domenica, 20 Ottobre, 2019

Quando Borrelli si è accorto che il futuro poteva essere diverso, ma peggiore

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Succede spesso quando un presunto osannato moralizzatore muore o di questi ricorre un anniversario. È successo recentemente con Berlinguer per il 35° anniversario della scomparsa, considerato l’iniziatore della rivoluzione morale: invece dovrebbe essere noto almeno a chi scrive gli editoriali dei giornali che, come denunciato da un insospettabile politologo progressista come Michele Salvati, “tutto ciò che serviva per rafforzare ed estendere l’influenza del partito – dalle tangenti alle nomine – non trovava ostacoli nella ‘superiorità etica’ del Pci” prima, durante e dopo Berlinguer.

Succede ora con Francesco Saverio Borrelli, la cui scomparsa riaccende grandi elogi soprattutto per la sua azione come procuratore capo di “Mani pulite”. Ma Borrelli è stato anche fra i primi addirittura a “chieder scusa per Mani Pulite” domandandosi paradossalmente se “non fosse valsa la pena di buttare all’aria il mondo per cascare poi in quello attuale”. Pensava probabilmente – non senza sbagliarsi – alla caduta della politica e a chi ha governato nel corso della seconda repubblica. Resta comunque quell’amaro riferimento al “buttare all’aria il mondo” e poi accorgersi che il futuro poteva essere diverso, ma peggiore.

Cosa direbbero i custodi del nostro ordinamento costituzionale di quel “buttare all’aria il mondo”? È facile dire che ogni tanto ci vuole quello che fa giustizia, anche sommaria: ma come è meglio che ci stiano alla larga despoti di questo tipo che finiscono sempre per cascare nel paradosso di Borrelli, anche i magistrati che fanno i “giustizieri” sono un problema per la democrazia. Essi hanno il delicato e responsabile compito di applicare le leggi, non di farle o disfarle, tantomeno di sovvertire la rappresentanza politica democratica per pessima che sia. Secondo una nota massima “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”: una forma “giudiziaria” sarebbe disgraziata, addirittura Indro Montanelli scrisse che ci sarebbe da ringraziare Dio se i magistrati fossero “mossi soltanto da smania di protagonismo”.

Più drammaticamente uno dei più grandi giuristi italiani, Francesco Galgano, ha scritto che “se la magistratura disponesse del comando delle Forze armate avrebbe già dislocato i carri armati sui crocevia”. Era anche questo un paradosso esagerato, nel quale tuttavia albergavano elementi di verità; come quelli enunciati dal padre di Saverio Borrelli, un magistrato anch’egli: “Un giudice dovrebbe, impegnandovi l’intera sua esistenza, studiare una causa sola. E, dopo 30 anni, concluderla con una dichiarazione di incompetenza”. Altro che presunzione di fare una rivoluzione giudiziaria, di “rivoltare l’Italia come un calzino”: servono invece tanta dedizione, tanta mitezza, tanti dubbi, e infine ammissione dei limiti, sembra suggerire quel magistrato, che avrebbe dovuto insegnare molto anche a suo figlio. Che alla fine ha imparato. Gli sia lieve la terra.

Nicola Zoller

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