venerdì, 4 Dicembre, 2020

Psi e conferenza programmatica di Rimini

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La teoria dei “meriti e dei bisogni” può, a giusta ragione, ritenersi l’antesignana esperienza italiana alla Terza Via. In anticipo di almeno vent’anni rispetto al New Labour – e al governo di Tony Blair in Inghilterra – il Psi diede una compiuta piattaforma lib-lab al proprio incedere politico-culturale. Svecchiò, non senza una certa supponenza giovanilistica, la sinistra e il proprio armamentario ideologico. Claudio Martelli, l’estensore di una corposa proposta di rilettura politico-sociologica dell’esistente (qualcuno dirà in appresso con l’ausilio di Adriano Sofri), caleidoscopio incuriosito di una società in rapida e profonda trasformazione, meglio di Antony Giddens? Forse. Sicuramente, gli va riconosciuto, più tempestivo del suo omologo britannico (omologo nel senso di ideatore, alla stregua del primo, di una nuova prassi programmatica). Più lungimirante. Più reattivo nel presentare un’avveniristica idea di socialismo democratico in grado di governare il turbinio dei tempi correnti. A Rimini, nel 1982, secondo molti analisti va in scena il secondo atto del “Vangelo socialista”.

 

Il primo lo aveva inaugurato il segretario Bettino Craxi, con un lungo saggio su Proudhon pubblicato nel 1978 sull’Espresso. Nell’arco di soli 4 anni, un periodo breve eppure lungo per la politica, i colonelli socialisti, assieme al proprio generale, dispongono le carte sul tavolo da gioco. Le proprie, naturalmente. Compiendo uno sforzo di realismo e pragmatismo, senza perdere di vista principi e valori essenziali. Il problema di allora (e anche di oggi, se ci è consentito) era quello di dare un nuovo orizzonte di stabilità alla vita politica italiana e fare uscire il Paese dalla grave crisi che lo stava attanagliando. Una crisi economica. Una crisi culturale. Una crisi di sistema. Dirà lo stesso Martelli, a distanza di anni: “Volevo scrivere un manifesto del socialismo moderno. Per farlo, attinsi dagli esempi, dal metodo, dai percorsi e dai risultati del secolo socialdemocratico, a cominciare dalla sua espressione più compiuta, quella svedese. Quello era il modello giusto e vincente; forse si poteva andare oltre, ma partendo comunque da lì”. Quale modello? Quale metodo? Quale espressione? Quello di un Paese, l’Italia, assai allergico alle novità. Geloso dello status quo.

 

Ai limiti della irriformabilità. Con un sistema politico bloccato, a causa della conventio ad excludendum nei confronti del Pci. Con una sinistra in grande ritardo nel comprendere i tumultuosi cambiamenti in atto. “Bisognava impadronirsi delle novità”, ripeterà l’ex ministro della Giustizia. Interpretare la gente nuova. Governare il cambiamento. “L’analisi della realtà, l’attitudine e l’esperienza personale mi avevano spinto a sostituire al logoro apparato marxisteggiante, e alla sua pietrificazione sociologica delle classi, un contenuto più aggiornato, una sensibilità più aperta e una giustificazione di sapore quasi religioso, di una religiosità ragionevole, laica. Il socialismo, ormai meno distinto da altri movimenti progressisti e meno circoscritto all’Europa, poteva rifondarsi con la perenne realtà e il perenne ideale del demos, del popolo, cioè di quanti vivono liberi del proprio lavoro e di quanti sono esclusi o oppressi perché senza potere, senza diritti, senza sapere, senza benessere, senza salute. Temendo che i ceti dinamici e giovani, emergenti da quell’evoluzione sociale e generazionale in grado di fare del figlio del contadino un dottore, un tecnico o un ingegnere, potessero essere attratti, attraverso il messaggio liberista e populista, dalla destra, miravo a fare del Psi e della sinistra il partito del cambiamento, il partito dei moderni, appellandomi alla coscienza della classe media”.

 

Meriti e bisogni come libertà ed uguaglianza. Meriti e bisogni come democrazia e socialismo. Meriti e bisogni come passato e presente, con un forte anelito per il futuro. Alla fine – o all’inizio – per un socialista liberale i temi del discorso finiscono con l’essere sempre gli stessi. Qualsiasi sia l’osservatorio prospettico dal quale far discendere un’analisi, un ragionamento avveduto. Qual è l’esperienza fondamentale che caratterizza il mondo del bisogno? L’indigenza? La dipendenza? Lo sfruttamento? Esso ha in realtà un solo denominatore comune: il dolore. Non che altrove non ci sia, ma nel mondo del bisogno il dolore c’è sempre. Milton diceva: “Il dolore è miseria perfetta”. Nella memora del movimento operaio, l’esperienza del dolore è la più frequente, e, in un certo senso, è la più alta, poiché da essa scaturì anche l’esperienza della solidarietà. Dolore, solidarietà, liberazione: questa sequenza scandisce il ritmo delle conquiste storiche del socialismo. E quella del merito? Quella dell’archiviazione dei vecchi approcci ideologici all’esplicita richiesta di un’alleanza liberalsocialista, dalla pace con il mercato alla necessità di trasformare il welfare state in welfare society per preparare l’Italia alle nuove rivoluzioni industriali e culturali. Il merito come ascensore sociale, leva e moltiplicatore del talento. Il Psi, insomma, con la conferenza programmatica di Rimini dei primi anni ’80 del secolo scorso, pensa in grande, prepara la propria Bad Godsberg. Ridisegna il rapporto tra politica e progetto.

