giovedì, 19 Settembre, 2019

Radio Radicale, cercasi mecenate

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Salvare Radio Radicale sta diventando, grazie alla fermezza dell’incoscienza grillina, una missione quasi impossibile. Tanto vale puntare all’utopia, usando il metodo radicale della spes contra spem, e cercando le possibilità di trasformarla in realtà.
Partiamo dall’assunto che purtroppo le anime del M5S, da Crimi a Di Maio, fanno fatica a comprendere: Radio Radicale è un prodotto volutamente fuori dal mercato, dalla concorrenza, dalla virtù e dal ricatto delle logiche pubblicitarie. Una scelta datata e rimasta unica. Riconosciuta come buona dalla ormai famosa Convenzione stipulata nel 1994 tra Radio Radicale e il governo per la trasmissione integrale delle sedute parlamentari, qualcosa che nemmeno il servizio pubblico dello Stato, la Rai, ha mai garantito.
Una Convenzione sempre autorinnovatasi perché mai, in questi 25 anni, è stata affrontata la complessa questione della “supplenza di servizio pubblico” che Radio Radicale esercita, come sottolineato dal commissario AgCom, Mario Morcellini, con metodo bipartisan e elementi di valore altissimo in termini di cultura e pluralismo che una società democratica matura non può permettersi di gettare nel calderone di un liberismo selvaggio. Basti pensare alla risorsa pressoché inestimabile per il portato di storia e memoria che è l’archivio, in larga parte ormai anche digitalizzato.

Qualcuno nei giorni scorsi sui social, come il radicale liberalconservatore Taradash, storica voce dell’emittente, dopo le nette dichiarazioni di Crimi di qualche giorno fa aveva già consigliato pubblicamente, senza mezzi termini sui social, di salvare l’archivio e portarlo per ulteriore sicurezza all’estero.
Fatto sta che, spes contra spem, alla fine servirà davvero una cordata di mecenati senza pretese, pronti a finanziare un servizio pubblico che parte dall’iniziativa privata, senza però pretendere utili se non in termini di onore e tutela della democrazia, dello stato al diritto e di quel diritto alla conoscenza su cui Pannella si è scornato con tutti gli interlocutori nei suoi ultimi mesi di vita. Diritto a conoscere per deliberare. In perfetto stile einaudiano e radicale. Ma servirà chi sarà pronto a crederci davvero.
C’è da dire, in tal senso, che ai radicali non hanno mai fatto paura le proposte estreme, le parole e gli atteggiamenti desueti, incompresi dalle maggioranze ma al tempo stesso apprezzati, stimati, spesso capiti dai più solo in ritardo: cose possibili, però, quando dietro le quinte c’era uno stratega pensatore-protomilitante immaginifico come Pannella. Per cui oggi, da queste colonne de L’Avanti, ci sentiamo di lanciare un annuncio – che speriamo gli amici di Radio Radicale prendano per quello che è: un po’ una provocazione ma anche una folle, lucida speranza. E dunque: AAA cercasi mecenate. Un po’ come scrivere a Babbo Natale in anticipo, sperando che di babbi natale gialli, all’orizzonte, se ne prospettino assai, almeno una cordata, ricca di valori, di idee ma pure di soldi. La meraviglia sarebbe se questi neomecenati si chiamassero Berlusconi, Murdoch, Cairo, o meglio il gotha dell’editoria e della comunicazione privata italiana e internazionale che si mobilita per il servizio pubblico mettendo i soldi, che non sono pochi, che serviranno a tenere acceso e dare una prospettiva di futuro libero a Radio Radicale, senza pretese. Certo, ad oggi pare di scrivere del villaggio di Utopia.

Eppure se è davvero a spes contra spem che ci appelliamo, un po’ di utopia potrebbe anche servire a immaginare (che è un passo prima e uno dopo della semplice speranza) che possa esistere davvero, nel villaggio globalizzato in cui si è trasformato tutto il mondo, una banda di simili folli dediti a un neomecenatismo da emergenza democratica.
E perché no se questo servizio pubblico si appellasse, oltre che ai grandi editori dei vecchi media, anche ai nuovi magnate dell’era digitale? Da Larry Page a Marck Zuckerberg, padri di Google e Facebook. Lo spirito transnazionale dei radicali permette eccome di osare fino a tal punto. L’ultima battaglia di Marco Pannella per il diritto alla conoscenza come diritto umano da discutere in sede Onu, del resto, sarebbe la cornice perfetta di questo concreto, difficile, quasi impossibile appello ai massimi livelli dell’economia internazionale.

