giovedì, 22 Ottobre, 2020

Ragazzo di Salò e grande storico del fascismo. L’itinerario di Roberto Vivarelli

1

Si è delineato ormai un dibattito nella storiografia su quel che fu, nella storia del primo dopoguerra, l’anno 1919.
Furono anzitutto le grandi violenze dei fascisti appena nati (a piazza San Sepolcro a Milano, col nome di Fasci di combattimento e un programma per molti aspetti di sinistra) contro gli uomini e le istituzioni dello Stato liberale.
Questa interpretazione ha cominciato a prendere piede e a contrastare quella più accreditata e comunque in voga: cioè la rappresentazione del fascismo come lo strumento – fin dall’inizio – più marcato e aggressivo di una furibonda lotta di classe scatenata contro il personale e gli organi del movimento socialista.
Sia i primi sia i secondi erano tutti accusati di non essere stati adeguatamente favorevoli alla prima guerra mondiale, cioè interventisti, e di non averne valorizzato l’esito.
E’ corretto ricordare queste valutazioni diverse degli storici. Condividono,mi pare tutti, l’esigenza di parlare non solo di fascismo, ma diverse incarnazioni di esso, cioè di fascismi.
Ma occorre dire che il 1919, quell’anno terribile (il primo del dopoguerra) non può essere considerate l’inizio del fascismo. E tanto meno si può pensare di esaurirlo in esse.
Con la fondazione dei Fasci di combatti mento (23 marzo 1919) si è dato vita al fenomeno che più ha segnato la storia d’Italia.
Per la storiografia della sinistra democratica (come il Partito Italiano d’Azione e alcuni autorevoli intellettuali del riformismo socialista,a cominciare da Gaetano Salvemini) è indispensabile che Mussolini sia posto in un rapporto di continuità con la precedente storia d’Italia. A cominciare dal suo esponente più rappresentativo della sua classe dirigente, Giovanni Giolitti.
E’ lui, il grande leader dell’Italia liberale (e non il tradizionale Francesco Crispi) che uno studioso come Guido Melis (La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista, il Mulino, Bologna) di recente ha evocato come l’artefice della politica del compromesso e della mediazione di cui Mussolini sarebbe stato il continuatore.
A questa tradizione culturale liberal-socia lista, nelle persone di due veri e propri numi tutelari della sua attività culturale, (nel campo della ricerca storica, come Federico Chabod e soprattutto Gaetano Salvemini), si è rifatto Roberto Vivarelli. Si tratta dello studioso di Siena che nel 1943-1945 fu ”un ragazzo di Salò” ed è diventato un grande storico delle origini delle camicie nere (e non solo).
Proprio nel 1919, con i Fasci di combattimento (creati col sostegno della massoneria, come ha documentato Gerardo Padulo) la loro ostilità e violenza fu indirizzata prima che verso i socialisti nei confronti degli uomini e degli organi della classe dirigente liberale prefascista.
A precisare questo carattere originario, smentendo la storiografia precedente, Vivarelli ha dato un contributo di prima grandezza. A confermare l’importanza del la sua ricostruzione storica dell’Italia del primo dopoguerra è una corposa, mai banale, anzi coraggiosa (fino alla massima spregiudicatezza nel rigore analitico e documentario) raccolta di saggi. A curarla è un esponente della Scuola Normale di Pisa, lo storico della Chiesa Daniele Menozzi, Storiografia e impegno civile. Studi sull’opera di Roberto Vivarelli, Viella, Roma, Euro 30.
Facendo seguito ad un convegno (Culture e libertà, tenuto alla Scuola Normale di Pisa l’8 ottobre 2014), vengono dipanati argomenti che, a partire dall’approccio dello studioso senese, sono al centro di interrogativi, veri e propri problemi non ancora risolti, della storiografia sull’Italia contemporanea.
Il legame con la storia dell’Italia prefascista.
Il fascismo fu l’interruzione del processo di modernizzazione (ed europeizzazione) che dopo l’unificazione nazionale e soprattutto nel primo decennio del XIX secolo (la cosiddetta età giolittiana, per intender ci) avevano investito l’Italia, secondo le analisi di W.Salomone, R.Romeo,dello stesso Salvemini (autocriticamente), di Alberto Caracciolo ecc. oppure il ventennio mussoliniano fu una sorta di “auto biografia” della nazione” (come disse Piero Gobetti), cioè un fenomeno cangiante, ma senza macroscopiche rotture di continuità delle difficoltà, delle arretratezze, delle resistenze al cambiamento in cui il nostro paese si era cacciato dopo il 1860? La “questione contadina” fu meno impor tante della “questione operaia” che la storiografia comuni sta ha enfatizzato fino a cambiare i rapporti di forza per far valere come realistica la prospettiva del “fare come in Unione sovietica” di Gramsci e dei suoi compagni torinesi? Quali furono le distanze reali del nostro paese dal modello di democrazia europea che Vivarelli identifica nella Gran Bretagna e ne gli Stati Uniti mentre le condizioni del nostro paese erano più vicine a quelle della Grecia, del Portogallo, della Spagna? La persecuzione degli ebrei fu un obiettivo ideologico perseguito fin dalle origini dal fascismo o solo in cedimento ad una pressione di Hitler?
