sabato, 31 Ottobre, 2020

Quattordici anni dopo Craxi

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Mentre al Nazareno si consuma l’intesa tra Renzi e Berlusconi, che mette a rischio il governo, mi pare giusto ricordare la scomparsa del nostro leader Bettino Craxi nella ricorrenza del quattordicesimo anniversario dalla sua morte. Naturalmente Craxi non venne invitato ad alcun vertice sulla legge elettorale, dai Prodi, Berlusconi e D’Alema di turno. La sua condanna era l’ergastolo a vita, per finanziamento illecito alla politica e reati connessi. Una evidente, micidiale sproporzione alla quale portava la somma degli anni delle sue condanne, segnata da una pena perfino irrazionale. Craxi aveva scelto la via dell’esilio a fronte di questa ingiustizia. E difendeva i suoi diritti alla verità da quel lontano lembo di terra della Tunisia. Quando morì, in quel pomeriggio del 19 gennaio del 2000, molti piansero lacrime di coccodrillo. Il governo italiano propose addirittura i funerali di stato, dopo non avere mosso un dito per consentirgli neppure di operarsi in Italia, afflitto com’era, non solo da una grave forma di diabete, ma anche da un tumore.

Di Craxi sono ancora vive alcune fondamentali intuizioni. Fu il primo uomo politico di sinistra a proporre nel lontano 1979 una riforma istituzionale e costituzionale la cui rappresentazione viene riproposta proprio oggi. Seppe conquistare per il Psi non solo piena autonomia politica, ma anche le platee europee divenendo interlocutore fondamentale per Brandt, Mitterand, e soprattuto Gonzales, Soares e Papandeu. Volle appoggiare tangibilmente le rivolte dell’Est, a cominciare da quella cecoslovacca, aiutando i dissidenti tra i quali Jiry Pelikan, ma anche la lotta del popolo palestinese del suo amico Arafat, senza dimenticare il diritto all’esistenza e alla sicurezza di Israele. Accettò ii missili a Comiso, ma volle difendere l’autonomia e l’indipendenza italiana anche dagli americani come l’episodio di Sigonella e i bombardamenti su Tripoli e Bengasi insegnano. Laico convinto, amico di Fortuna e Pannella, volle il dialogo con la Chiesa e la revisione del Concordato. Fu il leader che volle sconfiggere il tabù dell’automatismo della scala mobile, e vinse un referendum popolare che pareva perso in partenza. Seppe portare il Psi, ereditato nel pieno della crisi demartiniana, al 15 per cento, in una posizione centrale dello schieramento politico.

Probabilmente non capì le conseguenze dell’89 europeo sull’Italia. O ne intuì solo i rischi, non le nuove potenzialità socialiste. Si illuse che riguardassero solo i comunisti, che attendeva invano sotto l’egida della sua unità socialista. Si attardò con Andreotti in governi inutili, convinto di riottenere la guida del governo dopo le elezioni del 1992. Non seppe o non volle affrontare una seria riforma del suo partito che era certamente inadeguato alle nuove sfide politiche e non avvertì la fine della credibilità di un sistema politico che aveva perso le sue coordinate e il forte scollamento con la pubblica opinione. Eppure ebbe l’intuizione di giocare la carta della verità per la quale verrà ricordato. Con l’ardire di sfidare l’intero Parlamento sulla illegittimità dei finanziamenti alla politica si rivolse a tutti per giurare di non avervi mai fatto ricorso. Gli fece eco un imbarazzato silenzio-verità. Rivalutato dal presidente della Repubblica e da ampi settori della nostra politica, oggi Craxi ci appare nelle vesti di uno statista, della tempra e coerenza del quale un paese come l’Italia avrebbe ancora bisogno. In fondo la crisi della seconda Repubblica, i danni inferti all’Italia e agli italiani in questo ventennio rappresentano, in un certo senso, anche la sua rivincita.

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