sabato, 5 Dicembre, 2020

Quando le multinazionali appoggiano le dittature africane

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SFORBICIATE LIBRI – Questa puntata è eccezionalmente riservata a una intervista all’autore del libro “Heineken in Africa “, Olivier Van Beemen, pubblicato dall’ADD editore di Torino.

Pochi sanno che in Africa si beve una grande quantità di birra. E’ curioso perché buona parte dei paesi di questo continente sono di religione islamica e tutti sanno che l’Islam proibisce l’alcol, birra compresa. Eppure in Africa la birra si consuma a barili, in barba ad ogni credenza religiosa. E, insieme alla birra, le multinazionali, a cominciare da quelle della birra, fanno affari d’oro. E la Heineken, la società olandese più nota, da molti anni considera l’Africa il nuovo paradiso dell’industria e da oltre sessant’anni ne è la regina incontrastata. Nel continente africano possiede più di quaranta birrifici e continua ad aprirne di nuovi. Questa “gialla bevanda” frutta quasi il 50 per cento più che altrove. E ci riferiamo, in particolare all’Algeria, Tunisia, Sierra Leone, Etiopia Congo-Brazzaville, Repubblica democratica del Congo, Ruanda, Burundi, Sudafrica, Mozambico e Nigeria. In quest’ultimo paese il mercato è il più lucrativo del mondo. Ma come ha influito sulle economie africane l’incredibile sviluppo produttivo di Heineken, con i profitti alle stelle?

Il giornalista olandese Olivier Van Beemen ha analizzato a lungo questa multinazionale, passando al setaccio, per sei anni, bilanci e archivi della società e raccogliendo centinaia di testimonianze e opinioni di dirigenti, lavoratori ed esperti di multinazionali che operano da molti anni in Africa. Ogni richiesta di intervista agli amministratori della società, da parte dell’autore del libro, è stata però sempre respinta. Dalla ricerca è emerso un impressionante dossier di denunce. Van Beemen ha scovato elusione fiscale, abusi sessuali, connivenze con il genocidio in Rwanda e violazioni continue dei diritti umani, corruzione diffusa nelle istituzioni e nelle forze armate dei paesi in cui opera e altri gravi reati. L’autore ha svelato tutto questo in un libro “Heineken in Africa”, di cui sono state pubblicate cinque edizioni, sempre aggiornate. Il libro è uscito in Francia, nel Regno Unito e negli Stati Uniti.

Ora anche in Italia, per merito di una piccola e coraggiosa casa editrice di Torinio (l’ADD editore). In generale si avverte sempre molta paura a mettere sotto accusa la potente Heineken, ma questo libro non ha registrato alcuna querela o denuncia nei confronti dell’autore e/o degli editori. La multinazionale, che lega la sua immagine alla modernità, all’innovazione delle relazioni industriali e sindacali e all’interesse per lo sviluppo economico dell’Africa, ha cercato, con minacce e pressioni di impedire la pubblicazione dell’opera, ma alla fine ha preferito non intervenire anche per non guastare la propria immagine nei confronti dei media. Del resto l’autore ha raccolto una tale quantità di prove che era difficile confutarle. Van Beemen ha provato, ad ogni edizione del libro, di inviare in testo ai dirigenti della multinazionale chiedendo una loro opinione, anche di critica, di confutazione e di eventuale smentite di dati e ragionamenti. L’azienda ha preferito però non interferire, scegliendo la strada del silenzio. Talvolta qualche dirigente, nei dibattiti o interviste, aveva osservato che “erano così diversi i punti di vista che inviare ‘correzioni’ o smentite poteva significare avallare tutte le altre parti del testo”.

Ma sentiamo l’autore.
Perché la birra frutta profitti così elevati in Africa ?
“Ancora oggi, secondo i dati più recenti, Heineken realizza profitti del 42 % sulle birre vendute in Africa, rispetto alla sua media mondiale. La concorrenza nei paesi africani è molto bassa e uno o due competitor si possono mettere facilmente d’accordo su un prezzo elevato.”

La birra in Africa ha finito con l’assumere un significato simbolico di benessere ?
“Le aziende sono riuscite ad accreditare la birra come un simbolo di status sociale più elevato, in modo da convincere i consumatori a spendere più denaro per questa bevanda moderna”.

Le retribuzioni nei paesi africani non sono alte, comprese quelle degli stessi lavoratori dei birrifici .Vi sono però, in diversi paesi, numerosi incentivi che talvolta raddoppiano le paghe.
“E’ vero. Se si è direttamente impiegati da Heinekem gli stipendi sono buoni, più alti della media di quelli delle imprese locali. Si ha anche diritto a partecipare ai programmi di formazione, di assistenza sanitaria (compresi i corsi di prevenzione e cura dell’Hiv gratuiti). La maggior parte però dei birrifici utilizzano imprese di subappalti e agenzie interinali. Si tratta spesso di lavoro precario, con lavoratori pagati a giornata, con salari molto bassi e con scarsissima sicurezza sul lavoro. Per fare degli esempi: in Sudafrica ho incontrato persone che, per raggiungere il birrificio, spendevano molti soldi per i trasporti, quasi quanto l’importo del salario ricevuto. In Congo un assistente alla vendita mi ha detto che veniva retribuito con due casse di birra al giorno. In molti stabilimenti vi sono però, come ho detto, anche incentivi di ogni genere, soprattutto per i venditori. Se questi ultimi raggiungono l’obiettivo mensile il loro magro stipendio base può anche raddoppiare. Vi sono poi altri incentivi (auto, moto, telefonini dell’azienda, anche i tablet per tenere d’occhio gli affari, che diventano di proprietà dopo due anni di uso ).E’ anche per queste cose che l’azienda si fa amare”.

