venerdì, 14 Agosto, 2020

Ferdinando Cionti, Il patto di Tangentopoli Pool-Pds e la presa del potere della magistratura

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Salvatore Sechi intervista l’avv. Ferdinando Cionti


Che cosa ti ha indotto a tornare sull’argomento Mani Pulite e relativi effetti dopo due precedenti saggi (Il colpo di stato e poi Il patto segreto di Tangentopoli tra Pool e Pds, editi da Libertates libri) ad essi dedicati  negli anni scorsi?

Due recenti pubblicazioni: un articolo di Francesco Damato concernente il livore del Procuratore della Repubblica Francesco Saverio Borrelli nei confronti di Bettino Craxi, ed il libro edito da Marsilio del saggista comunista Paolo Franchi, Il tramonto dell’avvenir. Contiene una testimonianza dell’autore sul mancato accordo Psi/Pds dopo le elezioni politiche del 5 aprile 1992.
Borrelli è stato l’impareggiabile conductor di Mani Pulite, ma perché dare tanta importanza al suo “livore” nei confronti di Craxi? Tra l’altro era stato nominato Procuratore della Repubblica di Milano proprio con il consenso del segretario socialista.
Vedi, uno degli interrogativi sulla nascita di Mani Pulite è stato: come mai un magistrato colto, oltre che professionalmente preparatissimo, esperto di giustizia civile e penale, si sia assunto il rischio di far sue, difendere e portare a compimento le rozze e pericolose mostruosità giuridiche commesse da un suo discusso sostituto?
E quindi?
Le probabili risposte sono diverse e così lo è certamente la frustrazione per il fallimento di tutti i precedenti tentativi di perseguire il già noto sistema delle tangenti. Ci metterei anche l’ambizione di recitare un ruolo di importanza vitale per il paese e, perché no?, la vanità per la popolarità finalmente proporzionata agli indubbi talenti.
Ammetto che, possono essere considerate valide e concorrenti risposte. Ma non spiegano l’accanimento proprio e solo nei confronti di Craxi.
Tieni conto che è giunto fino ad impedirgli di curarsi in Italia. Senza contare una vera e propria persecuzione che è continuata anche dopo la sua morte, intestardendosi nel voler protrarre un processo relativo ad un contestato (ma inesistente) falso sul passaporto dell’ormai defunto imputato.
Perché?
Ebbene, almeno inizialmente, proprio per un forte livore personale di cui il giornalista Damato ha dato una convincente spiegazione.
Veniamo al saggio di Franchi. Le elezioni politiche del 5 aprile 1992, favorirono la Lega di Bossi, che passò dall’0,7% al 18,7%.
Ad essere indeboliti furono i tre maggiori partiti (Dc, Pds e Psi).
Che cosa è successo?
Attraverso Claudio Martelli i socialisti proposero al Pds nelle persone di Achille Occhetto e Massimo D’Alema, un’intesa col Psi per la formazione di una maggioranza laica e di sinistra che collaborasse con la Dc per affrontare la crisi economica e per la riforma del sistema politico.
I gruppi dirigenti di Pds e PSI decisero di riunirsi lo stesso giorno, cioè il 16 aprile concordando l’emissione di uno stesso comunicato, cioè la conferma di questa importante e inedita intesa tra i due partiti di sinistra. Invece?
Invece si dovettero registrare due attacchi furibondi e velenosi prima di D’Alema e poi di Occhetto contro Craxi. Continuava, dunque, invece di cessare, il duello a sinistra. I dirigenti socialisti si trovarono di fronte ad un voltafaccia all’ultimo momento e proprio ad opera della parte più interessata all’accordo sotto tutti i punti di vista, cioè il Pds. Di fronte ai giornalisti convenuti Martelli si scatenò con male parole all’indirizzo di Occhetto.
Ma non avevi già trattato questa vicenda nel libro Il patto segreto di Tangentopoli tra Pool e Pds?
Sì. E mi ero anche soffermato a rilevare che l’implosione dell’URRSS e il crollo del Pci di oltre il 10% alle elezioni erano le circostanze che rendevano l’alleanza Psi/Pds un’autentica, insperata ancora di salvezza per i comunisti e, quindi, rendevano inspiegabile il loro voltafaccia.
Il racconto dei fatti da  parte Claudio Martelli- nel suo libro Ricordati di vivere, Bompiani, per quanto attendibile e perfino “prudente”, era pur sempre una versione di parte, cioè la memoria di un dirigente socialista.
Hai ragione. Proprio per questa ragione è rilevante la ricostruzione dell’intellettuale ex comunista Paolo Franchi. Non solo la conferma, ma la avvalora con particolari di prima mano. Mi sembra decisivo l’elemento della soddisfazione (che è più del semplice consenso) per l’accordo col Psi che gli manifesta Occhetto.
In effetti il voltafaccia è inspiegabile anche per Franchi. Lasciami, però, dire che meno evidente è che sia stato l’intervento della magistratura milanese a determinarlo, come tu sostieni.
Questa è stata la conclusione cui sono giunto, partendo dal presupposto che quanto più incredibile appariva l’improvvisa rinuncia del Pds al salvagente lanciatogli dal Psi, tanto più autorevole, credibile e soprattutto vantaggiosa doveva essere l’alternativa scelta con tanta immediatezza e decisione. Non solo dal tentennante D’Alema, ma anche del già “soddisfatto” Occhetto.
Come fai a metterci dentro lo zampino della magistratura milanese?
Da un’analisi accurata (quanto ne sono stato capace) della situazione mi è apparso evidente che l’unico soggetto che fosse in grado di offrire un salvagente al Pci, divenuto Pds, più urgentemente necessario e sicuro di quello offerto dal Psi e, soprattutto, in base ad un corrispondente interesse altrettanto non rimandabile a farlo, era la Procura della Repubblica di Milano.
Alludi al trattamento privilegiato riservato al Pci-Pds che, per la verità, era già ampiamente noto e documentato.
È vero. Tant’è che nel mio volume Il colpo di stato, non me ne ero neppure occupato a fondo, rinviando al serio, completo e documentato saggio di Fabrizio Cicchitto, L’uso politico della giustizia, Oscar Mondadori. Ma altro è un trattamento privilegiato dipendente magari da una “simpatia” politica; o dalla difficoltà delle indagini in alcuni casi; o dalla indiscussa professionalità del Pci-Pds nel nascondere comportamenti illeciti in altri casi ecc.; e ben altro uno specifico accordo di due parti consistente in uno scambio di prestazioni per soddisfare i rispettivi interessi.
