mercoledì, 30 Settembre, 2020

Questione Nord, contro Salvini aria di rivolta

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Il mese di agosto non porta bene a Salvini. Un anno fa ci fu il problema della crisi di governo finita male, adesso è emersa la questione Nord. Il segretario della Lega nell’agosto 2019, dalla spiaggia del Papeete in Romagna, staccò la spina al governo con i cinquestelle ma finì con una sconfitta. Cadde l’esecutivo Conte uno ma il segretario leghista invece delle trionfali elezioni politiche anticipate si ritrovò all’opposizione del Conte due, un ministero M5S-Pd.
L’incubo si ripete adesso, agosto 2020. L’angoscia del Capitano si legge su tutti i giornali: il rischio di perdere la segreteria del Carroccio, il pericolo di una scissione. Il problema si chiama questione Nord, l’accusa sottotraccia è di aver abbandonato i ceti produttivi dell’Italia settentrionale.

 

A molti militanti ed elettori “padani” non è piaciuta la trasformazione della Lega Nord, fondata da Umberto Bossi, in Lega nazionale. Al congresso della metamorfosi praticamente solo il senatur si oppose. Fino a quando andava tutto a gonfie vele nessuno fiatava contro il progetto di Salvini per conquistare anche il centro-sud. C’erano solo applausi quando il segretario nelle elezioni europee del 2019 conquistò il 34% dei voti doppiando il M5S e trasformando il Carroccio nel primo partito italiano.

 

Ma poi cominciarono i problemi. Il Capitano perse la scommessa di sottrarre l’Emilia-Romagna al centro-sinistra nelle elezioni regionali. Negli ultimi sondaggi elettorali la Lega è scesa al 26% dei voti dall’apice del 38%. Pesano non tanto i guai giudiziari quanto le scelte politiche: l’attacco a testa bassa alla politica del governo giallo-rosso per combattere il Coronavirus non ha pagato. Il sostegno al governatore leghista della Lombardia Attilio Fontana flagellata dalla pandemia ha fatto mugugnare.
Il Capitano si è interrogato sui suoi errori. Ha dato un segnale. Ai primi di agosto ha messo da parte la sua precedente riluttanza ad usare la mascherina ed ha preso atto delle paure degli italiani. Ha raccomandato ai giovani: «Usate la mascherina…Mettete le mascherine nei posti dove serve».
Nella Lega sono due le possibili alternative alla leadership di Matteo Salvini: il lombardo Giancarlo Giorgetti e il veneto Luca Zaia. Ma tutte e due smentiscono ogni ambizione. L’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio e vice segretario del Carroccio ha usato una metafora calcistica: non è «un centravanti» e «gioca in porta» fin da bambino. Il presidente della regione Veneto ha liquidato come «fantasie» le indiscrezioni sui contrasti con Salvini. Comunque «non c’è né scissione né scalata».

 

Tuttavia la questione Nord è cruciale. Sia Giorgetti sia Zaia non hanno fatto mistero di avere come bussola l’autonomia del Nord. Il primo ha sottolineato l’identità originaria leghista: lascerebbe il Carroccio solo «se Salvini rinunciasse alla ragione per cui sono entrato, il principio di autodeterminazione dei popoli. Ma Salvini non rinuncia». Il secondo ha insistito sul federalismo: i veneti hanno «sempre lo stesso obiettivo, che è l’autonomia».

 

Il segretario leghista sdrammatizza. Ha risposto irato alle domande dei giornalisti sui dissensi, sull’aria di rivolta nella Lega: «Se volete parlare di questo invece della vita vera, me ne vado…». Se ne riparlerà alla fine di settembre, dopo le elezioni amministrative in sette regioni. Per Salvini potrebbero arrivare guai seri se Zaia vincerà nel Veneto con oltre il 70% dei voti o se il centro-destra perderà la Liguria.

 

Rodolfo Ruocco

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