venerdì, 20 Settembre, 2019

Quando Bisaglia sollevò una questione settentrionale

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L’articolo che abbiamo pubblicato alcuni giorni fa sul tema della “questione settentrionale” ha suscitato un interessante dibattito in cui si sono inseriti la Cgia di Mestre, che per voce del coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo, ha dichiarato: “Stando ai numeri, quasi la metà del Pil, del gettito tributario, degli occupati nelle imprese private e degli investimenti complessivi del Paese è generata da queste sei regioni del profondo Nord. Oltre a ciò, ricordo che quasi il 60 per cento delle esportazioni italiane è realizzato in questi territori che, ormai, si sentono più in sintonia ed integrati con la Baviera o Francoforte che con Roma”. Gli ha fatto eco l’esponente Cinque Stelle Stefano Buffagni, che ha dichiarato: Il nuovo governo non può sottovalutare così la questione settentrionale: “sono le imprese a creare lavoro e generare ricchezza. È l’export l’ossigeno per le casse pubbliche e per le Pmi italiane. Investimenti in istruzione, negli Istituti tecnici e nella digitalizzazione delle imprese e del paese.

Ci aspettano sfide complesse, a partire da quella burocrazia che attanaglia tutto a partire dai palazzi romani, e sarò sicuramente portatore delle sensibilità del mio territorio, della Lombardia e del Nord Italia, che deve poter continuare a crescere e puntare sullo sviluppo sostenibile”. Tra le altre voci, l’ex deputato Dem veneto Diego Crivellari ha rilanciato: “Su autonomia e su altre tematiche bisogna parlare chiaro. Esiste anche una regione come il Veneto con 5 milioni di abitanti , che ha una quota consistente della ricchezza nazionale e quindi bisogna trovare una forma di rappresentanza legata al territorio. con i numeri e le prospettive future per il partito di un Nord lasciato ai margini. Su autonomia e su altre tematiche bisogna parlare chiaro. Esiste anche una regione come il Veneto con 5 milioni di abitanti, che ha una quota consistente della ricchezza nazionale e quindi bisogna trovare una forma di rappresentanza legata al territorio”.

In sostanza, esiste una fetta importante del paese che chiede attenzione e rappresentatività, e che intende contare per il valore aggiunto che porta all’Italia in Europa e nel mondo. Non è un fattore da sottovalutare, non ha niente a che fare con ipotesi di secessioni o smantellamento dell’unità, ma pone problemi concreti. Se facciamo un passo indietro, potremo ritrovare dei precedenti significativi.

Una quarantina di anni fa, nel pieno dell’iper-centralismo del potere repubblicano, fu Antonio Bisaglia a sollevare una questione settentrionale (veneta, per la precisione), ponendosi come intermediario delle esigenze territoriali rispetto a un eccesso di gestione romanocentrica. Toni Bisaglia era uomo di potere, politico di punta della Dc e della sua corrente dorotea più volte ministro ai serbatoi di consenso del partito (agricoltura, partecipazioni statali, industria). Proveniva dalla regione più democristiana e anticomunista del paese, quella in cui un certo sviluppo legato alla piccola e media impresa aveva prodotto la locomotiva del sistema economico italiano. Si tratta della stessa regione che, nella seconda repubblica è diventata roccaforte leghista con punte di maggioranza assoluta da far invidia alla balena bianca. Bisaglia, studiando l’esperienza bavarese, si rese conto di come un sistema federale (ma che oggi potremo definire di autonomie) potesse favorire effetti positivi sull’economia, nel rispetto delle esigenze di tutti i territori che non devono certo essere dimenticati, ma nemmeno diventare motivo di freno per lo sviluppo del paese.

La situazione attuale pare equiparabile a quella di una classe in cui gli insegnanti, per non lasciare indietro gli alunni meno preparati, bloccano la crescita e le prospettive di quelli più dotati. Solidarietà e solidarismo sono parole importanti, ma sono seriamente interpretate quando non vanno a detrimento di chi ha opportunità e prospettive da spendere. In sostanza, la “questione settentrionale” potrà essere affrontata seriamente se l’obiettivo di ridurre gli squilibri territoriali, nel paese, non passerà, per forza, come azione ineluttabile, dal porre ostacoli alle regioni più sviluppate e industriali. Se anche a sinistra si potrà avviare una riflessione sul tema, forse sarà meno difficile spiegarsi le ragioni del successo leghista e proporre dei correttivi.

Leonardo Raito

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