sabato, 31 Ottobre, 2020

Quadro economico drammatico. Economisti a confronto

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Dai dati Istat relativi al mese di marzo scorso, la produzione industriale italiana è in caduta libera e peggiorerà ancora ad aprile: gli effetti sul Pil 2020 saranno devastanti, anche se si può immaginare un rimbalzo nell’ultimo trimestre dell’anno. In questo quadro è indispensabile che lo Stato italiano sostenga la domanda, che registra un inevitabile crollo, dal momento che i consumatori subiscono il taglio dei redditi o in ogni caso sono frenati nei consumi dalla mancanza di fiducia. Questa l’analisi di economisti e centri studi. La teoria è condivisibile, ma nella pratica ci vogliono i finanziamenti necessari, che ancora non è chiaro dove trovarli.
Secondo Prometeia, la produzione industriale potrebbe subire un tracollo del 45,9% ad aprile, mese durante il quale il lockdown ha fatto sentire per intero il proprio peso sull’industria tricolore. Così, la riduzione della produzione tra marzo e aprile arriverebbe al 61%.
Secondo alcuni esperti, la perdita attesa nel II trimestre del 2020 sarebbe pari al 28% e l’impatto sul Pil della sola caduta della manifattura sarà nell’ordine del 5%, a cui andranno sommate le contrazioni di altri settori come quello delle costruzioni e, in particolare, dei servizi. Il rimbalzo nei mesi successivi dovrebbe essere ‘molto deciso’, pari all’84% a maggio e al 20,6% a giugno, ma recupererebbe solo parzialmente le perdite subite. Tuttavia ci sono motivi per ritenere che lo scenario è peggiore, poiché la ripartenza a maggio è tardiva e lenta.
L’analisi di Prometia definisce il quadro drammatico, facendo notare che i dati della produzione industriale sono ben peggiori rispetto a quelli dei principali Paesi europei (-16% in Francia, -12% in Spagna, -9% in Germania).

Anche Luca Paolazzi, economista partner di Ref Ricerche, è convinto che ad aprile i numeri saranno ancora peggiori ed è inevitabile che il Pil venga rivisto al ribasso. Calcolando che la stima per il primo trimestre era -4,7% e sapendo che la produzione industriale pesa circa un quinto, il Pil risulterebbe già in calo del 5,5%. Ma a questo dato, si aggiungerà quello del fatturato dei servizi privati, che pesa molto di più sul Pil e sarà anch’esso peggiore di quanto avevano imputato per calcolare la variazione trimestrale. Paolazzi ha osservato: “Nessuno riesce a immaginare un crollo di tali dimensioni anche se sai che c’è un abisso, guardarci dentro è impressionante. Tutti i dati verranno rivisti. Secondo la congiuntura flash di Ref, nella prima settimana di riapertura i consumi elettrici sono passati da -20/22% di aprile a -13% nella scorsa settimana. Ora naturalmente saliranno ancora. È ovvio immaginare che ci sarà il rimbalzo, perché se riapre il bar anche al 30% della capacità produttiva, il +30% rappresenta una forte ripresa. Il problema è però se e quando si recupereranno i livelli precedenti alla crisi: nutro forti preoccupazioni anche per Paesi dove ci sono state politiche espansive”.

L’economista fa anche notare: “Il problema è il comportamento dei consumatori che frena la domanda: il 69% degli americani ha paura e quindi è titubante nel riprendere le abitudini precedenti al Coronavirus. E’ uno stato d’animo che vale per tutti. A questo si aggiunge che prima di tornare a fare acquisti importanti, si dovranno affrontare le spese rinviate, a partire dalle rate dei mutui e dagli affitti. Occorre poi fare i conti con la paura del domani: il timore che possa ripetersi l’emergenza sanitaria e l’insicurezza sul fronte del lavoro porta al risparmio precauzionale. Negli Usa si è registrato a marzo un aumento del tasso di risparmio speculare al crollo della fiducia”.
Secondo Paolazzi: “Per far fronte a questa situazione serve iniettare grandi dosi di fiducia: per prima cosa avere al più presto le terapie e il vaccino per il Covid-19, quindi, sul piano economico, tracciare delle linee di sviluppo che tengano conto delle nuove priorità: sanità, ambiente, informatizzazione. Se si indica un sentiero di sviluppo che va incontro a queste nuove priorità si rassicurano le persone e si crea un clima sociale più favorevole alla crescita”.

Per Fabio Sdogati, professore di Economia internazionale al Mip Politecnico di Milano Graduate School of business, la strada è quella di una spesa pubblica che riesca a compensare il crollo della spesa privata. Dagli effetti psicologici sull’economia dell’economista Paolazzi, il prof. Sdogati rispolvera le teorie keynesiane. Anche nella sua analisi il Prof. Sdogati afferma: “Le previsioni sul Pil italiano 2020 molto buie, le peggiori d’Europa. In una crisi di tale gravità le famiglie aumentano i risparmi perché hanno paura. Sono i cosiddetti risparmi precauzionali, superiori a quelli normali. Aumentando il risparmio, diminuisce la spesa e viene a mancare la domanda privata: questo ha effetti devastanti sull’industria manifatturiera, sui servizi, sull’agricoltura. Senza domanda, le imprese non investono e non producono. La conseguenza è la disoccupazione e un ulteriore calo dei consumi. È il circolo del moltiplicatore negativo”.

