martedì, 27 Ottobre, 2020

Recessione a cinque stelle

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Su una cosa Matteo Renzi ha sicuramente ragione. Grillo scommette sul peggio. E interpreta con le sue urla la sfiducia e la rabbia degli italiani. Anzi, la accresce con i suoi show. Il problema è che il peggio non lo partorisce Grillo, ma l’Italia. La recessione, grande alleata dei Cinque stelle, ma anche della Lega e di Fratelli d’Italia, che vedono nell’Europa l’origine dei nostri mali, è ancora viva. Il bilancio dei primi tre mesi del 2014 è tornato negativo, con un meno 0,1. Non dicevano che il peggio era passato? No, siamo ancora fermi, anzi siamo ancora sotto. Mentre perfino la Spagna dà segni di ripresa tangibili, e perfino la Grecia sta meglio di noi.

Cos’é che non funziona? Qual’è la malattia italiana? Sicuramente il debito pubblico, accumulato negli anni e irrobustito in questo ventennio nero, non solo a causa degli alti interessi, ma anche e sopratutto della mancata crescita. Ma non basta. Perché l’economia italiana non riprende, perché le nostre industrie faticano a essere competitive sui mercati? Paghiamo i debiti della pubblica amministrazione e magari allentiamo i vincoli europei sugli investimenti. Basterà? A mio avviso c’è un elemento strutturale di ritardo. E lo possiamo individuare nella nostra bassa produttività rispetto a quella tedesca e alla media europea. Questo non dipende solo dal lavoro, ma anche dalla qualità del lavoro, e soprattuto dalla sua evoluzione verso nuove e più sofisticate tecnologie. Il grande tema del rapporto tra macchine e occupazione, che fece scattare alla fine dell’Ottocento il movimento luddista, é ancora attuale.

Molte attività umane stanno scomparendo o sono scomparse del tutto e noi facciamo finta di niente. Non ci accorgiamo di come il lavoro, sarebbe meglio dire, per parafrasare Marco Biagi, i lavori, siano in costante evoluzione. Ricostruiamo diritti e valori sulla base dei dogmi di cinquant’anni fa. E non facciamo nulla per facilitare un cambiamento che fotografi la nuova situazione e anticipi il futuro. In Germania lo sforzo è stato fatto e sta producendo i suoi frutti, in Spagna hanno usato metodi diversi e più duri, ma la situazione è in netto miglioramento. In Italia parliamo solo degli ottanta euro e dello stipendio dei politici e dei manager.

Non ci accorgiamo che i problemi sono altri e riguardano una vera e propria rivoluzione del mercato del lavoro, della produttività, dei diritti e dei doveri, che la politica e il sindacato, e forse anche una parte del mondo produttivo, non vogliono affrontare. Così tutti lavorano per Grillo. Certo gli scandali, Genovese, l’Expò, non aiutano. Ma è ancora l’economia a prevalere. Non bisogna scomodare Marx, basta leggersi Luciano Cafagna e il suo bel libro sul Tangentopoli, quando afferma “quando esplode una questione morale è perché esiste una questione economica”. Il voto a Grillo è quello che nasce dalle nostre inadempienze.

 

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