venerdì, 30 Ottobre, 2020

Quis contra nos

0

Fiume. La rivoluzione ardita e tradita – Parte quindicesima

 

Il settembre del 1920 segnò l’inizio dell’ultima fase della Rivoluzione Fiumana, ad un anno dalla Marcia di Ronchi, veniva proclamata l’otto settembre, data che diverrà in seguito infausta per i destini della nostra Patria, la Reggenza del Carnaro.
Sembrava dovesse essere una svolta arditamente rivoluzionaria, in realtà essa era l’ultima carta da giocare, nella convinzione che l’annessione all’Italia, purtroppo, non era destinata ad avverarsi e che la stessa Rivoluzione Fiumana non poteva estendersi all’Italia. Il progetto, lo abbiamo visto in precedenza, era fallito, soprattutto per l’opposizione dei socialisti di Serrati e anche per la titubanza di Mussolini, ma, in buona sostanza, soprattutto a causa della perdurante profonda divisione tra quello che era stato, nelle forze popolari, il fronte interventista e quello neutralista, e anche per le notevoli resistenze della componente militare monarchica nelle file dei legionari.
Il combattentismo dei reduci nell’immediato dello scorso settembre del 1919 avrebbe potuto prevalere, perché molti di loro provenivano anche da regioni meridionali e avrebbero potuto unirsi alle forze insorte a Fiume l’anno prima, ma, come notò bene Host Venturi, si perse tempo, e lo stesso Comandante fu più sensibile allora ai timori di una Massoneria monarchica la quale, pur appoggiando una azione considerata “garibaldina” per sostenere lo sforzo diplomatico dell’Italia nelle sue rivendicazioni sul fronte e sui confini orientali, non era affatto disposta a vedere attuato un progetto di profondo cambiamento istituzionale in Italia.

Si trattava, dunque, di resistere creando un baluardo in Fiume, affinché la città fosse l’avanguardia di future rivendicazioni italiane nell’Adriatico e la punta di diamante che avrebbe dovuto portare alla dissoluzione del neonato regno Sloveno-Croato-Serbo, la Jugoslavia, appoggiando gli sforzi della compagine autonomista già presente in quelle zone che voleva liberarsi dall’egemonia serba.
Non altro che queste erano le famigerate “trame balcaniche” che Léon Kochnitzky aveva denunciato prima di andarsene, per il fallimento sostanziale della Lega di Fiume, da lui intesa come antagonista della Società delle Nazioni, ma, con ogni probabilità, sostenuta da d’Annunzio come prologo di una azione più circoscritta nei Balcani. I tempi però non erano maturi, sia per il momentaneo prevalere delle forze progressiste a Belgrado, sia per la mancata organizzazione di una vera e propria rete insurrezionale, che potesse essere aiutata da Fiume, sia in Slovenia che in Croazia. Quei tempi, però, avrebbero potuto maturare presto, infatti le forze radicali, nazionaliste e conservatrici serbe più ostili all’autonomia dei popoli sloveni e croati, dopo non molto tempo, sostituirono quelle socialiste e democratiche, ma solo quando Fiume era già caduta, solo dopo il Trattato di Rapallo.
A Fiume si fece di tutto per affermare un modello nuovo di italianità basato sulla democrazia e sull’avanzamento sociale, la Carta del Carnaro, che abbiamo già analizzato nelle sue linee principali e in alcuni suoi dettagli, era un capolavoro di progetto istituzionale, ancora più avanzato rispetto a quelli già tentati in Europa e persino rispetto a quello attuato nella Repubblica di Weimar. Sicuramente però troppo eversivo sia per la monarchia italiana sia per le alte sfere dell’Esercito che si erano affrettate a congedare tutti quei reduci combattenti che concretamente avrebbero potuto essere la grande massa di manovra della rivoluzione postbellica in Italia, ben prima che si affermasse un falso progetto rivoluzionario se non del tutto controrivoluzionario nella sostanza dei fatti. Quello sostenuto dalla Monarchia, dalla Massoneria conservatrice e dal Vaticano, e che vide la sua attuazione reazionaria nella Marcia su Roma, con un Mussolini il quale, dopo avere abbandonato i compagni socialisti, dopo avere abbandonato d’Annunzio sostenendo a spada tratta il Trattato di Rapallo, in seguito non si fece scrupolo di abbandonare anche la Massoneria che aveva persuaso il Re a spianargli la porta del governo, in nome dei Patti Lateranensi con il Vaticano, abbandonò persino il Fascismo, in nome di un regime sostanzialmente “Mussolinista” E avrebbe infine abbandonato anche il Vaticano, alleandosi con Hitler, ma quello fu il suo ultimo atto..prima di finire fucilato..dicendo di essere stato abbandonato da tutti.
Per una azione snella e decisa nei Balcani al Comandante occorreva un Esercito fedele e capace di azioni temerarie, guidato da ufficiali impavidi e costituito da una truppa fedele e dotata di grande slancio patriottico.

L’altra grande innovazione di questo periodo, fu dunque quella che portò alla creazione del “Disegno di un nuovo Ordinamento dell’Esercito Liberatore.” Fu quella una riforma profonda degli Istituti Militari che traeva piena ispirazione da come non tanto si erano formati i Reparti d’Assalto, creati sotto una precisa gerarchia militare, ma da come si erano trasformati essi stessi, durante le azioni sul campo, con uno strettissimo legame di cameratismo tra i Comandanti e gli Arditi, nelle operazioni più difficili e rischiose. Era un modello che era maturato nelle condizioni più difficoltose delle ultime imprese belliche, in particolare durante le offensive che avevano portato a superare la linea del Piave, in cui l’esempio e la comunicazione diretta ed immediata tra Comandante e soldati era la chiave risolutiva che poteva con estremo tempismo e velocità, condurre ad una azione rapida verso la vittoria.
Vedremo più in là nei dettagli quali furono le caratteristiche di questo progetto e le reazioni che esso causò nelle gerarchie militari presenti a Fiume. Esso rappresentò, in ogni caso, l’altra colonna, insieme alla Carta del Carnaro, su cui avrebbe dovuto reggersi la nuova “Città di Vita”, in piena autonomia, una volta fallito il tanto auspicato programma di annessione all’Italia, esso fu emanato in successione a circa due mesi di distanza.