L’interesse del Pci-Pds alla sua salvezza (almeno relativa) dall’incombente inchiesta di Mani Pulite è evidente. Ma l’interesse del pool di Borrelli qual’era?
Consisteva nell’ottenere l’appoggio dei parlamentari comunisti a sostegno della sua azione a tutto campo contro la classe politica, per la delegittimazione dei partiti.  Inoltre i Pm di Mani Pulite contavano, ancora di più, su un’iniziativa sempre del Pds volta ad ottenere l’abolizione dell’immunità parlamentare.
Scusami, a quale fine?
I colleghi di Antonio Di Pietro avevano ben presenti le “mostruosità” giuridiche da lui commesse nell’affaire Mario Chiesa. Era importante ed urgente innanzitutto sanare a posteriori la più macroscopica di esse per poi eventualmente proseguire l’azione illegittimamente intrapresa dallo stesso contro Craxi.
Andiamo con ordine. Vediamo che cosa prevedeva l’art. 68 della costituzione, nel testo vigente all’epoca.
Prevedeva che il Pm ricevuta (non ricercata al buio) la notizia di reato di un parlamentare, doveva sospendere immediatamente qualsiasi attività istruttoria, interrogarlo a discolpa e, se non convinto della sua innocenza, doveva chiedere immediatamente l’autorizzazione a procedere alla Camera competente.
E, invece, Di Pietro che fece?
Fece esattamente il contrario. Aveva ricercato di sua iniziativa la notizia di ipotetici reati di Craxi, indagando senza autorizzazione un ex presidente del consiglio e leader di un importante partito.
Ma il Procuratore della Repubblica, anche se tardivamente, ne era venuto a conoscenza!
E’ vero, ma si comportò in maniera assai irrituale. Invece di intervenire immediatamente per incolpare il suo sostituto, ne supportò in qualche modo l’operato costituzionalmente illegittimo. Senza contare la serie di reati comuni commessi sempre da Di Pietro nel caso di Mario Chiesa, per conseguire il risultato che si prefiggeva.
A proposito, Di Pietro indagava il direttore socialista del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa o il segretario del Psi Bettino Craxi?
Di Pietro fin dal 1985 sapeva tutto degli affari del Psi e voleva arrivare a Craxi. Se non si tiene conto di questo punto fondamentale, affermato e ribadito dal magistrato Di Pietro in ogni occasione, non si può capire nulla di Mani Pulite e delle sue implicazioni costituzionali che hanno sovvertito l’ordinamento dello Stato.
Il caso Chiesa in sé era praticamente irrilevante?
Secondo la  legge si sarebbe dovuto procedere per direttissima e così- come ha osservato ancora Di Pietro- saremmo arrivati alla solita condanna a sette-otto mesi con la condizionale, più qualche spicciolo di risarcimento danni. E tutto sarebbe finito a tarallucci e vino.
Diciamo di più, se le cose fossero andate secondo le norme in vigore, forse, non  ci sarebbe stata neanche Mani Pulite.
Appunto. Tra l’altro lo stesso Di Pietro tiene a rivelare e precisare che il caso Chiesa non è neppure l’inizio di Mani Pulite che in realtà è nata molto prima, nel 1989 con il caso Sciannameo del “racket del caro estinto” al Pio Albergo Trivulzio. In questa indagine Di Pietro procedeva per un reato di concussione letteralmente inventato, per effettuare intercettazioni illegali che poi utilizzerà nel processo Chiesa.
Mi pare di capire che si sia trattato di  un intreccio e/o scambio di procedimenti e di utilizzazione di leggi per fattispecie diverse (quando non del tutto inesistenti).
Esso fu tale che, quando mi sono accinto a riassumere la prima fase di Mani Pulite per spiegare e rendere evidente l’interesse della Procura della Repubblica di Milano ad ottenere l’appoggio del Pds e, soprattutto, la sua iniziativa legislativa per l’abolizione dell’immunità parlamentare (che appariva in contrasto stridente con l’interesse del Pci/Pds, quale partecipante alla spartizione di tangenti già scoperto e indagato) mi son visto costretto a riesaminare più dettagliatamente gli avvenimenti per capirci qualcosa. Così ho finito per scoprire altri reati ed illegalità che mi erano sfuggiti in precedenza.
Quindi non siamo in presenza di una semplice forzatura delle norme, ma di un vero e proprio uso illegale di esse a fini politici?
Su questo direi che non possono sussistere dubbi. Si fosse trattato soltanto della ricerca di un indispensabile appoggio per la distruzione dei partiti della maggioranza che governava il paese dal dopoguerra, ancora ancora. Ma quando una Procura della Repubblica si prefigge lo scopo di cambiare la costituzione per stravolgere i rapporti tra i poteri dello stato e rendere una casta già illimitatamente irresponsabile del suo potere di esercizio della forza anche contro i legittimi rappresentanti del popolo, e lo consegue, allora non siamo più in una democrazia. Siamo di fronte ad un regime diverso, ad una vera e propria oligarchia. Anche se, in ipotesi, la magistratura non usasse mai il suo potere a fini politici. Potrebbe farlo. Ed è quanto basta.
È una conclusione gravissima ed impegnativa.
Ne sono fermamente convinto. Ho cercato di esporne le ragioni nella seconda parte di questo mio ultimo scritto, spiegando quali sono le figure classiche del giudice e del pm e come in Italia, con il tempo, si siano imbastardite, generando mostri della ragione. Mi rendo conto che è una materia tecnica noiosa, ma mi sembrava l’unico modo di rendere i non addetti ai lavori (e non solo) consapevoli della gravità degli esiti di Mani Pulite e del reale assetto dello Stato italiano.  Che poi ci sia riuscito, non sta a me giudicare.
PCI e PSI collaboravano da decenni nelle amministrazioni locali (comunali, provinciali e regionali) della Lombardia e più in generale dell’Italia settentrionale e centrale. Come hanno fatto i magistrati di Mani Pulite a contestare dei reati di mala amministrazione al Psi senza -contemporaneamente e contestualmente- coinvolgere nella stessa retata il Pci?
In realtà, in diverse occasioni lo hanno fatto, non si può negare. Ma non bisogna dimenticare che nella crisi della politica all’inizio degli anni Novanta del XX secolo prende corpo il tentativo di dare vita ad una sorta di “partito dei giudici”, in funzione di una repubblica giudiziaria invece che parlamentare. In altri termini si è puntato a sostituire la sfera politica con l’amministrazione giudiziaria. Fu questo il disegno di Mani Pulite. E, purtroppo, credo di dovere dire che è riuscito.

