giovedì, 25 Febbraio, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

QUALCOSA SI MUOVE

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Secondo l’Istat in Italia, anche se a lenti passi, qualcosa sta migliorando. Gli indicatori dell’istituto di statistica infatti, “segnalano un miglioramento del benessere”. L’Istat lo afferma rapporto sul Bes, il Benessere equo e sostenibile, ideato per andare oltre la misurazione del Pil. “Oltre il 50% del totale dei circa 110 indicatori per cui è possibile il confronto”, si spiega, “registra un miglioramento”. A livello territoriale, i valori più elevati si rilevano al Nord, quelli più bassi al Centro-Sud. Analizzando le diverse sfere alla base del Bes, si confermano difficoltà su lavoro, conciliazione dei tempi di vita e soddisfazione economica.

Nel 2018 oltre 2 italiani su 5 sono soddisfatti della propria vita. Migliorano nel 2018, sottolinea Istat, le percezioni soggettive di benessere, con più di due individui su cinque che esprimono un giudizio elevato di soddisfazione per la propria vita (+1,8 punti percentuali rispetto al 2017). Aumenta anche la quota di individui ottimisti (+1,8 punti percentuali) e diminuisce quella relativa a un atteggiamento pessimista (-2 punti percentuali). Nel Mezzogiorno si registrano livelli più bassi di soddisfazione per la vita (-11,9 punti percentuali rispetto al Nord), di soddisfazione per il tempo libero (-7,5 punti percentuali rispetto al Nord) ed è anche più bassa la quota di popolazione che esprime un giudizio positivo sulle prospettive future (-5,5 punti percentuali rispetto al Nord).

Stridono con questi dati però i numeri emersi sui giovani: sono infatti quasi due milioni i giovani tra i 18 e i 34 anni in condizioni di sofferenza, ovvero a cui mancano due o più dimensioni del benessere (dalla salute al lavoro, dalla sfera sociale a quella territoriale, passando per l’istruzione). Anche in questo caso, quella che l’Istituto chiama la “multi-deprivazione”, è più alta, si sottolinea, “tra i giovani adulti di 25-34 anni e nel Mezzogiorno”.  Sono però oltre 1,8 milioni le famiglie in condizioni di povertà assoluta nel 2018, con un’incidenza pari al 7,0% delle famiglie, per un numero complessivo di 5 milioni di individui (8,4% del totale degli individui). Secondo l’Istat  il dato rimane stabile dopo tre anni di crescita ininterrotta. Permangono tuttavia forti differenze territoriali: l’incidenza di povertà individuale è pari a 11,4% nel Mezzogiorno, mentre nel Nord e nel Centro è significativamente più bassa e pari a 6,9% e 6,6%. Si riduce la quota di persone in grave deprivazione materiale al Nord (3,4%, incidenza quasi dimezzata rispetto al 2017) e al Centro (6,4%, -1,5 punti percentuali) mentre si mantiene sugli stessi livelli dell’anno precedente nel Mezzogiorno (intorno al 16%).

Nel 2018, la fiducia in alcune istituzioni “è migliorata ma il voto medio rimane sotto la sufficienza”: 4,4 per il sistema giudiziario, 3,8 per il parlamento nazionale e solo 2,7 per i partiti politici. “Permane su livelli elevati, ma stabili nell’ultimo anno, la fiducia nelle Forze dell’ordine (voto medio 6,6) e nei Vigili del Fuoco (voto medio 8)”. La speranza di vita alla nascita ha raggiunto in Italia il massimo storico a 82,3 anni (80,9 anni per gli uomini e 85,2 anni per le donne).

Infine secondo il rapporto Bes nel 2018 si riduce la quota di giovani tra 15 e 29 anni che non lavorano e non studiano (Neet) (23,4%, -0,7 punti percentuali rispetto al 2017) mentre aumenta la quota di persone con esperienze di partecipazione culturale (27,9%, +0,8 punti percentuali sull’anno precedente) e di formazione continua (8,1%, +0,2 punti percentuali rispetto al 2017). Permane la criticità dell’abbandono scolastico precoce, con significative differenze regionali e per genere. Nel 2018, il 14,5% dei giovani tra 18 e 24 anni non ha conseguito il diploma di scuola superiore di secondo grado e non frequenta corsi di studio o formazione (13,8% nel 2016).

Ivana Veronese, segretaria confederale della Uil, ha commentato i dati della cassa integrazione che invece fotografano la crisi del sistema produttivo. Le ore autorizzate di cassa integrazione infatti nel mese di novembre sono aumentate del 19,5% rispetto al mese precedente, con circa 31 milioni di ore richieste.
Ad un mese dalla fine dell’anno, il 2019 ha complessivamente totalizzato 243,4 milioni di ore, salvaguardando il posto di lavoro ad oltre 130 mila lavoratrici e lavoratori. Negli 11 mesi del 2019 vi è stato un forte aumento dell’utilizzo di questo ammortizzatore sociale (+20,4%), dovuto in particolare ad una massiccia richiesta di cassa integrazione straordinaria che registra un incremento specifico del 33,4% rispetto allo stesso periodo del 2018. Non siamo in presenza, quindi, di una fine d’anno serena dal punto di vista del nostro tessuto produttivo ed occupazionale, entrambi ancora in sofferenza.
Anche l’aumento delle richieste di cassa integrazione ordinaria (+8,3%) evidenzia come ci siano nuove aziende in difficoltà. “Occorre urgentemente – ha concluso Ivana Veronese – chiudere le molteplici crisi industriali aperte, dare finanziamenti stabili a tutti gli ammortizzatori sociali a oggi in essere e adoperarsi attivamente per politiche che rilancino gli investimenti pubblici e privati come volano di sviluppo e di creazione di buona occupazione”.

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