Torniamo quindi agli eventi del settembre del 1920. La situazione a fine estate era mutata anche in campo internazionale, essendo il presidente Wilson, principale oppositore delle mire espansionistiche italiane in Oriente, uscito di scena. A fine agosto era già ben chiaro, anche per i vari discorsi non solo del Comandante ma anche di De Ambris, che si era decisi a tutto pur di proclamare la nuova Reggenza, e si rassicurava il titubante Consiglio Nazionale che non era molto favorevole a questa nuova prospettiva, temendo di esserne esautorato, che sarebbe stata la stessa cittadinanza a ratificare il progetto, prendendo definitivamente atto della impotenza dello Stato Italiano a giungere all’annessione, e che ogni cosa sarebbe stata discussa e ratificata ottemperando strettamente alla volontà del popolo sovrano.
Ciò nonostante, sia il Consiglio Nazionale che coloro che aderivano alle istanze autonomiste non videro in questa nuova prospettiva una opportunità di condivisione, anzi temevano che il nuovo ordinamento istituzionale da una parte non rispettasse i diritti dei cittadini e le antiche tradizioni comunali, e dall’altra che esso fosse il prologo di una vera e propria dittatura che avrebbe completamente vanificato il progetto di annessione all’Italia.

Già il 21 agosto il Comandante stesso aveva fugato ogni dubbio con un suo discorso perentorio che equivaleva ad un ultimatum e ad un deciso aut aut… “…bisogna che io parli chiaro, e dica una parola ferma contro le parole malferme di alcuni rappresentanti del popolo, dette a Roma, ove è la confusione di tutte le coscienze..” (…) “Contro tutte le incertezze e le esitazioni sta un fatto certo: per il 12 settembre vogliamo l’annessione o la nuova Costituzione!” Era del tutto evidente che ciò equivaleva a dire… “andiamo per la nostra strada”, perché tutti sapevano che l’annessione era ormai impraticabile.
A fine agosto si definì anche, con una dettagliata descrizione dello stesso d’Annunzio, come avrebbe dovuto essere il Gonfalone della Reggenza del Carnaro, sul modello dei Gonfaloni della antica Repubblica di Venezia. Lo stesso Comandate scrive di suo pugno: “Il corpo della bandiera è rosso cupo (che vuol dire rosso mattone o vermiglio n.d.r.) Nel terzo esterno sono inquadrati i tricolori italiano e fiumano (notare che i colori fiumani , secondo un cronista vecchio, sono: carminio, giallo, indaco.) Nei due terzi rimasti liberi è incluso l’emblema: un serpente d’oro squamato che fa cerchio mordendosi la coda (come nel simbolo egizio dell’eternità)

Dentro il cerchio del serpente le stelle dell’Orsa d’acciaio azzurrognolo. In un cartiglio, che forse può essere legato al tronco del serpente, il motto:
Quis contra nos? (…)”

Tale stendardo, come abbiamo già avuto modi di accennare, ha una precisa valenza iniziatica e massonica. Il serpente, detto anche “Uroboro” cioè etimologicamente “che si mangia la coda”, è un antico simbolo che troviamo per la prima volta in un testo funerario egizio e che rappresenta non tanto l’eternità, ma piuttosto la ciclicità, il rinnovarsi continuo della natura, l’impermanenza unita alla rigenerazione. Questo, evidentemente, associato alla Reggenza, non voleva dir altro che rinnovamento nel solco antica tradizione italiana e veneta.

Il colore rosso scuro, in particolare riecheggia il colore del sangue e della passione, in quanto tale è il simbolo della vita e anche della vitalità nel combattimento, esso era anticamente il colore di Marte, ed era associato non solo alla volontà di vittoria, ma anche alla fiducia in se stessi. Non per nulla legato anche al Natale, esso è simbolo di rinascita e di sovranità, ma anche di grandezza spirituale e di vicinanza a Dio, si dipingevano infatti con questo colore, nell’arte paleocristiana, anche gli arcangeli e i serafini.
Le sette stelle dell’Orsa sono un chiaro richiamo ai sette giurati di Ronchi, tutti massoni per altro, che avevano dato inizio all’impresa. Associando la bandiera italiana a quella fiumana, si voleva evidentemente rassicurare chi credeva che, con tale proclamazione, la via dell’annessione sarebbe stata per sempre preclusa, in realtà lo scopo restava, ma inverso, cioè quello di avvicinare prima o poi l’Italia stessa all’esempio rivoluzionario fiumano, se proprio l’Italia non voleva annettere Fiume.
Infine il motto “Quis contra nos?” era un aperto gesto di sfida, tratto da un versetto evangelico che però va letto tutto prima di capire perché fosse stato introdotto nel Gonfalone.
Il verso è di S. Paolo nella Lettera ai Romani 8,31 e integralmente è il seguente: “Quid ergo dicemus ad haec? Si Deus pro nobis, quis contra nos?” Il verso segue un altro in cui si parla di predestinazione, del fatto che Gesù è il primogenito di molti fratelli, quelli che “predeterminò, anche chiamò; quelli che chiamò, anche giustificò, anche glorificò”

Il motto quindi, in definitiva vuol dire che chi ha fatto parte dell’impresa fiumana fa parte di una umanità “eletta”, predestinata alla gloria, benedetta da Dio, e, come tale, invincibile, disposta ad ogni sacrificio per testimoniare la sua missione, impavida di fronte alla morte, in effetti sarà così fino alla fine..La simbologia unita alla valenza del Gonfalone della Reggenza non è pertanto solo politica, ma anche mistica e religiosa al contempo.