È indubbiamente roba da radicali tutta questa storia che – è evidente – il sottosegretario all’Editoria, Vito Crimi, nel ruolo del cattivo, ieri suffragato dai voti del gruppo M5S in commissione Bilancio e Finanze della Camera difficilmente potrà mai capire. Ovvero quando si mette in gioco la vita per il diritto alla libertà. Ci si rifiuta di bere per sete di democrazia e pluralismo. Tutti eravamo abituati agli scioperi della fame e della sete di Pannella, il leader carismatico e spiritato che sembrava quasi programmato e predestinato a farli. Oggi in sciopero, anche della sete, c’è il coriaceo deputato dem-radicale Bobo Giachetti, finito all’ospedale, come da pericolosa prassi. Prima di lui hanno fatto lo sciopero della fame la pasionaria radicale antiproibizionista, Rita Bernardini, una abituata a confrontarsi con le realtà carcerarie che certo non si lascia intimidire da qualche sceriffo a cinque stelle, Elisabetta Zamparutti, Maria Antonietta Farina Coscioni e più di tutti il giornalista Maurizio Bolognetti, che ha portato avanti lo sciopero della fame per oltre due mesi e mezzo.
Eppure tutto ciò non è bastato a convincere i deputati cinquestelle della giustezza e della lucida follia che c’è nella ricerca di una vera democrazia da parte dei Radicali.
Non sono bastati i sit in il giorno di Pasqua e la manifestazione convocata dalla Comunità Ebraica di Roma e dal sindacato dei giornalisti, trasversalmente solidale, salvo rarissime eccezioni. Non è bastata la veglia laica di una notte al Partito Radicale di venerdì scorso.

Non ha smosso le coscienze pentastellate neppure la commozione per la scomparsa – un momento fatale ma dalla valenza incredibilmente simbolica e politica – della voce più riconoscibile di Radio Radicale, Massimo Bordin che al congresso straordinario del Partito Radicale dello scorso febbraio, in un discorso che è stato quasi un testamento ideologico, con coraggio lo disse chiaro e tondo: vogliono evitare, chiudendo Radio Radicale, che si veda e si senta quello che i loro eletti dicono nelle aule parlamentari. Praticamente un ritorno all’antica, a prima del 1976, quando il vero scandalo radicale in streaming con geniali mezzi di fortuna ebbe inizio.

Ora c’è chi, anche legittimamente, spera nel “poliziotto buono” dei 5 Stelle, il vicepremier Di Maio che auspica una soluzione alternativa (vai a capire quale). Chi confida nel solito Fico, presidente della Camera, quando il dibattito, nonostante l’inammissibilità dell’emendamento leghista salva Radio Radicale, approderà nella seduta plenaria.
Quello che resta da guarire seriamente tuttavia – comunque finirà la battaglia per Radio Radicale – è il pericoloso vulnus democratico che continua a mettere a repentaglio i parametri vitali di questo Paese. La somma disinformazione, anzi, il silenzio rumorosissimo sui temi europei a ormai quattro giorni dalle elezioni che proprio di Europa tratteranno, è l’ennesima prova di ciò, sempre dimostrata dai teoremi pannelliani. E se Radio Radicale è rimasta per quarant’anni presidio di democrazia e pluralismo in un mare sempre più esteso di disinformazione, la battaglia che diventerà ancor più campale di fronte a una Radio Radicale chiusa d’imperio, sarebbe (usiamo ancora speranzosamente il condizionale) proprio quella per il diritto alla conoscenza. Che riguarderà – e già riguarda assai – i maggiorenti, spesso giovanissimi, dei social network che in meno di quindici anni hanno avvolto le vite di tutti in tutto il mondo.

È ora che anche loro o forse soprattutto loro, in qualunque punto sperduto di mondo si trovino, comincino ad essere chiamati in causa, a sentirsi – come sono assolutamente – del tutto coinvolti. E la comunicazione, l’informazione, il pluralismo sono il loro campo. Lo stesso su cui lotta, provando a sopravvivere, proprio Radio Radicale. Convinciamoli a fare qualcosa. Spes contra spem perché più che mai oggi essere speranza significa essere vivi, nonviolenti ma saldamente in piedi.

Daniele Priori

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