Tutte queste domande hanno ricevuto risposte diverse, poco omogenee e addirittura inconciliabili. Il dibattito è stato, e continua ad essere,vivo.
Lo è non solo nel campo degli studiosi liberal-socialisti in cui è inizialmente nato e si è sviluppato in questo volume. Fino alle analisi di studiosi (di provenienza assai diversa, cioè Giuseppe Alberigo, Renzo De Felice, Ernesto Galli della Loggia, oltreché dello stesso Vivarelli) come Paola Carlucci, Lorenzo Di Nuc ci,Mauro Moretti,Giovanni Orsina, Ilaria Pavan, Roberto Pertici, Giovanni Sab batucci e Teodoro Tagliaferri.
Da questo stato di cose non si può trarre la conclusione che il giudizio sul ventennio 1922-1945 sia incerto o ambiguo. In realtà sia per Croce, Chabod, Salvemini, De Felice, e lo stesso Vivarelli (diventato, in qual che caso, oggetto di una vera e propria aggressione per un diario in cui narra la sua breve adesione alla repubblica di Salò), al di là di questa o quella divergenza su aspetti specifici, la gestione fascista del potere è stata un fenomeno complessivamente negativo, un vero e proprio fallimento  sul piano istituzionale, economico e sociale.
Non mi pare ci sia la minima intenzione di mutare avviso. Non si può, però, negare che gli esiti dei settori di ricerca meno praticati o trascurati da Vivarelli inducono ad una riflessione meno perentoria e semplificatrice. Mi riferisco tanto al progressivo declino del regime parlamentare studiati da Sabino Cassese, e in particolare all’approfondimento delle figure e degli apparati della pubblica amministrazione, delle nuove burocrazie, della magistratura, degli archivi e dei beni culturali, dell’economia ecc. ad opera di Guido Melis (e dai loro collaboratori). Analogamente non ha più grande senso, dopo gli studi di Gerard Gerwarth, attribuire al fascismo italiano il monopolio della violenza postbellica in Europa.
Nel volume di Viella ci si è anche chiesti (da parte di Giovanni Orsina e Roberto Pertici, in un bilancio poco convenzionale del liberalismo) se il secondo dopoguerra, quello affidato  ai partiti anti-fascisti dopo il 25 aprile 1945, sia stato – rispetto al periodo dopo la prima guerra mondiale – più  coerente  rispetto alle premesse e alla promesse della guerra  di liberazione.
Non si tratta, con questa domanda, di avere soddisfatto un’esigenza di completezza temporale, ma di una preoccupazione rigorosa rispetto alla stessa metodologia seguita da Vivarelli.
In altre parole, il lavoro storiografico sulle origini del fascismo per lo studioso senese ha un carattere che Di Nucci, Menozzi, Moretti, Pertici, Sabbatucci ecc. estendono fino a fare propria, riproponendola,una vera e propria linea di condotta: cioè che il fascismo è un esito storico-politico, culturale e morale incomprensibile se non lo si connette ad un esame ravvicinato sulla storia dell’Italia unita, sulla prima guerra mondiale e non lo si mette a confronto con la cultura e la prassi di governo seguita alla vittoria dell’anti-fascismo.
Di qui il ripensamento (rispetto al giudizio inizialmente molto encomiastico datone da Vivarelli e prima di lui da Croce, da Chabod, in parte da Salvemini, o da Romeo) del liberalismo della tradizione risorgimentale e di quella anglo-sassone di Lord Acton e dell’interpretazione whig della storia.
Il rischio in cui gli organizzatori del conve gno pisano (Menozzi, Moretti e Pertici) avrebbero potuto infilarsi (e perdersi) è stato quello del dibattito sull’adesione di Vivarelli al fascismo saloino.
Non fu solo una parentesi personale, biografica, è ,invece, una questione che essi hanno deciso di affrontare di petto con una presa di distanze (e una denuncia non molto consueta) dalla campagna politica su di essa imbastita da la Repubblica.
Nella confessione di Vivarelli e nell’estesa polemica seguitane, il quotidiano di Eugenio Scalfari vide un’occasione strumentale per portare avanti un proprio obiettivo. Fu quello di suscitare un dibattito sulla pacificazione nazionale, cioè sul superamento delle contrapposizioni sopravvissute al periodo e al clima da “guerra civile” 1943-1945. A perseguirlo, in autonomia e sincerità, fu l’allora presidente della Camera Luciano Violante. Ma non pochi vi scorsero un altro calcolo, cioè che fosse funzionale alla legittimazione del governo Berlusconi-Fini.