Anche il Generale Caviglia poté leggere le bozze della nuova Costituzione ed ebbe un incontro con d’Annunzio, la situazione internazionale sembrava mutata dopo l’uscita di scena di Wilson, e così anche la nuova politica di Francia ed Inghilterra non più molto interessate alla Jugoslavia, questo lasciava intendere che potessero essere intraprese iniziative dirette diplomatiche tra Italia e Jugoslavia (ovviamente con ciò intendiamo sempre il regno Serbo-Croato-Sloveno) Per questo Caviglia era preoccupato che tale accelerazione in senso istituzionale ed autonomista potesse pregiudicare, impedendo a Fiume di adottare direttamente leggi italiane, in maniera definitiva il processo di annessione. Inoltre egli avvertiva il Comandante che non si azzardasse ad occupare altre isole del Carnaro o paesi della Liburnia senza averlo consultato, per evitare conflitti fratricidi. Purtroppo vedremo che tale scrupolo alla fine verrà meno.
Dopo la lettura a fine agosto degli statuti fondamentali della Reggenza nel Teatro La Fenice, e dopo il ritorno della delegazione fiumana da Roma, i timori e le ostilità del Consiglio Nazionale si fecero ancora più pressanti. Esso si riunì addirittura in seduta segreta rassegnando le dimissioni, e affidando i poteri ad un comitato direttivo in qualità di governo provvisorio.

Esso, tra l’altro, avrebbe dovuto convocare in tempi brevi i comizi per eleggere la nuova Assemblea Costituente che avrebbe dovuto giudicare le proposte del Comandante al quale, per altro, pur confermando stima e fiducia, si chiedeva di non impegnare il governo provvisorio in un voto a favore della Reggenza il quale, indirettamente, avrebbe impegnato tutto il popolo. Insomma era un modo per prendere tempo..ma che velatamente manifestava una certa diffidenza verso l’operato di d’Annunzio. Egli se ne rese inevitabilmente conto e, come suo solito, si rivolse direttamente al popolo con una serie di manifesti affissi su tutti i muri della città, mediante i quali convocava con straordinario tempismo tutto il popolo alla ringhiera da cui si affacciava periodicamente con le seguenti parole:

“Concittadini,
contro l’opera di vita, ch’ebbe il vostro consentimento pieno nell’assemblea memorabile del 30 agosto, avversarii mal dissimulati tentano di macchinare sotto colore di legalità
Voi li conoscete come io li conosco.
La sollevazione luminosa del popolo libero non deve essere oscurata né menomata, davanti al mondo, dalla pusillanimità di pochi uomini sterili.
Alla vigilia dell’anniversario di Ronchi, io voglio assicurarmi che la fede e la forza del popolo libero sono tuttavia con me sincere e intere nel proposito di rovesciare gli impedimenti…”
Alle 18,30, ora stabilita dal Comandante per la convocazione popolare, la piazza era stracolma di popolo, e nessuno avrebbe potuto controbattere che vi erano stati mandati solo i legionari, magari in borghese, perché tutti loro erano stati consegnati nelle caserme. Il popolo di Fiume, dunque, era presente sotto la bandiera dell’eroe, più volte dispiegata nelle grandi occasioni al fatidico balcone, insieme alle alte autorità cittadine e militari, con De Ambris. Il Comandante si affacciò e si rivolse alla folla, rievocando gli eventi cruciali della impresa fiumana e chiarendo il valore specifico della Reggenza del Carnaro “primo atto di un’offensiva politica che occorre condurre con volontà decisa e con netta fermezza”, egli si soffermò, con un misto di amarezza e di disprezzo, sulle titubanze e sulla inadeguatezza del Consiglio Nazionale, in quell’ ora decisiva per il destino della città. Per questo, tornando ad illustrare i principi fondamentali della Carta del Carnaro, egli si appellò direttamente al popolo chiarendo ad esso che “la Costituzione può essere riformata in ogni tempo, quando sia chiesta dal terzo dei cittadini in diritto di voto, e tutte le leggi sancite dai due Corpi del Potere Legislativo possono essere sottoposte alla riprova del nonsenso o del dissenso pubblico.
Quale Costituzione può essere più liberale di questa?”
La Costituzione della Reggenza del Carnaro nasceva infatti tanto avanzatissima quanto perfettibilissima, non temendo alcun paragone con altre, compresa la nostra attuale, che pur avanzata, tanto perfettibile, nonostante tutto, pare non essere.Acclamato come sempre dalla folla festante, il Comandante decise pure di menzionare una lettera di Lincoln a Macedonio Melloni, in cui il presidente vittorioso nella guerra di Secessione Americana, durante il nostro Risorgimento, auspicava per l’Italia confini estesi addirittura alle Bocche del Cattaro. Contrariamente a Wilson che le negava Fiume, la Dalmazia e stentava persino a concederle l’Istria, la lettera di Lincoln diceva testualmente: “assoluta padronanza dell’antico lago di Venezia (l’Adriatico n.d.r.) da Fiume alle Bocche di Cattaro”

La giornata dell’otto settembre culminò con il discorso di proclamazione della nascita della Reggenza da parte del Comandante:
“Interprete devoto e armato della libera volontà espressa per acclamazione dalla maggioranza del popolo sovrano di Fiume convocato a parlamento, da questa ringhiera dove fu gridata la liberazione della città il 12 settembre 1919 e dove fu più volte riconfermato il perpetuo voto popolare verso la Madre Patria, io Gabriele d’Annunzio, primo legionario della Legione di Ronchi, proclamo la Reggenza del Carnaro.
E giuro, su questa sacra bandiera dei fanti, su queste vestigia di sangue eroico e su l’anima mia, che continuerò a combattere con tutte le forze e con tutte le armi, fino all’ultimo respiro, contro tutti e contro tutto, perché questa terra sia per sempre riconquistata all’Italia”
Il clamore delle trombe e quello della folla salirono all’unisono fin sopra il cielo della città di Vita a suggellare il voto del Comandante e ad accompagnarlo in mezzo al popolo delirante, egli fu coperto di fiori e di ramoscelli d’alloro, mentre i legionari, finalmente congedati dalle caserme, si univano alla folla festante che straripava dalla piazza verso le altre vie cittadine.