Per spezzare questo circolo innescato dall’emergenza coronavirus, la ricetta del prof. Sdogati è quella keynesiana: “Serve che tutti i governi aumentino la spesa pubblica per compensare la perdita di spesa dei privati. La  banca centrale ha già cominciato a fare il suo mettendo a disposizione maggiore liquidità”.
Quindi, Fabio Sdogati fa notare: “Il dibattito economico si focalizza su quanto dovrà spendere il governo. Gli Usa hanno già stanziato e speso una marea di soldi per trasferire potere d’acquisto ai consumatori. Il governo italiano è stato rapido a mettere in campo le prime misure ma ora occorre dell’altro di fronte ad una crisi che rischia di generare milioni di nuovi poveri”.

Secondo il Fmi, il rapporto deficit/Pil nel 2020 negli Usa sarà di oltre il 15% contro il 5,8% del 2019; in Germania sarà del 5,5% contro un attivo dell’1,4%; in Italia sarà dell’8,3% contro l’1,6% dello scorso anno. Al momento tutte le curve economiche seguono la stessa tendenza: un forte calo della crescita globale dall’apparizione di Covid-19 in Cina a metà gennaio. Ma che forma assumerà la ripresa (se ci sarà) dopo quella che il Fondo monetario internazionale presenta come la peggiore recessione dopo la Grande Depressione del 1929?

Dopo lo stop delle attività dovuto al lockdown e alla chiusura delle fabbriche nelle principali economie mondiali, la crescita resterà per alcuni mesi sul fondo della curva prima di recuperare e risalire. La ripresa richiederà tempo per recuperare velocità, penalizzata dal crollo di settori come il turismo o il commercio. Per istituzioni come il Fondo monetario internazionale o la Commissione europea, i paesi Ue potranno seguire questa traiettoria e uscire dal tunnel della crisi a partire dal 2021. Ma a condizione che non ci sia una seconda ondata pandemica. Bruxelles, ad esempio, prevede una contrazione storica del 7,7% del Prodotto interno lordo della zona euro per il 2020, prima di un rimbalzo del 6,3% l’anno prossimo.

Era lo scenario più ottimistico quando sono state prese le misure di contenimento per prevenire la diffusione dell’epidemia. I sostenitori della curva a V (quando si ricomincia tutto e si dimentica) si aspettavano un danno limitato all’economia e scommettevano su una rapida ripresa dei consumi, grazie ai risparmi accumulati durante il confinamento. Mentre la crisi continua, questo scenario è sempre meno probabile, anche se non impedisce ad alcune istituzioni di crederci ancora. Così, la Banca d’Inghilterra prevede ad esempio un calo del 14% del Pil del Regno Unito quest’anno, ma spera che la crisi sarà spazzata via nel 2021 con un rimbalzo del 15% delle attività.
La curva a W sembra una montagna russa con una vertiginosa discesa, una prima lenta risalita e una ricaduta improvvisa prima di riprendere finalmente il percorso di crescita. Si tratta dello scenario vissuto dalla zona euro durante l’ultima crisi. Colpita per la prima volta nel 2008 dal fallimento della banca americana Lehman Brothers, l’Unione ha sofferto dal 2010 a causa di una reazione alla crisi finanziaria in paesi come la Grecia, l’Italia e la Spagna, contrariamente agli Stati Uniti, che hanno sperimentato una curva a forma di U. Per gli economisti, questo scenario non molto incoraggiante sarebbe inevitabile in caso di una seconda ondata di pandemia.
Lo scenario peggiore, da un punto di vista economico, sarebbe quello che semplicemente non prevede una via d’uscita dalla crisi. Dopo il forte calo, la crescita non si riprenderebbe più e l’economia vivrebbe una lunga fase di attività moribonda. Questa ipotesi viene descritta con la lettera L che indicherebbe una moltitudine di fallimenti aziendali e un numero impressionante di disoccupati. E per alcuni significherebbe la fine dell’economia globalizzata così come la conosciamo oggi. Un caso classico di recessione a L è, secondo gli economisti, il decennio perduto che il Giappone ha vissuto dall’inizio degli anni ’90: una crescita economica lenta e un fenomeno di deflazione, vale a dire la paralisi dei prezzi.

Si stanno prendendo in considerazione anche altri modi per uscire dalla crisi, incluso uno ispirato alle prime tre lettere dell’alfabeto. Secondo lo scenario ABC, la curva avrebbe prima raggiunto il punto A, il più basso, quindi avrebbe seguito una rapida ripresa al punto B prima di rallentare e impiegare qualche anno per raggiungere C, il livello pre-crisi. Una variante di questo scenario sarebbe una curva che non e’ descritta da una lettera dell’alfabeto, ma dallo ‘Swoosh’ del marchio Nike: una caduta, seguita da una ripresa, ma con una crescita lenta di lunga durata per tornare al livello pre-crisi.
Tuttavia ci sono motivi per ritenere che in Italia lo scenario è il peggiore tra quelli drammaticamente ipotizzati, ai quali si aggiunge il blocco del commercio internazionale. Intanto, a maggio non ci sarà la ripartenza ma soltanto un rallentamento della discesa.
La Fase due dell’emergenza coronavirus, così com’è stata prevista dai provvedimenti governativi, non è sufficiente a produrre gli effetti di una ripresa economica. Anche le misure di sostegno economico non prevedono ancora programmi di investimenti per la realizzazione di opere pubbliche necessarie al Paese tra cui il miglioramento della rete stradale e ferroviaria, il miglioramento dei porti e degli aeroporti, il miglioramento dell’edilizia scolastica e carceraria.

Salvatore Rondello

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