 

Federico Coen descriverà questo momento “aulico” della proposta socialista come la nuova frontiera della socialdemocrazia europea. La sintesi perfetta (concetto, questo, sul quale si soffermò a lungo anche Norberto Bobbio) per un partito che all’arte del governo vuole sovrapporre quella del movimento. Movimento di opinione. Movimento di idee fluide. Movimento in grado di scardinare i vecchi patti di classe, erosi dalle urgenze della modernità. Schiacciato fra due grandi partiti contrapposti, il Psi fu costretto a rinnovarsi. Si è rinnovato più di tutti gli altri, tanto da apparire talvolta volubile, improvvisatore, instabile e superficiale. Un rinnovamento che, memore dell’insegnamento di Nenni, arriva a proporre un socialismo diverso tanto da quello comunista quanto da quello socialdemocratico. Un’altra figura epica del movimento progressista italiano, Vittorio Foa, critico nei confronti dei partiti via via che pareva allontanarsi nel tempo la lotta antifascista e il secondo conflitto bellico, descrisse questa nuova fase inaugurata dai socialisti come l’atto attraverso il quale “emancipare la società da occupazioni ingombranti e dalla tutela di demagogie autoritarie”. Giocare la carta del programma per Craxi – e per l’intero gruppo dirigente socialista – diviene una sorta di passaggio obbligato per dare consistenza e nuovo smalto al protagonismo politico e giocare, al tempo stesso, la carta di una reciproca alimentazione tra partito, forze sociali, organizzate e movimenti di opinione. Sono questi due passaggi obbligati per un partito socialista che si proponga di crescere sul serio, mettendo a frutto i giacimenti culturali accumulati negli anni trascorsi dalla cultura socialista e non ancora valorizzati in pieno dal partito né per sé, né per la sinistra, né per la stentata modernizzazione manifestata sino ad allora nella società italiana. Reinventare la sinistra, per dirla con le parole di Claudio Martelli, per reinventare la politica. Questa, in estrema sintesi, la sfida. Da lanciare e raccogliere al tempo stesso. “Una sfida – argomenterà Federico Coen – che sarà perduta da tutta la sinistra, e in generale dalla democrazia italiana, sei il Psi non vorrà cogliere l’occasione storica che ancora una volta gli si offre”. In fondo a tutta l’elaborazione di quegli anni, il contenitore in grado di dare cittadinanza e dignità alla teoria dei meriti e dei bisogni, è la Terza Via.

 

Una sorta di processo attraverso cui democratizzare la democrazia, facendo compiere alla stessa un salto triplo verso il futuro. I neoliberisti vogliono restringere lo Stato; i socialdemocratici, storicamente, hanno premuto per espanderlo. La Terza Via, invece, la variante lib-lab, sostiene che quel che è necessario è ricostruirlo. Andare oltre quelli che da destra dicono che lo Stato è il nemico, e quelli che da sinistra dicono che lo Stato è la risposta. Se c’è una crisi delle democrazia liberale oggi non è, come mezzo secolo fa, perché essa è minacciata da rivali ostili, ma, al contrario, perché non ha rivali. Persino i sovranisti non possono annoverarsi in questa categoria di contrapposizione ideale. Lo Stato moderno è stato forgiato al crogiolo della guerra, e la guerra, qualunque forma essa assuma, come ci ha insegnato di recente la pandemia, ha influenzato le istituzioni sociali sotto moltissimi aspetti. Il successo della democrazia non deriva interamente, o forse principalmente, dal trionfo delle istituzioni liberaldemocratiche sulle altre, ma da forze più profonde che stanno modellando la società globale, come la richiesta di autonomia individuale e l’emergere di un pubblico più discriminante.

 

La democratizzazione sta scavalcando la democrazia; uno squilibrio accresciuto dalla pervasività di modelli più “social” che sociali. Ma come democratizzare la democrazia? Quali riforme promuovere? Come i meriti e i bisogni possono aiutare il raggiungimento di un tale obiettivo? La conferenza programmatica di Rimini indica la propria ricetta. Prospetta soluzioni. Indica strade da percorrere. Ne individua essenzialmente due: quella che faccia leva sul nuovo Stato democratico; e quella che ridisegni, rinnovandola, la società civile. Devoluzione, meccanismi di democrazia diretta, presidenzialismo, efficienza amministrativa si iscrivono al primo campo. Alla prima sfera d’influenza. Coinvolgimento del terzo settore, protagonismo dei nuovi ceti produttivi, protezione della sfera pubblica locale, cooperazione fra governo e società civile, invece, occupano l’altro quadrante. Una Grande Riforma della vita di ogni giorno, insomma. Dalla tradizione fabiana ad un laburismo calato nella modernità. Con il socialismo liberale a fare da apripista ad una possibile – e agognata – rivoluzione. Una rivoluzione che di estremistico, nella teoria dei meriti e dei bisogni, ha solo l’audacia avveniristica delle idee proposte…

 

 

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