Salvatore Sechi

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2 commenti

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    Paolo Bolognesi on

    Nel leggere queste righe viene sempre più da chiedersi come possa essere successo che una parte di socialisti abbia pensato ad una alleanza organica e strategica con una sinistra che ebbe verso il PSI di allora, e segnatamente verso quel Segretario socialista, l’atteggiamento che qui viene ricordato.

    Paolo B. 22.07.2020

  2. Avatar
    Paolo Bolognesi on

    Varrebbe forse la pena, mi viene di aggiungere, che leggessero questa intervista quanti teorizzano – anche in casa socialista, con un po’ di “autolesionismo” nel loro caso, almeno così mi sembrerebbe – che Craxi non seppe intuire il cambiamento dello “scenario” dopo il crollo del Muro di Berlino, ma non vanno oltre tale critica.

    Non dicono cioè come egli si sarebbe dovuto muovere, e lasciano così il discorso a metà strada, e non vorrei sottintendessero che Craxi avrebbe dovuto trovare ad ogni costo una intesa con quel partito che puntava invece ad estrometterlo dalla scena politica (una intesa che, giocoforza, sarebbe stata non poco umiliante).

    E’ vero che la politica deve saper essere talora “disinvolta”, e financo “cinica”, al punto da passar sopra ai torti ricevuti, e alle “umiliazioni” eventualmente subite, ma io non credo che i socialisti possano ignorare o minimizzare quanto successe allora, e che pare “venir sempre più a galla”, anche grazie ad articoli come questo.

    In tutti questi anni c’è stata comunque una parte di socialisti che – ed è motivo di orgoglio – non ha mai ceduto ad una sorta di apparente “Sindrome di Stoccolma”, e non si è mai lasciata conquistare dall’idea di potersi alleare con chi ha osteggiato il Segretario socialista nei termini che, via via, stanno sempre più emergendo.

    Paolo B. 24.07.2020

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