sabato, 11 Luglio, 2020

Quelle lettere imbarazzanti di Luigi Einaudi a Benito Mussolini

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L’ultimo libro dello storico Francesco Filippi,  intitolato Ma perché siamo ancora fascisti? (Bollati Boringhieri, 2020), sollecita una facile e chiara risposta: perché dopo il 1945 ritornarono nella scena politica e ai vertici delle istituzioni uomini che avevano civettato con il fascismo. Significativo risulta, in questo senso, ripercorrere alcuni momenti della biografia di Luigi Einaudi, autore di lettere accorate e adulatorie a Benito Mussolini, che si possono leggere in Appendice al volume dello storico Giuseppe Carlo Marino, L’autarchia della cultura. Intellettuali e fascismo negli anni trenta,  Roma 1983.

Dopo la caduta del fascismo, il 22 settembre 1943 Luigi Einaudi, economista liberale e senatore del Regno da poco nominato Rettore dell’Università di Torino, temendo di finire come ostaggio nelle mani della Repubblica di Salò, decide di fuggire in Svizzera e passa a dorso di mulo il Gran San Bernardo. Qui due mesi dopo, ascoltando la neofascista Radio Roma che insulta i “risorti liberali: Bergamini, Einaudi”, scrive nel suo Diario dell’esilio 1943-1944: “Non mi hanno dimenticato[…]forse è meglio esser fuori delle loro grinfie”. In realtà, nel passato di Einaudi non si registrano gesti di aperta opposizione al fascismo né, da parte del regime, azioni di vero disturbo allo svolgimento dell’attività scientifica del professore piemontese che, avverso alle “mortificanti dottrine socialistiche” e in sintonia con il liberalismo più conservatore, aveva guardato con simpatia all’ascesa del movimento di Mussolini, considerato “restauratore” dell’ordine e della legge.

Come tanti italiani durante il Ventennio, anche Einaudi si rivolge più volte a Mussolini a causa di motivi legati all’antifascismo dei figli o alla sua persona. Il 27 marzo del 1928, ad esempio, Einaudi scrive al Duce per chiedergli un colloquio in seguito all’arresto del figlio Roberto, accusato di avere scritto e distribuito l’opuscolo di opposizione L’altoparlante: “Eccellenza, un padre, a cui è accaduta una grande sciagura, si rivolge a un padre e gli chiede un colloquio per parlargli del suo figliolo”. Reduce dal colloquio, Einaudi scrive ancora a Mussolini, ringraziandolo per averlo voluto subito ricevere e per avere calmato la sua “angoscia di padre”; il professore si sofferma poi sulla intemperanza antifascista del figlio: “Solo una momentanea, per me incomprensibile, giovanile assenza, ha potuto fargli dimenticare come io avessi dato da anni l’esempio della più scrupolosa riservatezza nel parlare, nello scrivere e nell’operare. Tutta la mia famiglia, la quale attende con ansia la notizia del generoso atto d’ indulgenza che l’E.V. ha voluto farmi sperare, ubbidirà, ne resto io garante, all’imperativo derivante da questa mia dichiarazione; né mai accadrà che si ripeta, in qualunque forma, l’atto sconsiderato che di tanto turbamento nostro fu causa”.

Il 6 luglio 1933 Einaudi scrive una lunga lettera a Mussolini per chiedere la revoca della decisione di allontanarlo dalla carica di segretario-tesoriere della Regia Deputazione di Storia Patria di Torino. Fingendo di esporre al capo del Governo l’opinione “di coloro che pensano e per cui la ricerca del vero è l’unico scopo della vita”, qui il futuro presidente della Repubblica ( 1948-1955 ) si cimenta in una imbarazzante contrapposizione tra il fascismo italiano e il nazismo tedesco da poco giunto al potere: “La Germania hitleriana – riassumo quel che si lesse e si sentì – è la barbarie, l’orda unna accampata in mezzo all’Europa, è il più nero medio evo redivivo. L’Italia è cosa tutta diversa. Mussolini non perseguita gli ebrei; non licenzia a centinaia i professori. Ha chiesto ad essi bensì un giuramento, ma poi li lascia liberi nelle loro opinioni scientifiche; non dà ascolto agli asini, che da sé si dicono fascisti, per cacciar di seggio studiosi innocui accusati come antifascisti. Mussolini non brucia libri sulle pubbliche piazze e lascia ad Hitler il vanto di ripetere l’incendio della biblioteca di Alessandria. Egli non epura le Accademie e rispetta la scienza”.

Nel giugno del 1934, in seguito al sequestro del Diario di guerra del socialista Leonida Bissolati (1875-1920), perché contiene critiche all’operato dei comandi militari, il giovane Giulio Einaudi viene diffidato a non svolgere attività editoriale contraria alle direttive del regime. In quell’occasione, Einaudi senior ancora una volta prende carta e penna e il 2 luglio scrive a Mussolini: “Eccellenza[…] Fu sequestrato qui il volume Diario di guerra di Leonida Bissolati. […] Poiché consegnai io il manoscritto a mio figlio, dopo averlo letto, desidero esporre all’E.V. alcune considerazioni in merito. Se Ella me lo consentirà, vorrei in quello stesso mentre esporle altresì qualche riflessione di carattere generale economico intorno a cui ho concluso, dopo meditazione, esservi in Italia una sola persona alla quale valga la pena di manifestarle”. Il Diario di guerra uscirà poi nel 1935 senza variazioni o tagli. La oggettiva tolleranza-complicità politica verso il regime da parte di Luigi Einaudi, che fascista non era, pone un interrogativo: alla fine della Guerra, i “maestri” della cultura borghese liberale che spesso diedero dimostrazioni non richieste di piaggeria e di servilismo  (vedi il lungo elenco di docenti universitari di ogni disciplina, solleciti nel rispondere al censimento della razza nel 1938), quale contributo potevano offrire per rieducare gli italiani alla democrazia?

 

Lorenzo Catania

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