Tra giudizio storico e giudizio morale.
Gli studiosi radunati da Menozzi per dare vita a questo sodo volume edito da Viella hanno finito per accogliere sul piano generale (cioè politico e storiografico) la distinzione (insieme alle difficoltà), suggerita dallo stesso Vivarelli, tra il giudizio storico e il giudizio morale (quest’ultimo da riservare, come suggerisce Menozzi, ai comportamenti dei singoli individui): ”Le ragioni della storia non coincidono con le ragioni della vita sul piano della vita pubblica solo a posteriori sapremo se, il più delle volte, se la parte nella quale ci sia mo trovati ad agire, la parte che ci è stata data,è quella che più tardi la storia dichiarerà giusta o sbagliata. Allora, dopo l’8 settembre 1943, io feci semplicemente quello che ritenevo il mio dovere” (p. 106, La fine di una stagione, il Mulino, Bologna 2000).
Che cosa si voleva di più dalla coerenza morale dimostrata personalmente nel corso di una vita?
Vivarelli all’arruolamento volontario dalla parte del fascismo saloino e alla scoperta dell’anti-semitismo (per la verità,questa sì, tardiva, secondo il saggio di I.Pavan) e delle vere e proprie opere criminali del nazi-fascismo fece seguire una costante e pubblica adesione all’anti-fascismo e all’opzione democratica fatta con la Resistenza e la nascita della repubblica.
Non fu né una decisione né una scelta facile. Ebbe anzi aspetti di vera e propria clandestinità: ”Dovevamo nascondere la no stra identità e anche più tardi, quando le acque si calmarono e la vita tornò gradualmente alla normalità, dovemmo egualmente nascondere il nostro passato e negare una parte importante della nostra storia e della nostra vita. E questa specie di esilio è durato a lungo…” (p. 95)
Pur essendo sotto tiro, il volume non nas conde i cruciali problemi che derivarono da questa passaggio di campo dal fascismo all’antifascismo e alla Resistenza.
Vale la pena di riassumerli perché sono il dossier di quanto la storiografia contempo raneistica, ad avviso dello studioso senese e di una parte di collaboratori al volume a lui dedicato, non hanno saputo affrontare.
Tare e problemi della storia d’Italia
Mi riferisco al carattere parziale, limitato della democrazia che ebbe l’Italia prefascista (1860-1922). Di fronte ai silenzi, alle mezze parole o all’ingiustificato trionfa lismo di Croce, Salvemini(a correzione di un giudizio inizialmente severissimo), del lo stesso Romeo, Vivarelli non cela né mitiga la denuncia dei caratteri originari ma lati o imperfetti (cioè le “tare”) dello Stato italiano, e del suo stesso liberalismo.
La sua classe dirigente ebbe più a cuore l’ordine, l’autorità del potere e i suoi stessi privilegi che non la libertà dei cittadini che volle sempre contenere attraverso l’accentramento e gli strumenti vessatori della polizia, il protezionismo della politica economica, la mancanza di autonomia dei poteri locali. Al primato dello Stato si sacrificò quello della società civile perseguito dai liberale del Risorgimento.
A questi vincoli si accompagnò l’esi stenza generalizzata di condizioni di miseria e di sfruttamento delle masse contadine. A favorirle furono il governo e i singoli proprietari.
A Vivarelli si deve la sottolineatura del carattere ribellistico ed antagonistico delle plebi rurali.
Ad ampliarne ed aggravare il loro ribellismo e l’infatuazione rivoluzionaria (con epicentro nella rivoluzione russa) fu la generale, compatta inclinazione anche dei socialisti per il massimalismo. Come cultura generalizzata e stile nelle manifestazioni pubbliche.
Non è casuale che nell’estate del 1920 con lo sciopero contrattuale nel Bolognese e in generale nelle campagne padane, piuttosto che nei centri industriali, ebbe luogo il maggiore preannuncio del fascismo alle porte. Giogio Amendola l’ha chiamata col suo nome, cioè il passaggio dal “biennio rosso” al “biennio nero” .
Il massimalismo si rivelò una vera e propria vocazione storica, si potrebbe dire. A coglierla efficacemente,sulla scala dei movimenti di destra e di sinistra, nei suoi studi è stato lo storico statunitense (dell’Università del Montana) prof. Richard Drake.
Non è casuale richiamare, come hanno fatto Paola Carlucci e Giovanni Sabbatucci, una circostanza specifica, cioè che anche le rivendicazioni (apparentemente più remote) come la socializzazione delle terre, la dittatura del proletariato e la repubblica socialista dal Psi venivano postulate in maniera perentoria e aggressiva. Il tono non cambiava anche quando a farlo erano fior fiore di riformisti come i cooperatori e i capi delle Leghe rosse o della Federterra.
