mercoledì, 3 Giugno, 2020

Qualcosa su noi Socialisti

9

Quando ascolto qualcuno porre la classica domanda ‘ha ancora senso definirsi socialisti?’, scimmiottando goffamente John Lloyd che in realtà chiedeva semplicemente cosa significasse essere socialisti, intuisco sempre l’approdo, la deriva intrapresa. Per fortuna la storia insegna e il tempo è galantuomo. Ristabilisce le verità e ripara i torti. Almeno così dicono.

Nei momenti di difficoltà le lusinghe non sono sempre in agguato. Soprattutto al nostro interno. La quotidianità ne è testimonianza. Ma c’è di più. Scarseggia la percezione di ciò che ancora oggi rappresentiamo, la consapevolezza della storia, della nostra storia, del fatto che la stessa storia spesso non è guidata da regole scientifiche, ma è mossa da azioni e interazioni.

Nel 2008 nessun socialista sedeva più nelle Camere per la prima volta dal 1882. Conosciamo le ragioni. La disastrosa scelta di assecondare gli istinti giustizialisti di un novello partito piuttosto che i valori di una solida base riformista. E’ qui che è cominciato il bello o meglio il complicato. Salvare una storia, un partito, combattere quella damnatio memoriae, definirci orgogliosamente socialisti, recuperare una tradizione centenaria era una strada impervia, faticosa anche perché, possiamo dircelo, della rissosità interna ne abbiamo spesso fatto virtù. Ci voleva imprudenza. Ci siamo riusciti. Il presente è il futuro c’eravamo detti a Montecatini, ma molti sono poi inciampati nel vortice ossessivo del passato.

Sono trascorsi sei anni, anni che hanno profondamente scavato l’Italia. Una transizione spesso infinita. Anni di incertezze e difficoltà. Una crisi finanziaria, un continente piegato, la fine di un ciclo, una nazione in perenne emergenza. Anni in cui alle categorie dei nostalgici e dei dogmatici, per riprendere l’ultimo editoriale del direttore Del Bue, si è aggiunta quella del ‘sono socialista, ma non iscritto al Psi’. Certo, solo un modo per ricordare le proprie radici dopo averle però tagliate. Memoria minuitur nisi eam exerceas. Nulla di nobile insomma. D’altronde non è semplice anteporre la banalità dellacoerenza alla semplicità del trasformismo.

La scorsa legislatura passerà probabilmente alla storia come una tra le più infruttuose sul terreno delle riforme. Del resto il 1983 è lontano. Questa è la stagione dell’ognuno per sé, della continua destrutturazione della rappresentanza politica e sociale. C’era da aspettarselo. Dopo un ventennio di epopea berlusconiana, di leaderismi, opportunismi e tentativi di riforma falliti sull’altare della frontale contrapposizione tra i pro e i contro il Cavaliere.

Nei giorni di sole e in quelli di tempesta noi non abbiamo però mai perso la meta. A Venezia siamo stati chiari. C’è una tradizione politica che ancora oggi non viene ereditata da nessuno. E’ la storia di Turati, di Matteotti, di Rosselli, di Saragat, di Nenni, di Brodolini e Giugni, di Codignola, di Fortuna. E’ la nostra storia, la radice del nostro presente di libertà e democrazia.

Ecco, per capirci: se la politica non è solo una sfida, ma è anche e soprattutto una storia, noi portiamo sulle nostre spalle un peso enorme, una storia non di sorrisi e pacche sulle spalle, ma di idee, di vicende noiose forse solo per chi la storia non ama studiarla. Che poi, diciamocela tutta, l’ironia era riformista, non massimalista.

Maria Cristina Pisani

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply