mercoledì, 24 Febbraio, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

Qui dove nascono le Fake News

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Dittatori, golpisti, fanatici religiosi, Ayatollah, fascisti, seguaci di Qanon, Blue Whale e simili, complottisti con centinaia di migliaia di follower, no vax, terrapiattisti e un’infinità di pagine seguitissime che quotidianamente dispensano vere e proprie fake news in grado di influenzare negativamente milioni di utenti.
Quando ci si chiede cosa siano i social network al giorno d’oggi, inevitabilmente, oltre alla solita filastrocca del “sono servizi informatici online che permettono la realizzazione di reti sociali virtuali” occorre andare più in profondità poiché essi, nella vastissima “giungla” di persone dalla quale sono popolati, portano nel marsupio (inevitabilmente e incolpevolmente) una fetta gigantesca di profili socialmente e potenzialmente pericolosi.
Pensiamo alle sempre più numerose pagine che adescano minorenni per farli partecipare a fanatiche “sfide della morte”, o ai gruppi che inneggiano apertamente al fascismo3 o ancora al profilo dell’Ayatollah iraniano Khamenei, nel cui Paese continuano le impiccagioni di dissidenti e le persecuzioni contro le donne, che scrive «Israele è un cancro maligno in Medio Oriente che va rimosso e sradicato».
Indubbiamente ormai, i social hanno assolto da tempo la loro funzione primordiale di “ridurre le distanze” tra utenti e si sono evoluti in strumenti attraverso i quali si veicolano messaggi, veri e propri mezzi di business. Nessuno dunque si sorprenderà se, come spesso ripetuto, i social network sono diventati il “campo principale” su cui oggi si fa politica.
Le piazze gremite di 50 anni fa sono le pagine social di oggi; piaccia o no questo non fa nessuna differenza.

Ciò che invece fa la differenza è che queste nuove piazze virtuali, non sono più aree cittadine che si aprono nel tessuto urbano, ma aziende multinazionali con a capo un imprenditore e volte (come è ovvio che sia) al profitto.
Se dunque diamo per assodato che un politico per svolgere la propria professione, debba inevitabilmente utilizzare una o più di queste piattaforme, la scelta unilaterale del proprietario del mezzo di sospenderne la fruibilità (sia anche per il motivo più giusto e nobile del mondo) lascia non poche perplessità.
Evidenziare l’ambiguità delle decisioni di Twitter e Facebook, non significa in nessun modo avallare l’operato e i messaggi dell’account sospeso; ma è indubbio che mettere un bavaglio al Presidente uscente degli Stati Uniti, democraticamente eletto 4 anni fa e che, bello o brutto che sia, nonostante la sconfitta vanta il sostegno di 70 milioni di elettori statunitensi, genera un dibattito delicato, oltre che un precedente pericoloso.
Se giudichiamo “giusta” la censura applicata a Trump allora anche le categorie elencate in apertura di questo articolo meriterebbero lo stesso trattamento, dalle pagine già citate fino ai Presidenti a fortissima vocazione autoritaria come Erdogan in Turchia, Putin o Maduro che usufruiscono indisturbati dello spazio pubblico dei social, con post che sono molto più violenti di quelli del pur violentissimo Trump.
Il punto cruciale di questo dibattito però è che una decisione del genere non può assolutamente essere presa unilateralmente da società private quotate in borsa e che non hanno mai nascosto di sostenere politicamente gli avversari di Trump.
Nonostante la decisione incontri il favore della maggior parte dell’opinione pubblica, ciò non significa che sia giusta. Nessun privato cittadino, pur potente e miliardario che sia, può pensare di avere la capacità di privare a propria discrezione il diritto di esprimere le proprie idee a qualcun altro.
Il potere di togliere la possibilità di parlare deve continuare ad essere prerogativa unica del potere democraticamente costituito, e questo concetto che sembra sbiadire ogni giorno di più dev’essere ribadito allo sfinimento, altrimenti si rischia di prestare il fianco a un violento attacco alla democrazia senza nemmeno rendersene conto.
Essere d’accordo con la censura di chi non la pensa come noi (violento e pericoloso che sia) è un esercizio sbagliatissimo che puzza di altri tempi. Quel qualcuno un giorno potremmo essere noi. Il fatto che gli Stati sovrani non abbiano la possibilità di esercitare nessun controllo sui social e che questi restino sotto il pieno potere di un privato che decide arbitrariamente chi far accedere e chi no, dal momento che come detto questi mezzi sono diventati il mezzo e la “voce” di leader che altro non sono che rappresentati del popolo, è un problema enorme. Chi vigila sul questo potere? Ma soprattutto quando è stato deciso che il Grande Fratello virtuale sia un’istituzione al disopra delle Costituzioni?
Urge al più presto istituire un’autorità politica che, in virtù delle leggi e della costituzione di questo o quel Paese, decida chi non ha più diritto all’accesso a questi mezzi di comunicazione e perché.
E’ sacrosanto che un politico che incita all’odio, al razzismo e alle sommosse debba essere stoppato e fermato; ma è altrettanto sacrosanto che a farlo sia la legge del Paese in cui questa persona vive e non qualcuno che arbitrariamente gioca con i diritti costituzionalmente sanciti. Con l’assenza di una struttura politica e legale che attui un controllo preciso e costante sulle piattaforme di comunicazione, che ormai hanno un ruolo centrale per le sorti delle nostre democrazie, rischiamo che siano i Mark Zukemberg o i Jack Dorsey a decidere le nostre sorti.
E’ questo che vogliamo?

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