Come non ricordare che fu Turati a proporre e far inserire nello statuto del PSI, nel congresso di Bologna del 1919, l’adesione alle tesi di Lenin e alla rivoluzione bolscevica, cioè quanto di più pote va essere altro e distante da lui?
In secondo luogo, Vivarelli si rende conto nell’ultimo decennio della sua vita, che lo Stato liberale non aveva compiuto un solo errore, ma in realtà ne aveva ripetuto pari pari un secondo. In altri termini, non aveva saputo arginare e combattere, la “violenza nera” (cioè quella politica del fascismo), ma si era anche dimostrato egualmente in capace di far fronte, e sedare, la “violenza rossa”, cioè dei socialisti.
In terzo luogo, di fronte al rifiuto della no stra elite liberale del modello di Stato protezionista, autoritario e militarista dei paesi del centro-Europa,e al fallimento dello Stato liberale democratico e aperto al pro gresso civile (cioè improntato al modello anglo-sassone di Cobden e Gladstone) pose un problema al quale fornì una risposta univoca, cioè che uno stato democratico debba essere uno stato necessariamente liberista.
Che senso ha indicare come obiettivo un modello di Stato come quello patrocinato dai radical-azionisti del “Giornale degli Economisti” (seconda serie,cioè De Viti de Marco, Edoardo Giretti, Francesco Papa fava, Ugo Mazzola, insieme ai Luigi Einaudi, Maffeo Pantaleoni,Vilfredo Pareto prima maniera) quando non diedero mai vita né ad una governo né ad una politica economica di qualche governo?
Fino al 25 luglio 1943, di fronte alle manifestazioni oceaniche di consenso a Mussolini nel 1938-1943, si può parlare di italiani e fascisti, fare cioè delle distinzioni come quelle introdotte in occasione della nascita della Repubblica di Salò? E la Resistenza (in cui Vivarelli si riconobbe interamente come in una rivoluzione) con la sua breve durata, la sua scarsa partecipazione popolare e i suoi dirigenti anti-fascisti che erano venuti dal di fuori (e poco sapevano delle sinergie e degli intrecci profondi createsi tra il regime e il paese) poteva essere celebrata come l’altra Italia, una sicura alternativa?
L’Italia del post-8 settembre 1943, con l’occupazione di eserciti stranieri che la tenevano sotto tutela, era ancora lo Stato uscito e foggiato dalle guerre d’indipendenza e in generale dal Risorgimento? E davvero era sufficiente obiettare che a restare in piedi, e assicurare la continuità istituzionale, era l’autorità politica (praticamente nulla) di una monarchia sfigurata e asservita a Mussolini?
Nel rimuovere o banalizzare l’ampiezza e la durata del ventennale consenso popolare al fascismo, non c’è stata una responsabilità anche dell’antifascismo?
In questo modo esso non ha voluto contribuire ad una realistica,credibile ricostruzione del passato?
Proprio perché, malgrado la guerra civile, doveva essere un valore comune da assumere e su cui convivere, pur nel dissenso e nella diversità delle posizioni di ciascuna parte politica, si poteva continuare nel rito delle solite condanne?
La conseguenza è stata di evitare una responsabilità collettiva di fronte al passato e al futuro, mantenendo nei libri di storia – come ha ricordato l’ex capo dello Stato Francesco Cossiga – il roveto ardente di una contrapposizione epocale.
Se per il giovanissimo Vivarelli, per il padre (ucciso dai partigiani di Tito al confine jugoslavo), per una moltitudine di italiani, il fascismo è stato una vera e propria religione politica,il partito (assoluto) fede e della patria, cioè un valore sacro, l’opzione di sacrificare per essi la stessa vita, in che misura era stato reso possibile dall’insegnamento ecclesiastico durante il 1922-1945?
Come ricorda Daniele Menozzi ciò era avvenuto “per la mancata distinzione tra valore meramente civico e valore soprannaturale della morte per la nazione, quel l’assolutizzazione della patria era poi stata alla base del comportamento di tanti italiani” (Menozzi, p. 257).
Di qui la domanda cruciale, che trascende la biografia e le scelte adolescenziali del docente senese. Ad essere coinvolti sono i silenzi, le incomprensioni della stessa storiografia:”quali erano le alternative alla religione secolare del fascismo che nel Ventennio venivano offerte a giovani intellettualmente vivaci e caratterialmente coraggiosi, come il tredicenne Vivarelli” (p. 258).
E le atrocità, i massacri, gli episodi di disumanità e barbarie dell’esercito del Terzo Reich potevano essere giudicati in maniera corretta senza un confronto, diacronico e sincronico, con le stesse manifestazioni di violenza di cui si resero responsabili le forze armate dei nostri nuovi alleati nei territori investiti dalla guerra civile? v.Menozzi, Orsina, Pertici

