venerdì, 20 Settembre, 2019

Può avere senso politico un “populismo di sinistra”?

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Nel libro “Per un populismo di sinistra”, Chantal Mouffe, nota politologa belga, di chiara ispirazione gramsciana, rigettando l’idea del determinismo economico propria del marxismo ortodosso, ipotizza la possibilità di costruire una radicale democrazia (una democrazia critica), all’interno della quale si possano esprimere tutti i conflitti sociali originati dai limiti del capitalismo contemporaneo.

Ciò che spinge la politologa a maturare quest’ipotesi è “la convinzione che per la sinistra sia urgente comprendere la natura della congiuntura attuale e la sfida che il ‘momento populista’ rappresenta”. La comprensione di tale congiuntura (economica, sociale e politica) implica l’analisi delle trasformazioni verificatesi negli ultimi decenni, con l’avvento egemonico dell’ideologia neoliberista. La studiosa belga, al riguardo, si dichiara convinta che la mancata comprensione delle implicazioni delle trasformazioni economiche e sociali indotte da tale ideologia sia all’origine del disorientamento delle forze di sinistra; ciò perché, esse si sono fermate “a una visione inadeguata” della situazione attuale, a causa dell’incapacità, sia di quelle marxiste ortodosse che di quelle socialdemocratiche, di recepire la rilevanza politica delle istanze di una pluralità di movimenti che ne erano i portatori.

A parere della Mouffe, l’ostacolo che ha impedito alle forze di sinistra di comprendere la nuova realtà economica e sociale è derivata dalla “prospettiva essenzialista”, ancora dominante nel loro modo di pensare; si è trattato di una prospettiva che ha portato le forze di sinistra a considerare le identità politiche come “espressione della posizione occupata dagli agenti sociali nei rapporti di produzione” e i loro interessi definiti da tale posizione. In tal modo, i partiti della sinistra hanno mancato di avvertire che le nuove istanze politiche, originanti dalla società egemonizzata dall’ideologia neoliberista, potevano essere recepite solo attraverso una “radicalizzazione della democrazia”.

A tal fine, secondo la politologa belga, sarebbe stato necessario istituire una “catena di equivalenze” che avesse articolato l’insieme delle nuove istanze politiche (proteste contro l’inquinamento ambientale, il razzismo, l’ingiustizia distributiva, la povertà, le discriminazioni sessiste, ecc.) con l’obiettivo di “costruire una volontà comune”, su cui fondare un nuovo progetto della sinistra, formulato in termini di “democrazia radicale e plurale”, per ampliare il campo dell’antagonismo sociale, piuttosto che continuare a conservarlo limitato a un “solo agente privilegiato”.

La radicalizzazione dell’antagonismo, per la realizzazione di una società pienamente caratterizzata dall’accoglimento delle nuove istanze sociali, avrebbe implicato un nuovo orientamento dell’azione dello Stato, nella consapevolezza che i valori socialdemocratici, imposti dopo il secondo conflitto mondiale, e poi in parte disattesi dall’avvento dell’ideologia neoliberista, sono ancora molto significativi per “plasmare” un nuovo senso comune; pertanto, il nuovo progetto delle forze di sinistra avrebbe dovuto prevedere come realizzare la difesa di quei valori.

Di fronte all’affermarsi delle idee neoliberiste e al conseguente affievolimento dell’antagonismo sociale, i partiti della sinistra, non solo non hanno recepito le nuove istanze politiche che nascevano dalle trasformazioni economiche e sociali causate dal capitalismo neoliberista, ma hanno anche mancato di opporsi al consolidarsi di forme tecnocratiche di governo che, all’antagonismo tra le diverse parti, hanno sostituito una presunta gestione neutrale dei problemi sociali; fatto questo che, a parere della Mouffe, ha determinato, da un lato, un processo di disaffezione dei cittadini dalle istituzioni democratiche, manifestatosi soprattutto attraverso alti livelli di astensionismo dalle consultazioni elettorali; dall’altro lato, “il successo crescente dei partiti populisti di destra”, la cui affermazione è consistita nell’offrire “al popolo la voce che gli era stata sottratta dalle élites” dell’establishment dominante.

La crisi del 2007/2008 ha favorito l’emergere delle contraddizioni della società plasmata dall’ideologia neoliberista, i cui aspetti negativi sono ora contestati dai movimenti anti-establishment di ogni ispirazione; si tratta – sostiene la Mouffe – di una congiuntura della quale le forze di sinistra dovrebbero approfittare, per “ricuperare ed estendere la democrazia” attraverso la promozione della “trasformazione” del movimento populista, che si è espanso durante la diffusione degli effetti negativi della Grande Recessione, in un “populismo di sinistra”; inteso, quest’ultimo, “come strategia discorsiva di costruzione della frontiera tra ‘il popolo’ e ‘l’oligarchia’”.

