lunedì, 1 Giugno, 2020

Quella volta che ho incontrato Gianni Mura

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A Seano, vicino a Carmignano in Toscana, c’è una piazza con un giardino di quelli che oggi non si fanno più: un monumento ai caduti della grande guerra, un cedro del libano, qualche panchina, una siepe che perimetra tutto, a tratti storta e rinseccolita.
E’ in questo giardino che una sera di giugno dell’anno scorso ho incontrato Gianni Mura, in occasione della presentazione di un libro su Gino Bartali.
Calata la sera Mura ha spento la sigaretta, si è seduto su una di quelle sedie da giardino di plastica bianca ed ha cominciato a parlare di Bartali.
In pochi minuti siamo stati tutti rapiti dalla sua narrazione, calati sulle polverose strade d’Italia e di Francia di 80 anni fa. Con le sue parole la vita di Bartali è subito diventata un’epica ballata popolare, man mano che ci ha fatto partecipi anche di aspetti intimi e poco conosciuti dei gesti sportivi e della vita del campione toscano. Sembrava quasi che seduto tra noi ci fosse anche lui, Ginettaccio. Il discorso è poi andato a Pantani, che Mura ha amato tanto, e all’Italia sportiva e calcistica.
Ecco allora venir fuori la sua sterminata cultura onnivora, le citazioni di poeti e cantautori, le digressioni enogastronomiche.

Alla fine dell’incontro ho avuto la sfrontatezza di consegnargli un mio dattiloscritto sul ciclismo per un parere e gli ho regalato una bottiglia di buon vino proveniente dai pendii chiantigiani, dove le viti hanno le radici ben salde sul galestro. Mentre ancora arrossivo imbarazzato il dattiloscritto è stato ripiegato in quattro ed è stato ficcato con forza in una delle tasche del gilet tipo pescatore che indossava, sul vino invece si è soffermato a leggere l’etichetta e mi è sembrato che approvasse la scelta.
E’ stato poi di una squisita gentilezza, magari un po’ ruvida, e in cambio mi ha dato una copia del suo libro “La fiamma rossa”, scrivendo una dedica.
La fiamma rossa è la bandierina triangolare che al Tour de France viene da sempre posta all’ultimo chilometro, da lì in poi spesso tutto ancora può succedere.
Poche volte invece i mille metri che vanno dalla fiamma rossa alla linea del traguardo si trasformano in una marcia trionfale, con gli avversari oramai distanziati.
In queste ore immagino Gianni Mura oltre la fiamma rossa mentre si dirige verso il nuovo triste traguardo a cui è stato chiamato ieri, quando lo ha stroncato un infarto.
Ai lati della strada, ad applaudire, tutti i lettori come me che per tanto tempo hanno avuto la fortuna di leggere le sue storie di sport e di vita centellinando parola per parola, nessuna scelta mai a caso.

Perché Gianni Mura era un maestro impareggiabile non solo a raccontare la vita delle persone, era bravo a spiegarla.
Mischiati a noi dietro le transenne anche tutti quegli uomini di sport, quegli atleti famosi e non di cui Mura ha saputo esaltare i gesti e la fatica.
Immagino allora di vedere le facce di Ocana, di Gimondi, Casartelli, Poulidor, Mondonico, Bartali, Bearzot, solo per citarne alcuni.
Sulla linea bianca ad attenderlo Gianni Brera e Marco Pantani. Poi tutti in trattoria. Perché se di là per lui non c’è almeno una osteria piena di amici, che Paradiso è.

Marco Burchi

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