Fu De Ambris ad illustrare i principi e gli intenti della nuova Reggenza nel suo commento alla Carta del Carnaro che abbiamo già pubblicato nella parte precedente di quest’opera.
Se però il Comandante, aggirando le resistenze e le diffidenze dell’oligarchia cittadina rappresentata nel Consiglio Nazionale, aveva dalla sua parte il popolo di Fiume, il popolo in Italia era ben lungi dall’essere coinvolto o entusiasta per tale nuova Costituzione, sebbene ci si sforzasse di stamparla e di diffonderla anche nel resto d’Italia. Alcune copie, stampate in quel mese in bel formato grande, forse per una svista tipografica o forse volutamente, recavano ancora la parola Repubblica in alcuni articoli, come appare evidente in una di esse di cui è in possesso chi scrive. E non è escluso che qualcuna sia finita nelle mani dello stesso sovrano, di Giolitti e sicuramente in quelle di Mussolini.
Se il progetto avanzava sempre più temerariamente verso orizzonti realmente futuristici ed immaginificamente utopistici, il consenso, soprattutto nella penisola, però era sempre più limitato. D’Annunzio in Italia negli ultimi mesi del 1920, poteva seriamente contare solo sui fascisti della prima ora e sui repubblicani che gli furono fedeli anche a Fiume fino alla fine.

Tra i fascisti, però, già serpeggiava qualche defezione. E nonostante d’Annunzio in quei mesi avesse aderito ai Fasci di Combattimento, proprio per creare una saldatura tra fascismo rivoluzionario e fiumanesimo. Alcuni fascisti però ne restarono in ogni caso, almeno inizialmente ed in apparenza fermamente convinti, tra questi in particolare Francesco Giunta che ci dà preziose testimonianze del rapporto tra fascisti e legionari fiumani di quel periodo, essendo stato anch’egli partecipe di quella impresa ed avendo poi continuato ad essere convintamente fascista. Ovviamente abbiamo già detto che non si può sovrapporre il fascismo al fiumanesimo in una perfetta corrispondenza come vorrebbe lo stesso Giunta. Possiamo citare, ad esempio, alcuni illustri protagonisti del fiumanesimo, come Mario Magri che furono fieri oppositori e vittime illustri dello stesso fascismo. Vogliamo però menzionare anche Giunta per vedere come effettivamente i fascisti di allora si identificassero, almeno a parole, con il movimento fiumano e come credevano di esserne gli artefici e prosecutori. Questo ci appare più interessante, perché visto dall’interno, delle considerazioni degli oppositori, persino di quelle di storici come Villari che giungono a conclusioni analoghe ma con altre motivazioni che ci appaiono meno credibili perché di natura ideologica.
Scrive Francesco Giunta in “Essenza dello squadrismo”: “L’amore e lo spirito ribelle di Fiume staranno chiusi nei nostri cuori ad alimentare la lotta. Può darsi che il Comandante, dopo aver disperso i lembi palpitanti del suo grande cuore, resti con noi, convinto che ancora non tutto è perduto per creare la grande Patria.”
E ancora: “Chi dice fascismo, dice fiumanesimo; chi dice fiumanesimo, dice fascismo.
Il fascismo sorse con l’intento di conservare all’Italia i frutti della vittoria, il fiumanesimo esplose come protesta contro chi la vittoria volle mutilare.

Il fascismo, fenomeno nazionale, fu opera di elementi qualitativi che cercarono di contrapporsi al pregiudizio ed all’azione della quantità ; il fiumanesimo, fenomeno a ripercussione mondiale, sviluppatosi in una piccola città, propagò la sua grande forza morale fra tutti i popoli.
Il fascismo raccolse la voce anelante di Fiume e sostenne la causa e le sue ragioni in ogni luogo in ogni tempo, decisamente, senza reticenze, senza incertezze, senza pentimenti.
Fascismo e fiumanesimo s’integrano a vicenda. Scaturiti da una fulgida premessa ideale, sostenuti dalla fiamma del sentimento più nobile, hanno vinto le costruzioni ideologiche della vecchia politica, hanno dimostrato falso il principio materialistico che le masse agitate da questioni di ventre potessero aver tale forza da abbattere l’idea e il sentimento.

In patria il fascismo, alimentandosi ogni giorno dell’amore fiumano, ha svolto tale azione decisa, diritta, travolgente da sbalordire i massimalisti che pur avevano costruito la loro piazzaforte sopra una solida organizzazione politica ed economica che datava da mezzo secolo.
Da Fiume il fiumanesimo, rivendicando i diritti di un popolo che aveva combattuto e vinto la più grande guerra, si opponeva alla volontà delle più potenti nazioni e ne dipanava gli intrighi e le reti di colossali interessi.L’Italia deve molto al fascismo, come deve molto al fiumanesimo. Al fascismo l’Italia deve il debellamento definitivo del bolscevismo ; al fiumanesimo deve i confini orientali, l’Istria e Fiume, per ora. All’uno e all’altro l’Italia deve la rivendicazione del proprio onore.”
Francesco Giunta fu un fascista convinto fino alla fine, ma fu anche massone e c’è da credere che lo restò nonostante i divieti, le censure e le repressioni violente del regime fascista verso la Massoneria e verso i massoni, molti dei quali vennero anche spediti nei campi di concentramento o al confino o finirono anche fucilati nell’ultima fase del conflitto. Ciò nonostante, ve ne furono anche altri che cripticamente accompagnarono Mussolini fino alla sua fine persino isolandolo a maggioranza nel Gran Consiglio che si tenne il 25 luglio del 1943 e che ne segnò la caduta in quanto capo del regime fascista e Duce dell’Italia tutta.

