venerdì, 14 Agosto, 2020

Quando i Kennedy inventarono l’antimafia nel libro di Gabriele Santoro

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Quando bisogna immaginare possibili ucronie a stelle e strisce il primo pensiero va agli assassinii di Abraham Lincoln, Martin Luther King, John e Bobby Kennedy: che piega avrebbero preso gli eventi se, tra le tante nella storia americana, proprio quelle armi da fuoco avessero fatto cilecca? Di solito, il what if meno vistoso tra questi riguarda la morte di RFK, ma leggendo La scoperta di Cosa nostra: la svolta di Valachi, i Kennedy e il primo pool antimafia di Gabriele Santoro (Chiarelettere editore, euro 18) la domanda salta agli occhi: e se Bobby Kennedy fosse riuscito a portare a termine la propria campagna elettorale nel 1968?
Settimo di nove figli, erede designato del fratello in quella che è stata per decenni la vera casata reale americana, il Galahad nel ciclo arturiano della Camelot dei Kennedy, Bobby è forse stato l’ultimo candidato a incarnare le speranze e compattare il vecchio elettorato democratico rooseveltiano di colletti blu, minoranze e classe media. Citava Eschilo nei suoi discorsi, era approdato con colpevole ritardo al pacifismo e con più di qualche tentennamento si era votato alla causa dei diritti civili, d’altronde era pur sempre il manicheo anticastrista dietro ai piani dell’operazione Mangoose e un ex sgherro del senatore McCarthy nella lotta alle attività antiamericane. Con tutte le sue luci e molte ombre però Bobby Kennedy era e sarà sempre ricordato come il castigatore indefesso di Cosa nostra: «il nemico che abbiamo in casa».

Ignorata a bella posta dalle agenzie investigative che avevano altre gatte da pelare e al contrario del rampollo kennediano faticavano a uscire dall’èra maccartista, la crociata contro la mafia, una delle «industrie nazionali più prospere e in costante crescita», un «secondo governo» del paese che fruttava «40 miliardi di dollari, oltre due terzi della somma che l’America stanziava ogni anno per la difesa» darà al giovane procuratore generale la ribalta che cercava. «Il gangster più pericoloso non ha la pistola in mano ma il pubblico ufficiale nella propria tasca» soleva ripetere RFK, e la mafia poteva contare allora su circa cinquemila affiliati e un sistema di connivenze affaristiche che la mettevano al riparo da sguardi indiscreti, secondo alcuni perfino da quelli dell’FBI diretto da J. Edgar Hoover, il quale per anni ne aveva negato l’esistenza.
Sarà il pentimento di Joe Valachi a dettagliare per la prima volta cinquant’anni di Cosa nostra, da quando scugnizzo sgambettava a East Harlem rubando borse e vestiti per aiutare con l’affitto di casa fino alla commissione McClellan. Rituali, affiliazioni, codici, metodi, nomi: tutto nero su bianco. Valachi diventerà un personaggio mediatico grazie alla diretta televisiva in cui rompeva il muro d’omertà che celava le pratiche delle cosche al grande pubblico da casa. RFK «produceva una grande mole di notizie e coltivava un rapporto quotidiano con la stampa», ben conscio della potenzialità spettacolarizzante della macchina giudiziaria e con la necessità di dare un volto alla sconosciuta entità malavitosa e trovare un nuovo nemico interno dopo gli anni della lotta ai rossi. Perfino Dino De Laurentiis deciderà di suggellare la sua prima produzione americana con un film intitolato Joe Valachi: i segreti di Cosa nostra, con Charles Bronson e Walter Chiari. La pellicola non avrà le fortune del Padrino, anche perché alla figura di Valachi mancava la statura criminale e il physique du rôle richiesto da Hollywood: «tarchiato, la mascella cadente, i capelli tinti di un colore rossiccio, il sessantenne ex gangster non risponde affatto all’immagine del pistolero creato dal cinema: eppure ha detto di avere commesso cinque omicidi, di essere stato a capo di un racket per lo smercio di stupefacenti e di essere un criminale da quarantacinque anni».
A Little Italy si faranno pochi dubbi nel definire «canaglia» la «nuova star» dei network televisivi Joe Valachi e ancora meno nel formarsi un’opinione piuttosto precisa e poco lusinghiera dei metodi di Bobby Kennedy. Nella percezione collettiva la scoperta di Cosa nostra si saldava a un radicato pregiudizio antitaliano che in futuro avrebbe spesso precluso «l’accesso a carriere soprattutto politiche senza che venisse appurata la reale sussistenza di legami criminali». RFK, agli occhi di molti, aveva messo all’indice un’intera comunità e per poco non gli è toccato pagar dazio alle elezioni per il senato del 1964 con l’avversario repubblicano Kenneth Keating che aveva buon gioco a aizzargli contro gli italoamericani.

 

Per il sindacalista Jimmy Hoffa, interpretato da Al Pacino in The Irishman, la grande speranza democratica sarebbe diventata «solo un altro avvocato» dopo la morte del carismatico fratello a Dallas. I due si erano guerreggiati a lungo e senza risparmiarsi, ma la previsione di Hoffa verrà smentita dai fatti. Il padre padrone del sindacato dei Teamster sarebbe stato dietro le sbarre mentre il suo zelante persecutore veniva ucciso all’Ambassador Hotel di Los Angeles in circostanze che ancora oggi dànno fiato a vaste teorie complottiste.
Prima che si compisse il suo destino però, come procuratore generale RFK ha avuto un ruolo decisivo nello scoperchiamento della cupola identificando un modus operandi che sarebbe stato copiato anche dalle nostre procure anni dopo, come dimostreranno i casi dei pentiti Leonardo Vitale – «il Valachi della mafia siciliana» – e Tommaso Buscetta. RFK avrebbe poi anticipato di decenni Giovanni Falcone nell’invocare una Direzione nazionale antimafia, per non dire del reato di associazione mafiosa che da noi sarebbe arrivato solo dopo gli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e del parlamentare Pio La Torre. Già negli anni ’60, infatti, RFK si domandava piuttosto sbrigativamente: «Non possiamo rendere reato il fatto di essere un membro della mafia?».
In un lavoro esemplare in cui al «clan» Kennedy fa da contraltare quello mafioso, La scoperta di Cosa nostra mette in fila le vicende che ancora oggi, costituiscono il vero romanzo epico degli Stati Uniti. Quella che Gore Vidal chiamava la «Holy Family» ha dominato la scena politica americana anche e soprattutto grazie a un’ingombrante eredità di se e ma inesplorabili. «A cinquant’anni dalla morte, Robert Kennedy raffigura il presidente mancato» scrive Santoro, e come il Galahad della Tavola rotonda è morto in odore di santità, prima però di venire assiso sul Seggio Pericoloso destinato al più puro dei cavalieri.

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