sabato, 8 Agosto, 2020

Recovery fund: ‘Campa cavallo che l’erba cresce’

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Il proverbio “Campa cavallo che l’erba cresce” ci dice che spesso per ottenere qualcosa che si desidera o di cui si ha una forte necessità, bisogna avere pazienza e resistere: a condizione che, nel frattempo, il cavallo non rischi di morire di fame…come gli italiani impoveriti.
Il riferimento è strettamente legato al nostro debito pubblico, alla precedente crisi della fine dello scorso decennio e alla pandemia che, per ultima, ha paralizzato il Paese. Le più losche previsioni parlano di un crollo del PIL oltre il 10%.
Dopo la dichiarazione di intenti dello scorso mese all’interno della quale i capi di Governo d’Europa hanno deciso a tavolino che si farà questo benedetto Recovery fund e il piano della Commissione, presentata direttamente dalla signora Von der Leyen in Parlamento, ora sembra certo che all’Italia spettino circa 170 miliardi, di cui in buona parte sotto forma di sovvenzioni, circa 80, a fondo perduto. Peccato che non ci sia nulla di certo, perché per le decisioni finali si dovrà attendere l’ennesimo incontro del Consiglio europeo a metà giugno.
La battaglia decisiva sarà proprio sulle garanzie che vedono scontrarsi con tenacia i Paesi dell’Europa del Nord, con i Paesi dell’Europa del Sud, tra cui l’Italia di Giuseppe Conte.
Da qui si evidenziano quelle parole sussurrate a bassa voce dal nostro Governo trionfalistico che, appena due settimane fa, esultava per il positivo risultato raggiunto, tacendo le parole “speriamo di vedere parte di quei soldi nel 2021”.
Ma noi impoveriti, nel frattempo, cosa facciamo? Cosa diamo da mangiare al Cavallo, tanto per tornare alla metafora?!
L’euforia del nostro Presidente del Consiglio era giustificata, per carità, ma ricordava molto la commedia di Eduardo Scarpetta “Miseria e nobiltà”, recitata nell’omonimo film di Renato Mattioli, a metà degli anni Cinquanta, da Totò (alias Felice) nella parte dello scrivano e da Enzo Turco (Pasquale) nella parte del fotografo ambulante.
Lascio alla fantasia del lettore le similitudini dei due personaggi che, mangiando ormai da tempo pane e veleno – anzi, solo veleno, recitava Totò in un giorno di miseria particolarmente odiosa – decidono di finirla col digiuno forzato. Felice, carta e penna alla mano, butta giù una lista di cose da comperare per il pranzo, dando precise disposizioni a Pasquale. ” Per primo devi passare dal macellaio a prendere le salsicce” e gli raccomanda di non farsi rifilare quelle del giorno prima; idem per le mozzarelle di bufala per le quali invita Pasquale, con l’acquilina in bocca, a ontrollare che siano fresche, strizzandole per fare uscire qualche goccia di latte. E così via per il vino, il dolce e ecc.
Ma quando si trattò di fare i conti arrivò l’antico problema: dove trovare i soldi? Però Felice non si perse d’animo e iniziò subito la lista di cosa potevano impegnare che non fosse già impegnato e, ricontrollato l’elenco, venne fuori che, come in un gioco di parole, non era rimasto più nulla da impegnare.
Fu allora che, con un coupe de téâtre, ancora Felice chiese a Pasquale di anticipare lui stesso la somma…e venne fuori ‘na baraonda.
La metafora, ovviamente, rimane tale, ma la situazione paradossale per quei tempi non era una novità, perché Eduardo compose la commedia a fine Ottocento (1887), e ci racconta di come un progetto surreale possa condizionare lo spettatore. Da qui Conte prende spunto per farci credere che in realtà i soldi dall’Europa arrivino domani mattina. A quel punto ci sarà il rilancio economico dell’Italia che tornerà di nuovo ai fasti del miracolo economico degli anni Sessanta. Invece, nella drammaticità della commedia, siamo nel bel mezzo di un’inesorabile declino e alla mercé di quegli stessi barbari che a ridosso del Cinquecento (476dC) già si spartivano le spoglie di Roma, con Augustolo nella parte di imperatore liquidatore.
Ma come, l’Europa del Recovery fund non ci aveva assicurato aiuti per centinaia di miliardi? Si…‘Campa cavallo che l’erba cresce’. I soldi arriveranno ma l’Italia riuscirà a spenderli? Perché il problema dell’Italia più della mancanza di risorse (ci sono 36 miliardi bell’e pronti bloccati per le opere pubbliche) é la capacità di spenderli.

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Riguardo l'Autore

Angelo Santoro

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