Francesco Giunta fu uno dei pochi fascisti a salvarsi dalle rappresaglie e dai processi che seguirono il 25 aprile del 1945, pur essendo stato capo del Fascio triestino fino alla marcia su Roma a cui partecipò, governatore della Dalmazia, e aderente alla Repubblica Sociale. Fu anche accusato di crimini di guerra dal governo jugoslavo ma non fu mai estradato ed ebbe anche numerose onorificenze dal Papa, dal Re, da Capi di Stato stranieri, tra le quali: Nobile dell’Ordine Piano, Conte di Fiume, Cavaliere di Malta, morì a Roma nel 1971.
Se compito dello storico è analizzare la storia senza accanimenti ideologici di parte, è altresì opportuno osservare come alcuni fascisti, soprattutto operanti nella zona dove l’impresa fiumana si era affermata, consideravano quelle vicende dal loro punto di vista , in particolare rilevando anche il fatto che Mussolini, il capo del fascismo, non venne affatto incontro alle loro esigenze e ai loro principi, ma mise in atto tutt’altra strategia di conquista del potere, portando anche essi ad allinearsi sulle sue posizioni
Come intendessero la causa fiumana e cosa intendessero fare per Fiume e per l’Italia i fascisti triestini, ce lo dice ancora Giunta nella prefazione del suo libro che ancora menzioniamo anche perché certe fonti sono, ovviamente anche a causa di una certa damnatio memoriae, sempre più difficili da reperire: “Chiamato a guidare il Fascio di Trieste nella primavera del 1920, ne ressi le sorti fino alla Marcia su Roma. Quanto il Fascismo triestino fece in quei tempi, ora tanto lontani, fu veramente ammirevole: difesa del confine orientale contro le insidie dei trattati di pace; attacco frontale e senza posa dei fortilizi comunisti e slavi; opposizione decisa agli scioperi generali nei servizi pubblici e nelle aziende private; esaltazione delle ragioni della guerra e della Vittoria; proselitismo irresistibile fra le masse operaie e inquadramento nella prima Camera Nazionale del Lavoro; appoggio ed assistenza fino al sacrificio a d’Annunzio e alla Causa fiumana; lotta furibonda a ferro e a fuoco dalle città della costa fino ai posti di frontiera contro sloveni e croati che, alimentati da Zagabria e da Lubiana, appoggiavano l’azione dei rappresentanti jugoslavi a Versoglia con la speranza — non del tutto infondata — di portare il confine all’Isonzo o, almeno, a Senosecchia.
Impresa complessa, difficile, estenuante, sanguinosa, Decine di morti e di feriti segnarono col sangue le tappe della conquista.”

In quella zona esordì lo squadrismo che sappiamo poi ebbe modo, contrariamente al fiumanesimo, di affermarsi in tutta Italia, è quindi altresì interessante capire bene le sue motivazioni, per non scadere nella solita retorica demonizzante, spesso buona solo per reiterare fini propagandistici strumentali, ma anche incapace di analizzare bene certe cause storiche concrete dall’interno.
Giunta ci dice che lo squadrismo nacque come forza organizzata di reazione alle trame jugoslave in Italia ed esordì nell’assalto del Balkan il 13 luglio del 1920, gli storici si sono ovviamente divisi nell’analizzare le origini di tale cruciale episodio, Tamaro riferisce che «mentre si svolgeva l’imponente comizio e Francesco Giunta, segretario del fascio, parlava, uno slavo uccise un fascista (per altro un semplice cuoco n.d.r.), che s’era intromesso per salvare un ufficiale da quello aggredito.»Invece Schiffrer riporta che «in realtà il disgraziato giovane (il cuoco pugnalato) si trovava lì per caso e quando fu colpito …, secondo le cronache giornalistiche, esclamò:”io non c’entro!”. La verità è che a Giunta occorreva la “scintilla”, occorreva un morto, ed i suoi provvidero»E’ molto probabile che abbiamo ragione entrambi anche se da prospettive diverse, sebbene spesso si ometta di dichiarare che lo squadrismo, in quel caso, agì in parallelo con il terrorismo slavo. A noi per altro interessano due cose fondamentali. La prima capire che lo squadrismo nacque in un clima di reazione alle mancate rivendicazioni irredentiste e allo spionaggio e agli attacchi slavi verso gli italiani come strumento di pressione nelle trattative internazionali. L’episodio di Spalato in cui morì il Comandante Gulli, vittima di terroristi slavi e di cui abbiamo già parlato in precedenza è la premessa incontrovertibile dell’incendio del Balkan di cui non si può non tener conto se si vuol narrare la storia a tutto tondo, e se davvero si vogliono favorire le ragioni di una riconciliazione dopo tante perduranti stagioni di odi e di incomprensioni. La seconda è che il fascismo triestino fu praticamente l’unico in quel periodo a riuscire a saldarsi con il movimento fiumano fino a volersene identificare, ma fu infine portato a non agire su diretto ordine di Mussolini.

Ovviamente storicamente questa identificazione tout court non sta in piedi, però essa ci consente di capire sia come le cose si svolsero in seguito alla repressione del fiumanesimo del dicembre del 1920 sia come il fascismo non fosse un fenomeno omogeneo né seguisse pedissequamente le indicazioni di Mussolini, il quale se a parole esaltava d’Annunzio e l’impresa fiumana, nei fatti remò decisamente contro di essa.
Egli infatti, proprio nell’agosto del 1920, scriveva a Giunta e ai fascisti giuliani di non farsi illusioni, perché muoversi da Fiume ed estendere il movimento all’Italia avrebbe significato o arrestarsi al Tagliamento lasciando Fiume isolata, o essere bloccati dagli scioperi indetti dai socialisti e dalla Confederazione Generale del Lavoro, rilevando infine che il problema non era solo politico, ma anche militare, e lasciando così intendere di non volersi mettere né contro la monarchia e tanto meno contro l’Esercito. Giunta, d’altro canto, concepiva lo squadrismo non come braccio armato della borghesia industriale e del latifondismo agrario, cosa che però di fatto esso divenne, in gran parte sopratutto sotto la guida autonoma e spesso fuori controllo dei vari ras locali, ma parla egli stesso “Di quello squadrismo che non fu soltanto esaltazione del manganello e della violenza fine a se stessa, ma intervento chirurgico intelligente e necessario a risanare i gravi mali di cui soffriva la Nazione; che non si schierò a servizio dei potenti contro gli umili, dei privilegiati contro i poveri, dei padroni contro gli operai, della borghesia contro il proletariato — come da taluno si volle affermare — ma fu milizia disciplinata e cosciente sostenuta da un fervido spirito di sacrificio al servizio di un grande ideale.Che fu motivo di lotta pei vivi e miraggio luminoso pei morti.”
Giunta, alla fine, si allineò sulle posizioni mussoliniane, nonostante le sue rivendicazioni alquanto demagogiche “a posteriori” dell’impresa fiumana. Quando d’Annunzio si appellò a lui affinché, una volta respinta la richiesta di resa del generale Caviglia, si mettesse in atto una forte azione insurrezionale ad opera dei fascisti triestini, egli rispose che mai avrebbe mancato di rispetto al vincitore di Vittorio Veneto, rivolgendosi quindi non al Comandante bensì al Generale. Ci furono lo stesso dei tentativi insurrezionali, ben presto isolati, da parte di alcuni fascisti, ma la tendenza alla fine fu quella di allinearsi alla conquista del potere “Mussoliniano”, più che al Fascismo tanto sbandierato come “fervido spirito di sacrificio al servizio di un grande ideale.” Pertanto, questo breve ma dettagliato excursus su come si volesse intendere uno stretto parallelismo tra fascismo e fiumanesimo, ci dimostra come, nella realtà dei fatti, esso esisteva soprattutto nella consueta retorica fascista, più che nella coerenza delle azioni e nelle vicende concrete.
Nella realtà storica, al di là delle prospettive divergenti che dividono tuttora storici antifascisti da altri che essi definiscono “revisionisti”, ci fu in quegli anni, come ebbe modo di descriverla bene Pietro Nenni, in un suo libro da noi più volte menzionato, e come abbiamo già cercato di far notare in una nostra opera precedente a puntate, una vera e propria “guerra civile” durata sei anni, e quello non fu che l’inizio di altre che sarebbero venute dopo. Ma ciò accadde appunto contemporaneamente al tramonto del fiumanesimo in cui il variegato panorama umano politico e civile dell’impresa tenne ancora unite componenti assai eterogenee tra loro.

