lunedì, 17 Giugno, 2019

Radio Radicale i moderni canoni di mercato

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La vicenda di Radio Radicale potrebbe essere istruttiva, se non lasciata cadere dopo la sua risoluzione, nel bene o nel male. Ovviamente, si spera che si concluda per il meglio, ovvero che l’emittente continui a fare il proprio lavoro nella maniera che tutti conosciamo.

È ovvio che quando un mondo politico si definisce liberista, stride, poi, la ricerca del finanziamento dello stato, in qualsiasi forma esso arrivi. Come pure la richiesta di una “stabilizzazione” rispetto al servizio (importante) che Radio Radicale offre, al fine di non incappare sempre nelle “umoralità” dei governi che si avvicendano.

Qualcuno potrebbe dire: ”È il mercato, baby!”. Un altro cinguettare: “It’s economy, stupid!”. Come se economia e mercato fossero due entità astratte e superiori, che da lì “su” decidono ciò che è buono e ciò che è cattivo. Quello che ha valore e quello che non lo ha. Perché qui, in fondo, il problema è proprio quello del “valore”. Concetto che nel tempo è cambiato, e non poco.
Secondo i canoni neo-liberali, Radio Radicale non ha “valore”, perché se dovesse concorrere in un libero mercato, i suoi numeri sarebbero irrisori per l’acquisizione di pubblicità sufficiente a poter garantire, a livello economico, il lavoro immenso, e culturalmente straordinario, che l’emittente compie quotidianamente.

Come ben descritto da Mariana Mazzucato, nel suo ultimo libro intitolato “Il valore di tutto”, la distinzione tra ciò che è produttivo e ciò che non lo è cambiata nel tempo sotto la spinta di forze economiche, sociali e produttive.
In maniera grossolana, possiamo dire che i mercantilisti si concentravano sul commercio e sui bisogni dei mercanti, attraverso il protezionismo, favorendo bilance dei pagamenti attive per l’afflusso di oro e argento. Per i fisiocrati la terra era la fonte del valore di tutto. Per i classici, invece, il valore stava nel lavoro. Famosa è la teoria valore-lavoro di Smith, con al centro l’industria. Il lavoro era produttivo quando era realizzato nella forma di un oggetto permanente.
Si passò poi all’epoca neo-liberale con il concetto di “utilità marginale”, che poneva l’accento sui motivi “soggettivi” delle scelte. Marshall, utilizzò il calcolo matematico per determinare il punto di equilibrio, che si determina nel momento in cui il denaro del consumatore vale per lui più dell’unità addizionale del bene che potrebbe acquistare. La competizione, inoltre, assicura che la “utilità marginale” dell’ultimo oggetto venduto determini il prezzo di quel bene. Ed il prezzo è una misura diretta del valore. Così “tutti gli esseri umani devono essere unidimensionali calcolatori di utilità, che conoscono ciò che è meglio per loro stessi, quale prezzo pagare per quale bene e come fare una scelta economica ‘razionale’ “.

Ma, come ci ha spiegato bene il Nobel Richard H. Thaler in “Misbehaving” (1), questo non è proprio così vero. In fondo, ci comportiamo spesso in modo anomalo. E, nel caso di specie, non ascoltiamo abbastanza RR da renderla economicamente appetibile secondo le logiche del mercato.
Se il valore, come ci raccontano da qualche decennio, sta solo “negli occhi della gente” saremmo tutti un po’ “guerci”, perché RR non produce PIL, non produce “valore” aggiunto, perché esso deriva dal prezzo. E RR non ha prezzo perché senza “mercato”; non è “performante”, secondo i canoni odierni.
Anche nel settore pubblico (e nel servizio pubblico) il contributo dato andrebbe misurato in termini di “valore fornito”. Ma, fa notare la Mazzucato, se questo valore non è profitto, che cosa è? Cosa si intende, quindi, per crescita, verrebbe da domandarsi; ma non andiamo troppo oltre.
Infondo, ci comportiamo come attori economici a seconda delle visioni del mondo di coloro che stabiliscono le convenzioni contabili. Ma la teoria economica non è scientifica. Prima si soleva chiamarla “economia politica”. Poi, la parola politica è stata “amputata”, forsanche per un certo modo di pensare secondo cui “privato buono, pubblico cattivo”; ed il cui portato “filosofico” fa ritenere che quasi nulla di ciò che realizza lo stato “è considerato interno ai confini della produzione”. Questo vale anche per chi stato non è ma fa servizio pubblico, ovviamente.
Ma l’idea del valore pubblico è anche più ampia del concetto di “bene pubblico”. E sicuramente RR incrementa, produce valore pubblico.
Una riflessione su questo, sul concetto di valore, credo che vada fatta. Intanto leggere la Mazzucato non sarebbe tempo perso (2).
Viva Radio Radicale!

Raffaele Tedesco

1 R. H. Thaler, Misbehaving: la nascita dell’economia comportamentale, Einaudi, Torino, 2018.

2  M. Mazzucato, Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae nell’economia globale, Laterza, Bari, 2018.

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