domenica, 12 Luglio, 2020

Quattrocentoventi anni dopo il rogo di Giordano Bruno

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In un’alba triste del febbraio 1600 Giordano Bruno è prelevato dalla sua cella e portato in piazza Campo di Fiori. Gli oltranzisti, i torturatori l’hanno avuta vinta sui tolleranti, sui cattolici autentici, ovvero universali. Sono persino riusciti ad imporre la mordacchia al condannato, uno strumento di sevizie che blocca la lingua del sapiente per non fargli dire nulla durante il tragitto verso la catasta pronta per il falò. Una crudeltà inutile semplicemente perché Bruno è già nel firmamento stellato, in compagnia degli altri saggi.
Sì, bruciano un ex frate, un nullatenente, un apolide: ma lui non ha bisogno del martirio per diventare l’alfiere della libertà individuale e di pensiero. La sua è già la vita di un perseguitato, costretto ad errare per le corti e le università di un’Europa impretagliata e intollerante. Anche nella Riforma protestante Bruno scorge il trionfo di una “poltronesca setta di pedanti”: rifiuta l’idea puritana della predestinazione, del servo arbitrio, perché egli rigetta il principio d’autorità.

Giordano Bruno conosce letteralmente a memoria tutto ciò che è noto di Aristotele, di Platone, dei Padri della Chiesa, degli umanisti, parla correntemente il latino, il greco ed ogni lingua europea contemporanea, è il massimo esperto della filosofia ermetica, possiede l’incredibile facoltà mnemonica che fu già di Pico della Mirandola. Inevitabilmente, agli occhi del potere costituito, egli coltiva idee stravaganti, è uomo pertinace e pieno di sé. In realtà Giordano Bruno obbedisce ad una moralità superiore, alle “divine leggi inscolpite nel centro del nostro cuore”: non c’è bisogno della mediazione della ‘machina’ ecclesiastica, l’individuo è libero, preferisce agire e sbagliare da solo. E’ contro questo tipo d’uomo che sorge il tribunale dell’Inquisizione, per ricondurre all’ovile dell’ortodossia i devianti: e chi non cede, chi non abiura, muore.

Bruno è un impenitente per coerenza personale e per amore dei suoi discepoli sparsi in tutta Europa, in Francia, in Inghilterra, in Germania: sa di dover morire quando nel 1591 lascia ai suoi allievi di Francoforte un vero e proprio testamento spirituale, raccomandando loro di “fare continua testimonianza di conoscenza e tolleranza”. Egli sta partendo per l’Italia, chiamato a Venezia dal nobile Mocenigo, che lo tradirà e lo consegnerà all’Inquisizione. Bruno è già pronto, i suoi scritti maggiori li ha già stesi, ha compiuto la sua missione: intuisce di andare incontro al dolore, al processo, alle torture. Ma egli ha raggiunto uno stato di saggezza che lo mette al riparo dalle afflizioni, anche da quelle corporali.

In quegli anni – il 1600 – era in corso a Roma un grande Giubileo “di remissione e di perdono, di vera indulgenza e di spirituale allegrezza”. Ma non ci fu remissione né indulgenza per il libero pensatore Giordano Bruno, ex frate, apolide, nullatenente: perché il potere si accanisce contro chi ha la sapienza e la conoscenza, ma non l’energia per potersi difendere. Gabriele La Porta stendendo l’avventurosa biografia di questo “pericoloso maestro del pensiero” – alla quale qui ci siamo brevemente rifatti – accomuna la tragica sorte di Bruno a tanti altri delitti contro il sapere: “Ecco Socrate che prende la cicuta, ecco Virgilio scacciato dal suo piccolo podere di Mantova per far posto ai legionari, ecco la biblioteca di Alessandria data alle fiamme dai miliziani di Cesare, ecco i cavalieri cristiani di Catalogna entrare a cavallo nella libreria sacra di Valladolid, ecco i piccoli monaci patarini presi a frustate dai soldati del Papa, ecco i mille e mille roghi di volumi appiccati dai fanatici in tutto il mondo, ecco le grida di chi è stato legato sopra le fascine e dato alle fiamme sotto le accuse di eresia”.

Ecco perché Giordano Bruno lascia e lascerà ancora “così lunga memoria di sé”: egli – al di là dei contenuti delle idee professate, sui quali i posteri potranno manifestare consenso o dissenso – continuerà a vivere e lottare con tutti i difensori della libertà di pensiero, dei quali ha perdutamente bisogno ogni epoca. Quattrocentoventi anni dopo il rogo, Giordano Bruno ammaestra dolorosamente ancora alla ricerca della tolleranza civile e della conoscenza libera.

Nicola Zoller

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