Gli infortuni mortali sul lavoro sono frequenti anche negli stabilimenti Heineken. Come si comporta l’azienda?
“La società ammette le inadempienze. Continua a ripetere:’ Abbiamo ancora molto lavoro da fare per prevenire infortuni mortali e i gravi incidenti nella nostra organizzazione del lavoro.’ Sono convinto che non funzioni molto bene il collegamento della politica della tutela della salute con le norme di sicurezza. Almeno a parole i dirigenti cercano di dimostrare che si impegnano molto. Ma , dalle mie fonti africane, mi risulta che nel settore della sicurezza le cose continuano a non andare bene”.

Nel suo libro lei parla di stupri ricorrenti, soprattutto quando si parla delle ragazze addette alla promozione alle vendite. Questi reati sono ancora molto diffusi in Africa, ma anche all’Heineken ?
“ Ho scritto che gli stupri erano molto diffusi al tempo della ricerca (alcuni anni fa). Le cosiddette ragazze della promozione, ora chiamate ‘promotrici del marchio’, perché pubblicizzano i marchi Heineken nei bar e nei club, hanno finito con l’accettare i rischi degli stupri come una componente del loro lavoro. Sono state messe sotto pressione per spingerle a far sesso con i capi per ottenere un lavoro o per rimediare più ore retribuite. Molto spesso quindi hanno finito con l’accettare di prostituirsi per guadagnare di più. Oggi, sostiene la Heineken, la loro condizione è migliorata, anche se io continuo a non crederci . In ogni caso l’azienda non fornisce dati su questo fenomeno, anzi preferisce ignorarlo, ritenendolo estraneo alle pratiche commerciali”.

Eppure se ne parla molto, come ha scritto lei nel suo libro ?
“Si, ne ho parlato a proposito delle ‘beer promotion girls’,ragazze che in Congo dovevano usare il loro fascino per stimolare le vendite nei bar. Questo sistema che in passato ha sollevato un grande polverone nel Sudest asiatico, in Africa continua a esistere nel più grande silenzio. Nel 2007 un’indagine interna su larga scala accertò che Heineken utilizzava oltre quindicimila promotrici in più di cento paesi non occidentali.”

Non vi sono mai state proteste?
“Ci ha provato qualche ong , ma con scarsi risultati. Se ne è parlato anche quando in Congo si è scoperta una relazione del ceo dell’azienda con una ragazza di promozione, quando era stato mandato in Africa. L’interessato lo ha ufficialmente dichiarato nel corso dell’assemblea annuale degli azionisti.”

Vi sono state contestazioni in sala in quella occasione?
“ Neanche per sogno. Il ceo è stato applaudito a lungo“.

Nel suo libro parla delle complicità di Heineken nel genocidio del Rwanda del 1994, che ha avuto luogo anche all’interno del birrificio. Come è stato giudicato dai dirigenti dell’azienda il massacro di oltre 800 mila persone (di cui il 90% tutsi) , con oltre 200 mila esecutori ?
“A quei tempi Heineken aveva il monopolio del mercato della birra. Era pienamente consapevole che il sostegno al regime, che ha preparato e attuato il genocidio, diventava una complicità in quella tragedia. In quei tempi Heineiken era così vicina al potere che il cadavere del presidente della Repubblica (il cui omicidio scatenò il genocidio) venne conservato nel frigorifero del birrificio del Rwanda. L’azienda ha continuato la produzione, anche nei giorni del massacro, perchè gli affari non devono subire rallentamenti. Un portavoce ha dichiarato :’Perché dovremmo smettere di fare birra ? Finchè c’è domanda e possiamo produrre, penso che non ce ne sia bisogno”.

La multinazionale, che lei ha descritto poco sensibile al rispetto dei diritti umani, è stata mai denunciata alla Corte internazionale per i crimini contro l’umanità, che si dà il caso ha proprio sede nei Paesi Bassi ?
“No. Se avvenisse sarebbe clamoroso, forse rivoluzionario. Ma non vedo chi potrebbe denunciarla. La multinazionale è molto potente, gode di forti sostegni e complicità internazionali ed ha una buona reputazione”.

Quali reazioni ha registrato col suo libro?
“Ho specificato che il caso Heineken non è isolato. Ho studiato a lungo questa azienda e le sue politiche, ma sono convinto che molti comportamenti sono identici a quelli di altre società che operano nei paesi del Terzo mondo, in particolare nel settore dell’alcool.”

Ha avuto problemi (ostacoli, minacce, pressioni ,ecc.) nel pubblicare il libro?
“In diverse occasioni alcuni dirigenti mi hanno ‘fortemente scoraggiato” ad andare avanti. Quando però è uscito il libro non è successo niente. In Congo venivo seguito: sono convinto che agenti dei servizi segreti mi controllassero , ma questo succede a molti giornalisti stranieri che lavorano in quel paese.”

E i media come hanno accolto il suo libro?
“Questa è forse la cosa più negativa. Non sempre la stampa internazionale ha voluto accogliere le mie rivelazioni. Sono stato intervistato dalla Cnn, dalla Bbc e dalla ‘Voce of America’,ma quelle interviste non sono mai andate in onda. Non è stato così però per tutti i media. Altri hanno avuto il coraggio di riprendere i presunti crimini e le pratiche controverse rivelate. Fra gli altri, The Guardian, il Financial Times e Le Monde”.

Ma negli ultimi anni la società ha riconosciuto gli errori, modificando le sue strategie e le politiche di produzione e vendita in Africa ?
“Heineken ha dichiarato di riconoscere alcuni errori e si è impegnata a migliorare le pratiche e le politiche aziendali. Spero sia vero, ma io rimango scettico”.

Aldo Forbice

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