domenica, 21 Aprile, 2019

Quell’inammissibile Reddito di Cittadinanza

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L’Italia è quel Paese europeo in cui la crisi si è fatta sentire di più (assieme a Spagna e Grecia). Ma è anche il Paese in cui più forti sono state le misure d’austerità e le ricette rigoriste imposte da Bruxelles, a fronte di una crescita economica nulla per assenza di investimenti  pubblici e privati, di un sistema bancario profondamente corrotto e malato, di riforme di mercati del lavoro e prevedenziali che hanno generato solo precarietà da lavoro sottopagato e disoccupazione.

Il risultato è che la forbice tra ricchissimi e impoveriti si è accresciuta di giorno in giorno, fino al punto che l’1,2 per cento dei Paperoni italiani possiede oltre il 20 per cento della ricchezza complessiva.
Di fronte a ciò, si sta facendo un Reddito di Cittadinanza che, a furia di sforbiciare e compiacere Juncker, è quasi divenuto un obolo e totalmente distante dalla natura incondizionata che una misura di welfare dovrebbe avere.

In primis, dovrà essere corrisposto tramite una social card che stigmatizzerà il povero, costretto a effettuare ogni pagamento con questa carta con tanto di marchio “povero disoccupato” inciso sopra.
In seconda istanza, il beneficiario sarà condizionato ad accettare le offerte di lavoro, di qualsiasi tipo, che gli verranno proposte. Condizionato, perché potrà rifiutare solamente due volte le proposte di lavoro, dopo le quali non potrà più permettersi di fare troppo lo “choosy” (per parafrasare una Fornero d’antan) e sarà obbligato ad accettare quel che passa il convento.

I limiti di una misura del genere sono evidenti, ma d’altra parte è anche vero che, stante alle condizioni drammatiche di oltre 5 milioni di poveri italiani (a cui si aggiungono schiere di impoveriti del ceto medio), è ragionevole pensare: “meglio di niente!”.
L’italia, però, è anche quel Paese grottesco in cui il RdC non viene mica criticato per le suddette ragioni che ne sottolineano i limiti, le mancanze, le inadeguatezze.
Affatto! Le critiche prevalenti, invece – provenienti soprattutto dal Pd e dai “bocconiani” -, insistono sul fatto che quanto corrisposto (fino 780 euro per singolo!) sarebbe troppo alto in relazione al salario medio. A loro dire, ciò disincentiverebbe il disoccupato ad accettare offerte di lavoro a costi inferiori o uguali a quello del Reddito. E meno male, ci sarebbe da aggiungere! Anche perché l’effetto sarebbe proprio un innalzamento del costo del lavoro nel mercato dell’offerta teso a ridimensionare la quantità di quei lavoretti precari sottopagati che rappresentano oggi non solo un’ingiustizia insostenibile, ma anche un fattore che limita lo sviluppo e impedisce la crescita. Del resto, l’Italia è uno dei Paesi europei che investe meno in Ricerca e Sviluppo e nella formazione di una forza lavoro altamente specializzata (eccezion fatta per i nostri “cervelli” che, non a caso poi, fuggono all’estero).

Ma la seconda contestazione da parte dei neoliberal nostrani, se vogliamo, appare ancor più meschina.
In questi giorni stanno crescendo le richieste presentate alle anagrafi per cambi di residenza, così come le cessioni di proprietà.
Rispetto a quelle che vengono percepite come “furberie” da parte di chi vorrebbe profittare dell’opportunità di intascarsi questo “lauto” bottino, in molti hanno sottolineato come, nonostante i richiami costanti alle pene per frode, la misura non preveda adeguati controlli sui beneficiari. Parecchie, dunque, sarebbero le possibilità di aggirare i paletti per poter accedere al reddito.
Oltre al problema di un reddito troppo consistente, perciò, essi rilevano come la platea dei beneficiari sarebbe troppo ampia e potrebbe estendersi ancor di più qualora i “furbetti ” entrassero in azione.

Quindi, se proprio ‘sto reddito s’ha da fare che sia non solo condizionato e vincolato (come di fatto è), ma accompagnato da adeguati controlli e controbilanciamenti.
Già, perché è impensabile, ad esempio, che un quarantenne che vive a casa di mamma e papà possa approfittare dell’opportunità offerta per rendersi autonomo. Così come è inammissibile che un padre disoccupato scelga di intestare la piccola casa di proprietà (ereditata a sua volta dai genitori, magari) e la Fiat Panda del ’94 al figlio, così da avere i requisiti necessari per poter accedere al reddito.
Ecco, bisognerebbe  – incalzano i critici ancor più giustizialisti dei legislatori –  rendere ancor più stringenti i requisiti d’accesso e a chi fa il furbetto dovrebbe spettare solamente la galera!
Ovvio, del resto stiamo parlando di poveri, mica dei banchieri veneti o di un partito di governo che ha rubato ben 49 milioni dalle tasche degli italiani.

Eugenio Galioto

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