sabato, 11 Luglio, 2020

Raid Usa in Iraq contro gruppi sciiti

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Le forze armate americane hanno condotto una serie di raid in varie località dell’Iraq per colpire basi e depositi di armi delle milizie sciite alleate dell’Iran. La rappresaglia è scattata mercoledì scorso dopo che un soldato statunitense, uno britannico e un contractor americano sono rimasti uccisi da un attacco con razzi katiuscia contro la base di Taji, a Nord di Baghdad. Altre 14 persone sono rimaste ferite. L’attacco non sarebbe stato rivendicato ma la milizia Kataib Hezbollah aveva “lodato” gli autori.

Inoltre, le forze governative irachene hanno catturato il camion modificato da cui erano avvenuti i lanci, e l’intelligence ha stabilito che apparteneva alla milizia sciita Kataib Hezbollah, sostenuta dall’Iran. Quindi il Pentagono ha presentato le opzioni per la rappresaglia al presidente Trump, che ha dato subito via libera. Ieri notte aerei con pilota hanno bombardato quattro siti in Iraq, che la milizia usava come depositi di armi impiegate poi per aggredire gli uomini della coalizione.
Il Pentagono ha precisato che i raid sono una risposta “difensiva, proporzionata e diretta contro la minaccia rappresentata dalle milizie sciite appoggiate dall’Iran”. I militari hanno anche spiegato che si è trattato di “raid di precisione contro Kataib Hezbollah” e che l’azione ha preso di mira “cinque depositi di armi per degradare in maniere significativa la possibilità di condurre attacchi futuri contro le forze dell’operazione Inherent Resolve”, impegnate nella lotta all’Isis.
Fra i depositi colpiti c’è stato anche quello usato per nascondere le katiuscia, in particolare razzi da 107 millimetri, utilizzati contro le basi americane.

Il segretario alla Difesa, Mark Esper, ha ribadito: “Gli Stati Uniti non tollerano attacchi contro i nostri uomini, i nostri interessi o i nostri alleati”. Ieri pomeriggio il capo delle forze armate americane Mark Milley ha detto che riteneva le milizie pro-Iran responsabili dell’attacco alla base di Taji, il più massiccio, una ventina di ordigni, e sanguinoso dallo scorso novembre, quando un contractor era rimasto ucciso in un raid simile. Era poi scattata anche allora la rappresaglia americana contro basi sciite in Iraq e Siria in una spirale che ha portato a un assalto all’ambasciata americana a Baghdad e dopo all’uccisione, il 3 gennaio, del generale dei Pasdaran Qassem Soleimani ed un altro leader delle milizie sciite, Abu Mahdi al-Muhandis. Teheran e i miliziani avevano promesso vendetta.
L’Iran aveva reagito il 9 gennaio con il lancio di missili balistici contro la base di Ayn al-Asad, nell’Ovest dell’Iraq, senza però fare vittime. Un centinaio di soldati avevano subito leggeri traumi cerebrali per via delle potenti esplosioni. In questi due mesi ci sono stati solo sporadici attacchi con katiuscia e Grad contro le basi Usa e l’ambasciata a Baghdad. Adesso c’è il rischio di una nuova escalation, mentre l’Iraq non riesce a dotarsi di un nuovo primo ministro dopo le dimissioni di Adel Abdel Mahdi e la crisi economica peggiora per il crollo delle quotazioni del petrolio.
Secondo le notizie riferite dai media iracheni e panarabi, i raid americani in Iraq hanno causato almeno tre morti.

Mercoledì scorso sarebbe stato il 63esimo compleanno del generale iraniano Soleimani, e quindi forse il bombardamento di Taji è stato deciso per vendicarlo. Sempre mercoledì il Congresso Usa ha approvato una risoluzione che vieta a Trump di ordinare una guerra contro Teheran, senza l’autorizzazione dei parlamentari.
Nei giorni scorsi il Pentagono aveva iniziato a ritirare i soldati inviati nella regione per rispondere ad eventuali rappresaglie iraniane dopo il raid contro Soleimani, perché la tensione era progressivamente diminuita, in parte anche a causa dei problemi creati dall’epidemia di coronavirus nella Repubblica islamica.

Queste nuove violenze ora rischiano di rialzare il livello dello scontro, che già un paio di mesi fa sembrava avviato verso una possibile guerra aperta.

Salvatore Rondello

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