Tornando in ogni caso agli eventi di allora e alla “città di vita”, la proclamazione della Reggenza fu accolta con molto entusiasmo dalla popolazione locale che in essa vedeva concretizzarsi finalmente una prospettiva di autonomia tale da rilanciarne il ruolo economico e commerciale della città, e anche per l’opportunità di una effettiva partecipazione democratica che potesse scalzare i vecchi equilibri oligarchici garantiti dal Consiglio Nazionale. I legionari furono entusiasti ed in particolare lo furono anche coloro che aderirono ad un movimento che si proponeva un rinnovamento complessivo di tutto l’assetto sociale, culturale e persino morale della società borghese, con lo scopo di creare una “Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione”, notiamo anche in questo l’eco del percorso massonico, dato che per aderire ad una Loggia bisogna essere “liberi, di buoni costumi e tendenti all’autoperfezionamento”. Protagonisti di questo sodalizio erano Comisso e Keller, l’asso di cuori dell’aviazione di Baracca, divenuto a Fiume il cuore pulsante della rivoluzione non solo sociale e politica, ma anche del costume e persino del sesso.
Non ci dilunghiamo su tale movimento perché lasciamo a chi volesse saperne di più il piacere di leggere il bel libro curato da Simonetta Bartolini dal titolo “«Yoga». Sovversivi e rivoluzionari con d’Annunzio a Fiume”
Arriviamo dunque al 12 settembre quando l’anniversario della marcia di Ronchi venne celebrato in pompa magna, consegnando al Comune di Ronchi una medaglia commemorativa coniata per quell’evento non in bronzo, come veniva comunemente data ai legionari, bensì in oro, come “offerta votiva ai combattenti sepolti nell’arido cimitero, al popolo che porta nel nome la gloria del grande evento, all’ombra di Guglielmo Oberdan che senza corda pende su le rovine.”
Il Gonfalone finalmente completato in tutto il suo splendore scarlatto, venne portato a Fiume e issato da Adolfo de Carolis, alla presenza di tutte le associazioni fiumane e delle delegazioni provenienti dall’Italia e dalla Dalmazia per omaggiare il protagonista di quell’evento, il Comandante Gabriele d’Annunzio.
Anche il sindaco Grossich si unì ai ringraziamenti della città che egli disse “mai dimenticherà il Duce liberatore e i suoi legionari
Dopo avere abbracciato Grossich e Gigante ed avere incontrato le varie delegazioni giunte in città, il Vate montò a cavallo per passare in rivista i suoi legionari ed assistere all’ “alza bandiera”
Il gonfalone scarlatto della Reggenza svettava in mezzo alle bandiere italiane, di fronte erano schierate le truppe sull’attenti nel present arm, mentre il Comandante spiegava a tutti la simbologia dell’emblema della Reggenza: “Ha le sue bande; e nelle bande i tre colori del Comune e i tre colori d’Italia.
Nel campo vermiglio è l’antico emblema dell’Eternità: il serpente d’oro che fa di sé il cerchio perfetto e perpetuo. E dentro il cerchio è la costellazione dell’orsa, sono le sette Guardie, sono le sette stelle fatali che dalla notte dei tempi conducono la navigazione della gente mediterranea, della stirpe nostra.
Sono le sette stelle della mia sorte: quelle che portarono nel mio guidone azzurro legato al montante tra ala e ala, e che una a una il vento del rischio e della rapidità rapiva dal drappo lacerato.
Nella mia notte di Buccari avevo meco il medesimo segno. Sei stelle mi rapì il vento, e me ne lasciò una per la mia notte di Ronchi
E v’è nel cartiglio inscritta la parola del coraggio e della securtà, la parola del diritto e della sfida: Quis contra nos?”
La conclusione fu…. “Imperii spes alta futuri: alta speranza di dominio avvenire. Salutiamo nel gonfalone la Dominante! E ciascuno oggi, più alto e più vasto di Sé medesimo, in sé dica, come io dico, drizzandomi sul mio cavallo che ha i ferri amari di lauro perduto: “Non io vivo, ma la Patria in me vive”
Alla fine della cerimonia venne portata una lapide commemorativa della notte di Ronchi, che fu dettata dallo stesso Francesco Giunta e poi, dato che non si trovava un muratore disposto a lavorare per i fascisti, murata dalle stesse mani del capo del Fascio Triestino.

