridefinizione del residuo fiscale, verrebbe indebolito il ruolo del governo centrale nella riduzione delle disuguaglianze regionali esistenti e persistenti in Italia.
La pretesa delle regioni del Nord (supportata da varie stime, che evidenziano nei loro confronti un’eccedenza delle entrate fiscali rispetto alla spesa pubblica in esse effettua, e un risultato opposto per la totalità delle regioni del Sud) è infatti fondata sulla tesi che il Nord “pagherebbe” oltre ogni limite ragionevole le inefficienze del Sud; questa tesi, perciò, è assunta a giustificazione della richiesta, da parte delle “regioni ricche”, di un maggior decentramento fiscale, e soprattutto di una diversa redistribuzione delle entrate pubbliche tra le regioni, in modo da ridurre, se non annullare, il residuo fiscale di tutte le regioni.
Ciò che le forze di sinistra mancano di considerare è che i sostenitori dell’autonomia fiscale differenziata usano in modo distorto il concetto di “residuo fiscale”, originariamente concepito all’interno di un contesto teorico che gli assegnava un significato ed una funzione completamente diversi rispetto a quelli assunti nel dibattito corrente in Italia. Il concetto, formulato dall’economista americano (premio Nobel) James Buchanan, in “Federalism and fiscal equity” (pubblicato sull’”American Economic Review” nel 1950), veniva proposto per giustificare sul piano politico i trasferimenti di risorse, effettuati dallo Stato federale statunitense, dagli Stati federati più ricchi verso quelli meno ricchi. Buchanan proponeva il concetto di residuo fiscale nel quadro della sua teoria dell’”equità orizzontale”, in base alla quale, all’interno di un’organizzazione statuale federale, ogni Stato federato, dopo la distribuzione della spesa pubblica sotto forma di trasferimenti (o in generale di servizi pubblici) doveva poter avere lo stesso residuo fiscale.

Nella Costituzione italiana non è fatta menzione, né del concetto di equità orizzontale, né di quello di residuo fiscale. Tuttavia, tali concetti sono espressi nella Carta in termini diversi: l’articolo 53 prevede infatti che tutti i cittadini contribuiscano alle entrate dello Stato in ragione della loro capacità contributiva e secondo criteri di progressività; mentre gli articoli 117 e 120 statuiscono che i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, prescindendo dai confini territoriali delle singole regioni. L’insieme dei tre articoli, perciò, stabilisce un principio di distribuzione della spesa pubblica a valere sulle regioni con redditi più elevati e a favore di quelle con redditi più bassi.
Affermare che vanno modificati i residui fiscali regionali a vantaggio delle “regioni ricche”, significa quindi mettere in discussione il dettato costituzionale; in altri termini, significa mettere in discussione il patto sociale che lega tra loro, sul piano della solidarietà, i cittadini italiani, quale che sia la loro regione di residenza. Per sventare questo pericolo, la sinistra deve assumere il rifiuto della richiesta dell’autonomia fiscale differenziata da parte delle “regioni ricche” come principio irrinunciabile, nella certezza che ogni forma di cedimento su di esso significherebbe la perdita, sia della “bussola” dell’uguaglianza che di quella della salvaguardia dell’interesse nazionale.
Riguardo alla politica attiva del lavoro, con cui contrastare la crescita della disoccupazione strutturale originata dalle modalità di funzionamento proprie delle moderne società industriali, Provenzano ritiene che la sinistra debba assumere la valorizzazione del lavoro come un obiettivo irrinunciabile, da perseguire attraverso una “ridistribuzione del lavoro”, sorretta dal rilancio degli investimenti pubblici per l’innovazione e il miglioramento della competitività. Per l’attivazione di questo processo, Provenzano mostra di considerare inappropriata una politica che svincoli il reddito dal lavoro, ad esempio con l’introduzione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato; ciò perché la monetizzazione del welfare significherebbe un arretramento dello Stato sulle posizioni sostenute dalle forze di destra, con conseguente “rassegnazione” alla “fine del lavoro” o alla sua degradazione.
Se ciò accadesse – secondo Provenzano – la fine del lavoro e il godimento di un reddito monetario da parte di chi è disoccupato significherebbero “immaginare un nuovo welfare per la ‘non piena’ occupazione”; un obiettivo, questo, che a suo avviso non può essere proprio di una politica di sinistra, perché varrebbe a giustificare l’edificazione di una società funzionale al nuovo capitalismo neoliberista.
Riguardo alla politica attiva del lavoro con cui contrastare la crescita della disoccupazione, alla proposta di Provenzano possono esser avanzate alcune riserve, concernenti sia l’ipotesi che la disoccupazione strutturale e la povertà possano essere contrastate con la ridistribuzione del lavoro, sia l’affermazione che la monetizzazione del welfare significhi necessariamente l’accettazione della “fine del lavoro” o la sua degradazione.

La ridistribuzione occupazionale, con cui realizzare il pieno impiego senza sottrarsi alle implicazioni di una rigida conservazione del “dogma” dell’”etica del lavoro”, non può evitare i limiti di ogni politica che sia volta a finanziare una spesa dello Stato per il rilancio degli investimenti pubblici destinati a supportare l’innovazione e il miglioramento della competitività, a meno che essa non sia inquadrata nella prospettiva di un processo graduale di riforma del sistema di sicurezza sociale oggi vigente; un processo, questo, che può essere supportato dall’introduzione di un reddito di cittadinanza (così come è stato definito da James Meade), volto alla soluzione dei problemi connessi all’abbondanza della quale godono i moderni sistemi economici industriali avanzati. A tal fine, sarà necessario però che i nuovi meccanismi di distribuzione del prodotto sociale siano progressivamente affrancati dalla logica tradizionale che li caratterizza, pena la mancata possibilità di risolvere i mali del mondo attuale: disoccupazione e povertà.
Ciò non significa sancire la “fine del lavoro” o la sua degradazione, perché l’azione politica potrebbe essere volta ad incoraggiare i fruitori del reddito di cittadinanza a maturare la propensione a svolgere un’attività lavorativa autonoma; questa, comportando per i beneficiari una minore necessità di inserirsi nel mercato del lavoro, sposterebbe la flessibilizzazione del lavoro dall’interno delle attività produttive all’interno della sfera decisionale dei cittadini, nella ricerca della forma d’impiego del proprio tempo libero in attività qualitativamente più gradite. Si potrà osservare che questa prospettiva appartiene al mondo dei sogni; una riflessione realistica sulle modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici rende plausibile la sua condivisione, per il perseguimento nel lungo periodo di un possibile futuro desiderabile.

In conclusione, considerare una sinistra che affronti il problema delle disuguaglianze distributive personali e territoriali significa parlare – come ritiene Provenzano – di un “progetto Paese”, rispetto alla cui formulazione il socialismo democratico “si è perso”, smarrendo la sua ragion d’essere all’interno di “grandi coalizioni, nella difesa dell’esistente”, e lasciando che i suoi quadri dirigenti si identificassero proprio con quelle élite dominanti portatrici delle idee neoliberiste. Da questo appiattimento il socialismo democratico deve riscattarsi, per tornare a combattere e perseguire l’obiettivo del superamento delle disuguaglianze distributive, non solo per fini equitativi sul piano personale e territoriale, ma anche per realizzare le condizioni necessarie per governare in modo ordinato la dinamica futura del sistema-Paese.

Gianfranco Sabattini

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