Tuttavia, la Mouffe ritiene che la qualifica di populista Affibbiato” al movimento di protesta non sia sufficiente di per sé a “precisare il tipo di politica richiesta dalla congiuntura attuale”; occorre invece che tale movimento possa essere qualificato come “populismo di sinistra”, in contrapposizione a quello di destra. La creazione della contrapposizione deve consentire di ricreare un antagonismo sociale volto al “ritorno del politico”, dopo anni di post-politica, e alla rimozione delle forme tecnocratiche di governo consolidatesi dopo lo scoppio della crisi del 2007/2008.

La politologa belga è del parere che la costituzione di un populismo di sinistra sia l’opzione politica più conveniente per le forze democratiche e riformiste, al fine di “recuperare ed estendere gli ideali di uguaglianza e sovranità popolare”, in quanto costitutivi di una politica democratica. Ricusando il senso spregiativo col quale i mass-media sono soliti riferirsi al movimento populista, per screditare coloro che contestano l’establishment dominante, la Mouffe sostiene che il movimento possa costituire una valida “frontiera politica”, attraverso la quale riproporre l’antico antagonismo tra i due campi, costituiti, rispettivamente, da chi dalla crisi ha tratto benefici e privilegi e chi ne è stato escluso.

L’approfondimento del solco tra i due campi della società, causato dagli effetti della crisi e dai provvedimenti d’ispirazione neoliberista adottati per contrastarli, costituisce l’elemento basilare della congiuntura attuale, che è l’espressione del fallimento “dell’egemonia neoliberale progressivamente consolidatasi in Europa occidentale durante gli anni Ottanta del Novecento”. A partire da quegli anni, è stato contestato e parzialmente ridimensionato il welfare State keynesiano, che nei trent’anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale aveva rappresentato il principale modello di organizzazione sociale d’ispirazione socialdemocratica. L’egemonia neoliberista ha imposto un insieme di pratiche politico-economiche che hanno comportato la “dittatura” del mercato e la limitazione dell’intervento dello Stato nel governo dell’economia. Il neoliberismo, lontano dall’essere rimasto circoscritto al campo economico, dopo aver connotato l’organizzazione della società in termini individualistici, è oggi in crisi, per via del fatto che la società da esso plasmata è afflitta da un insieme di contraddizioni di difficile superamento.

L’approfondimento do queste contraddizioni è valso a favorire il successo del movimento populista, divenuto, con la diffusione degli effetti della crisi economica, espressione della resistenza alle trasformazioni economiche e politiche occorse dopo l’avvento del neoliberismo, per concludersi – sostiene la Mouffe – con lo sgretolamento “dei due pilastri dell’ideale democratico: l’uguaglianza e la sovranità popolare”; ciò ha comportato l’affermarsi di una modalità di governo che la politologa chiama “postdemocrazia”, dato che, con il consolidarsi dell’egemonia dell’ideologia neoliberista, “è stata soppressa quella tensione agonistica tra i principi liberali e quelli democratici che è costitutiva della democrazia liberale”.

In conseguenza di ciò, si è ridotto il ruolo delle istituzioni democratiche che permettevano ai cittadini di influire sulle decisioni politiche; con il prevalere delle forme tecnocratiche di governo, è venuta meno, infatti, ogni forma di distinzione tra le forze politiche di sinistra e quelle di destra, mentre coloro che hanno contestato il venir meno della tradizionale distinzione sono stati qualificati come estremisti, oppure con lo stigma di populisti. I cambiamenti economici e sociali occorsi con l’avvento dell’ideologia neoliberista, innovando le modalità di regolazione del modo di funzionare del capitalismo, hanno favorito la finanziarizzazione dell’economia a scapito dell’economia reale, causando l’approfondimento delle disuguaglianze e la diffusione della povertà; fatti, questi ultimi, che hanno dato luogo alla formazione di diffuse resistenze al sistema economico-politico da parte di coloro che, in numero crescente, percepivano il nuovo sistema economico-politico “sempre più controllato da élites privilegiate, sorde alle domande degli altri gruppi sociali”.

In questo contesto, i partiti socialdemocratici, al potere in molti Paesi, hanno svolto un ruolo importante nell’attuazione delle politiche neoliberali, rivelandosi “incapaci – afferma la Mouffe – di cogliere la natura del momento populista” e di fronteggiare la sfida che questo rappresentava; per cui essi non sono riusciti ad avvertire che molte delle domande provenienti dai movimenti populisti, sia di destra che di sinistra, “erano domande democratiche”, alle quali bisognava “fornire una risposta progressista”, che la “cornice” politico-istituzionale prevalente rendeva impossibile.