Fiume allora decisamente non si fece mancare nulla, nemmeno la peste che parve voler anch’essa partecipare alla grande festa della rivoluzione magari minacciando di seppellirla con la parola fine.
Ma non fu così, sebbene giunta a bordo di un piroscafo proveniente dal Mar Nero, come l’antica peste nera della metà del Trecento, essa venne sterminata sul nascere da una accortissima opera di profilassi che implicava la caccia permanente e la distruzione dei topi portatori del morbo sbarcati a Fiume. Ciò consentì di bloccare il contagio in poco tempo, dimostrando al mondo che la città non era in preda al caos, ma sapeva disciplinatamente reagire ad ogni eventuale pericolo anche sanitario. Ciò nonostante, alcune vittime ci furono così come vari malati ed il Comandante anche in quella occasione, nonostante i medici lo sconsigliassero, mostrò tutta la sua umanità e compassione andando a trovare i malati e lasciando anche una forte somma e generi che potessero confortare la loro degenza.
Al dottor Usai che tanto si prodigò in quella circostanza venne poi donato il microscopio che il Comando acquistò in quei giorni per meglio curare il morbo, prima che i legionari lasciassero la città il 15 gennaio del 1921. Ma un’altra e forse peggiore peste era già in agguato.
Giolitti si era incontrato a Lucerna per discutere con Lloyd George, in merito alle iniziative del governo italiano sulla questione adriatica. Temendo un compromesso al ribasso, che poteva essere raggiunto dalle parti bypassando completamente Fiume e la sua Reggenza, d’Annunzio si affrettò a lanciare sui cieli della capitale, in occasione della celebrazione del 20 settembre, un manifestino che denunciava una peste ben peggiore di quella che stava affliggendo Fiume in quei giorni, in esso, tra l’altro, si diceva: “Dagli uomini e dagli eventi la città aveva patito tutti i mali, tutti i flagelli: la desolazione, la carestia, la fame. Non le mancava se non la pestilenza (…) non si lagna, né si scrolla. Resta silenziosa, issando la sua bandiera al culmine della passione eroica (…) Non temete il contagio della sua peste, la vostra è peggiore (…) Che potete voi celebrare, dopo cinquant’anni dalla conquista di Roma? Eravate abituati a celebrare annualmente ogni sorta di disfatte, un’Italia vischiosa di bava senile. Il cinquantesimo anno poteva essere alfine l’anno vittoriale! E’ l’anno ignobile

Andate a inghirlandare le foci delle cloache; e poi infilate nello spiedo le vecchie oche del Campidoglio, e fate bisboccia. (…) Intanto, io che comando l’Esercito italiano in Fiume d’Italia, dove la gente eroica e mutilata porta orgogliosamente i suoi segni e sfida chiunque a insultarli, io dico che nessuna rinunzia iniqua potrà essere compiuta fra le Alpi Giulie e le Dinariche finché l’ultimo dei miei combattenti sia in piedi. E i miei combattenti non sono soltanto di qua dalla barra, ma anche di là dalla barra (…) Come allora dal balcone ludovisio, oggi dall’ala di Fiume scende il duplice grido: Viva Roma senza onta! Viva la grande e pura Italia!”
Al grido di Fiume mancava soltanto un amplificatore, uno strumento che potesse estenderlo a paesi assai lontani, superando l’isolamento a cui la città era sottoposta, questa opportunità arrivò, anch’essa in quel settembre del 1920 che possiamo sicuramente annoverare tra i passaggi più rivoluzionari dell’intera vicenda fiumana.

Il 19 settembre alle 11,35 giunse da una nave che incrociava al largo delle coste adriatiche settentrionali un telegramma per il Comandante, era il messaggio di Guglielmo Marconi, il proprietario del natante, che si rivolgeva con entusiasmo all’ “..eroe del pensiero e dell’azione, strenuo propugnatore del diritto da italiani affermato di unirsi alla Patria, tenace difensore della religione di Dante e del voto di Mazzini, di Cavour e di Garibaldi…”
Il 22 la nave con il suo carico di attrezzature tecniche e molto avanzate per l’epoca, arrivò in porto ed avvenne l’incontro non a quattro ma a “due occhi” perché sia Marconi che d’Annunzio erano orbi di un occhio, dall’uno perduto in un incidente automobilistico e dall’altro in guerra in un rocambolesco atterraggio. Entrambi però erano anche “televisivi”, vedevano cioè molto lontano, sia sul piano tecnico che su quello politico ed istituzionale, per cui il loro incontro non poteva che essere improntato alla gioia di poter condividere le sorti future, dandosi reciproco risalto, poiché sia d’Annunzio che Marconi godevano di grande fama internazionale, e per questo la notizia fece il giro del mondo.
Non era la prima volta che il Vate incontrava l’inventore della comunicazione tecnologica nell’etere a distanza, entrambi interventisti condividevano, già da prima della guerra, l’amor di Patria e l’impegno per la vittoria, il Comandante lo ricordò nel suo discorso di benvenuto a Fiume: “eravamo due soldati d’Italia. La sua scienza e la mia poesia erano divenute strumento di guerra, forze combattive, premesse di vittoria”
Marconi divenne così in quel frangente la cosiddetta “ciliegina sulla torta”, sia perché con la sua presenza lungo l’Adriatico orientale, attirava l’attenzione di tutta l’opinione pubblica mondiale sia perché era arrivato per istallare una stazione radio della portata di ben 3000 chilometri, tale da bypassare tutti i tentativi del governo italiano di isolare le comunicazioni di Fiume verso il mondo “esteriore”, anche se il governo avesse tentato di tagliare i fili del telegrafo da e verso Fiume. Purtroppo gli eventi successivi non consentirono di completare la costruzione di quella stazione.