Per la nota vicenda biografica (una promessa fatta al padre, cattolico e fascista, passato per le armi dai partigiani di Tito in Jugoslavia), Vivarelli non ha mai – salvaguardando la sua professionalità di studioso – attenuato la propria condanna del fascismo. Menozzi non ha esitazioni a riconoscere questo merito, ma da studioso per nulla compiacente non sa tacere le risposte non date. Sono silenzi che sono confluiti se non in una vena certamente in una sorta di ambiguità.

Manca negli studi di Vivarelli attenzione alle ricerche di Cardoza, Gellner, Corner ecc, agli aspetti evidenziati da Melis e Blum, manca il confronto con le analisi del suo collega alla Normale Cantimori.

Salvatore Sechi

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

1 commento

  1. Avatar
    Paolo Bolognesi on

    Queste righe dovrebbero indurci a riflettere, soprattutto quanti hanno voluto ostinatamente dare una lettura monocromatica, ossia “politicamente corretta”, della storia italiana del Novecento, segnatamente la sua prima metà, quando invece dovremmo sempre mettere in conto che gli eventi storici sono per solito più complessi ed articolati rispetto alle versioni semplificate, e a senso unico, che qualcuno, piuttosto strumentalmente, vorrebbe accreditare.

    Paolo P. 15.07.2020

Leave A Reply