Ora i partiti socialdemocratici sconfitti sul piano elettorale da quelli populisti, tendono, sbagliando, a qualificare questi ultimi come partiti tutti di destra; è indubbio che alcuni di essi (come accade attualmente in Italia) siano fortemente orientati a destra, ma per fermarli sarebbe necessaria l’elaborazione di un “proposta politica” che facesse appello ai populisti di sinistra, per federare tutte le forze che condividono l’opposizione democratica agli esiti della post-democrazia. Al contrario, i populisti di destra, sebbene siano schierati contro gli effetti della post-politica, non individuano necessariamente l’avversario da sconfiggere nel neoliberismo; il loro prevalere – osserva la Mouffe – potrebbe condurre “a forme autoritarie del neoliberismo di stampo nazionalista” che, in nome del recupero della democrazia, potrebbe di fatto causarne una crisi irreversibile.

Il populismo di sinistra, invece, desiderando “restaurare la democrazia per rafforzarla ed estenderla”, potrebbe consentire l’avvio di una politica volta a riunire tutte le istanze sociali inevase in una volontà orientata a costituire una nuova soggettività politica, in grado di fronteggiare un “avversario comune: l’oligarchia neoliberista e tutte le cause eversive della stabilità economica e dell’inclusività sociale.

A tal fine, non sarebbe necessario, come spesso si sostiene, “abbandonare le istituzioni liberaldemocratiche”, per sostituirle con altre istituzioni del tutto nuove; sarebbe infatti sufficiente “compiere passi avanti in direzione democratica mediante un impegno critico con le istituzioni esistenti”. Solo con il linguaggio della democrazia e con le sue istituzioni, i cittadini, emarginati dalla parte della società che si è arricchita, possono dare corpo al senso della loro protesta. La domanda democratica finalizzata a porre rimedio agli esiti negativi dell’ideologia neoliberista, se formulata in modo critico, con l’accento posto sulla dimensione egualitaria e su quella di una maggior equità distributiva, costituirebbe, a parere della Mouffe, “un’arma straordinaria nella lotta egemonica per la creazione di un nuovo senso comune”.

Una strategia populista così intesa non sarebbe una manifestazione di estrema sinistra, ma un modo di concepire la possibilità di soddisfare la domanda politica seguendo una via differente, in grado di permettere la sconfitta dell’egemonia del neoliberismo; una radicalizzazione della domanda politica all’interno delle istituzioni democratiche esistenti consentirebbe, tra l’altro, di “mettere all’angolo” la tattica dei difensori dello status quo, sempre propensi a “bollare” come estremiste le critiche all’ordine sociale d’ispirazione neoliberale, descrivendole come un pericolo per la democrazia rappresentativa.

Radicalizzare la domanda politica all’interno delle tradizionali istituzioni democratiche non implica però, conclude Chantall Mouffe, che vadano conservate tutte le regole sulle quali si è sinora retto il funzionamento del capitalismo; molte di queste regole dovranno essere messe in discussione, soprattutto quelle che sinora hanno informato la distribuzione del prodotto sociale.

Alla luce della prospettiva di rilancio delle forze di sinistra indicata dalla politologa belga, che dire della situazione politica italiana? Le forze politiche socialdemocratiche e riformiste dovrebbero cessare di rinvenire indistintamente nei movimenti populisti una minaccia per la democrazia e per la stabilità economica e sociale, considerando con maggior responsabilità che il movimento populista, o almeno una parte di esso, può “rappresentare un’opportunità” per risolvere i problemi che affliggono il Paese. Le forze politiche socialdemocratiche e riformiste dovrebbero riconoscere che solo in questo modo è possibile ricuperare l’antagonismo della democrazia (diverso dalla lotta di classe) che l’ideologia neoliberista e i governi tecnocratici della post-democrazia hanno concorso a sopprimere.

Non è detto che, se attuato, il nuovo progetto socialdemocratico, sorretto dalle forze populiste di sinistra, sia destinato ad avere un sicuro successo; le forze tradizionali di sinistra democratica, commetteranno però un grave errore, se mancheranno di cogliere l’opportunità che la congiuntura economica, sociale e politica attuale offre loro; ovvero, se rinunceranno a “coagularsi” intorno a un nuovo modo di atteggiarsi nei confronti del populismo, ponendo mente al fatto che la sua crescita e diffusione sono la conseguenza delle loro scelte passate.

Gianfranco Sabattini

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