Anche Marconi ricevette il simbolo della partecipazione attiva alla rivoluzione fiumana, la medaglia di Ronchi per l’occasione coniata in oro, poi il Comandante salì a bordo della nave Elettra, nomen omen, dell’inventore italiano, e lanciò il suo messaggio con il microfono che in realtà non amava molto.. “…Dalla nave geniale di un italiano che ha donato al pensiero fulmineo dell’uomo i silenzii aerei del mondo, il popolo offeso di Fiume e i difensori della martoriata dichiarano al mondo il loro proposito insuperabile di rimanere in perpetuo congiunti alla Madre Patria”. Lo stesso Marconi replicò dichiarandosi fervente seguace della Reggenza del Carnaro, dell’annessione di Fiume all’Italia e soprattutto del Comandante Gabriele d’Annunzio, lanciando infine il grido dei legionari..eja, eja, eja alalà! Entrambi gli accesi sostenitori della causa di una libera città democratica finiranno in seguito per essere “nobilitati” dalla monarchia regia, con i titoli di principe d’Annunzio e marchese Marconi..l’assonanza in questo caso stona un po’ con quello straordinario e partecipativo evento settembrino..
L’incontro fece scalpore soprattutto all’estero e a Fiume, ma non tanto in Italia ed in particolare non mutò di una virgola l’atteggiamento del gran volpone Giolitti il quale si apprestava ad ultimare il suo piano per disinnescare definitivamente questa mina vagante nell’Adriatico e nei Balcani.
I dissapori con i rappresentanti delle autorità cittadine che avevano mal digerito la proclamazione della Reggenza si attenuarono un po’ ma non del tutto. Il governo provvisorio chiedeva che le future elezioni dovessero essere preparate dal dimissionario Consiglio Nazionale, il Vate piuttosto ribadiva il carattere rivoluzionario della proclamazione della Reggenza e da parte sua si riservava il diritto di esercitare tutti quei poteri rimessigli dallo stesso Consiglio Nazionale che lo aveva in precedenza proclamato “duce divino”. Il risultato fu che l’anziano Grossich decise di ritirarsi dalla vita pubblica, troppo stanco per stare tra l’incudine del Consiglio Nazionale ed il martello del Vate.
Il 26 settembre venne dunque convocata una assemblea di piazza per ringraziare con amore Grossich, che il Vate definì “l’uomo mirabile che i nostri antichi avrebbero nominato Padre della Patria.. in Fiume apostolo d’Italia”
Alla metà dello stesso mese era stata sospesa la pubblicazione del Bollettino ufficiale del Comando di Fiume e venne sostituita il 26 settembre con l’inizio della pubblicazione della Raccolta degli atti ufficiali della Reggenza italiana del Carnaro. Si cominciava così a delineare, con un atto formale ufficiale, il percorso che avrebbe dovuto portare al consolidamento di un nuovo governo e di una nuova struttura istituzionale.
Non si voleva in alcun modo imporre la Reggenza come se fosse una sorta di dittatura, e, di conseguenza, negli ultimi giorni del mese di settembre, il Comandante inviò una lettera al sindaco della città Gigante in cui si ribadiva che il riconoscimento della Reggenza sarebbe stato sottoposto al giudizio del Consiglio Nazionale e che il Comune sarebbe stato in ogni caso dotato di ampia autonomia tale da consentirgli di conservare le leggi municipali, le sue tradizioni e la “propria indole”

A ciò seguirono i fatti concreti, il Consiglio Nazionale venne convocato, a suggerire caldamente al Vate questa convocazione fu Pantaleoni, un economista di idee molto liberiste che aveva già contestato a d’Annunzio la inapplicabilità di alcuni principi della Carta del Carnaro, secondo il suo punto di vista, definendola una… “quarantottata”, una sorta di “prigione regolamentata, quando non ci sarai più te, da quattro capolega”. E’ evidente che l’economista temeva che un controllo troppo rigido dell’economia da parte delle associazioni dei lavoratori ne inibisse la libera iniziativa ed il progredire dei profitti. Egli, dunque, pensava maggiormente alla produzione della ricchezza e alla sua accumulazione, piuttosto che alla sua distribuzione, essendo decisamente ostile alla “funzione sociale della proprietà privata”. Probabilmente non considerava possibile un confronto costruttivo ed utile alla collettività tra i rappresentati dei lavoratori e quelli dei produttori, rassegnandosi al fatto che tra le classi sociali non vi fosse possibilità di intesa ma solo rapporti di forza.
Pantaleoni vedeva nella Reggenza solo una “dittatura di fatto”, lo ribadì quando questo sogno rivoluzionario tramontò definitivamente, poco prima del Natale di sangue, il 9 dicembre. Forse allora trascurava il fatto che proprio una “dittatura istituzionalizzata” avrebbe sostituito quello che avrebbe dovuto essere un confronto democratico tra le parti, in nome di un interesse supremo dello Stato rappresentato solo dal suo futuro Duce.
In ogni caso il confronto allora ci fu, il Consiglio Nazionale fu convocato il 29 settembre, il sindaco Gigante aprì la seduta leggendo la lettera del Comandante il quale, piuttosto che imporsi sul Consiglio Nazionale, attendeva da esso un responso per il riconoscimento della Reggenza. Per parte sua, egli in qualità di sindaco, l’aveva già accettata traendone le conseguenze ed annunciando le sue dimissioni se il Consiglio Nazionale avesse dato invece parere negativo.

Ci furono solo quattro consiglieri che si opposero ed uscirono dall’aula, il resto approvò a larga maggioranza l’ordine del giorno con cui si avvalorava l’insediamento della Reggenza del Carnaro, affidando al Gabriele d’Annunzio la presidenza del governo provvisorio ed offrendo a lui la massima collaborazione.
Di tutto si trattava, dunque, nella sostanza e nella forma, fuorché di una dittatura. Era per il momento un governo “carismatico” con istituzioni altamente democratiche da collaudare e da attuare. L’esempio della Repubblica Romana del 1849, con il Triunvirato che vedeva al suo vertice Mazzini, mutatis mutandis, non era poi così differente sia nella sua nascita ed affermazione, sia, come vedremo, nella sua tragica fine.

 

© Carlo Felici
15 continua

 

Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Parte quarta
Parte quinta
Parte sesta
Parte settima
Parte ottava

Parte nona

Parte decima

Parte undicesima 

Parte dodicesima

Parte tredicesima

Parte quattordicesima

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Docente abilitato in Lettere, Storia e Filosofia per la scuola secondaria. Redattore dell'Avanti! on line. Ricercatore di storie poco note e controcorrente.

Leave A Reply