mercoledì, 20 Gennaio, 2021

Recovery fund, recovery plan ed equità teritoriale

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Il recovery fund, ed il correlativo recovery plan previsto, dovrebbero innanzitutto servire per finanziare le grandi opere atte a sanare quel gap infrastrutturale che esiste, da decenni, nel nostro paese fra nord e sud. Invece, secondo il piano di Palazzo Chigi, al mezzogiorno potrebbero andare solo circa 4,5 miliardi per strade, autostrade, ponti, ferrovie mentre alle regioni settentrionali la cifra di ben 74 miliardi di euro. Se cio’ si realizzasse immediata sarebbe la conseguente esclusione della realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, cosi’ come del tav in Sicilia. Mario Monti nel 2011 interruppe l’appalto in essere del ponte sullo stretto ponendo in liquidazione la “Stretto di Messina SPA” e spostando i finanziamenti da 1,1 miliardi sui lavori del tav Genova Milano; definanziò gli ultimi 85 chilometri dell’autostrada Salerno Reggio Calabria e bloccò gli investimenti della rete alta velocità da Eboli a Reggio Calabria oltre al collegamento ferroviario con il porto di Gioia Tauro, spostando le risorse sulla dorsale Napoli Bari.

 

Contestualmente, a cio’, accelerò la spesa per l’expo di Milano e le linee ad alta velocità al nord. Al pari Gianni Letta cancellò la rete TEN T sotto Salerno e utilizzò i 2 miliardi destinati per il completamento della A2 per la variante di valico. Il governo Renzi cancellò i porti hub al sud e procrastinò il definanziamento della rete TEN T sotto Salerno. Gentiloni e Delrio, in ultimo, trasformarono in porti di interfaccia con Africa e Cina proprio Genova e Trieste proponendo l’autonomia differenziata per 3 regioni al nord. La conseguenza di tale politica è che oggi otto milioni di persone a sud di Salerno non hanno diritto all’ alta velocità e sono condannate ad una vita fatta di treni regionali, emblematica espressione del sottosviluppo e della disparita’ territoriale italiana. Attualmente, purtroppo, l’autonomia differenziata ha significato spesso, anche se non soltanto per colpa del governo nazionale, la sottrazione di circa 61,5 miliardi di livelli essenziali di prestazione l’anno al meridione che, dal canto suo, ricambia della gentilezza regalando alle regioni del nord mediamente 500.000 euro di operatori di nuova generazione formati culturalmente e professionalmente. Un tasso di disoccupazione di oltre il 17% tra le isole e la terraferma del mezzogiorno ed un reddito pro-capite quasi pari alla meta’ non possono, poi, non far pensare che dall’Europa, con i fondi del Next Generation EU, arrivi finalmente un’occasione per far ripartire il paese e sanare la frattura tra le due Italie. Nel rispetto dei parametri individuati dalla Commissione Europea proprio al meridione dovrebbe, infatti, andare il 70% dei fondi europei. Cosa, quindi, ben oltre del 34% indicato attualmente dall’esecutivo nel suo progetto di ripresa. Le criticita’ che hanno condannato il mezzogiorno all’arretratezza, compresa la sopradetta mancata applicazione dei livelli essenziali di prestazione, che perpetuano la sperequazione legata al meccanismo della spesa storica e del principio dell’addizionalita’ nell’uso dei fondi UE, rischiano nell’indifferenza della politica, spesso anche meridionale, di diventare per il futuro prossimo una trappola doppia proprio e soprattutto per il meridione d’Italia. Il Next Generation EU, infatti, mette a disposizione dell’Italia 29,8 miliardi annui vale a dire lo 1,65% del pil annuo, con cui adottando una corretta “public private initiative” si potrebbero attivare investimenti con redditivita’ indicata per un multiplo del valore di partenza. Il finanziamento europeo con prestiti a tasso molto basso, fuori dal mercato, con una scadenza differita, puo’ certamente servire a rendere sostenibile il finanziamento di mercato al di fuori del perimetro del debito pubblico come un contributo a fondo perduto puo’ rendere redditizi parecchi investimenti di alta utilita’ sociale, di un importo molto superiore, che diversamente sarebbero in perdita portando in equilibrio economico la componente piu’ onerosa del progetto e consentendo alla restante parte di avere un buon bilancio. Purtroppo in situazioni normali di sostenibilita’ del rapporto debito pubblico / pil un indebitamento devoluto ad investimenti pubblici, che migliori il pil, è sostenibile nella misura in cui genera un beneficio futuro che compensa l’onere a cui da luogo. Cio’, pero’, non vale quando il governo ha emesso un debito eccessivo con il pil che è in caduta e ricresce debolmente. Oggi il debito pubblico è aumentato di 12 punti sul pil calcolato in valori monetari di fine 2019 ed il debito che faremo con l’UE per investimenti dovrebbe, pertanto, essere il piu’ possibile produttivo per l’intero paese. Gli investimenti pubblici del PNRR, attualmente, non hanno le caratteristiche per il processo di aggiustamento che appare necessario anche perchè non siamo nella medesima situazione in cui l’investimento puo’ essere fatto da imprese private che si finanziano sul mercato con il co-finanziamento dei fondi UE attraverso un soggetto pubblico. Nel PNRR non vi e’ traccia del principio di sussidiarietà per cui lo stato potrebbe sostituire i suoi investimenti in servizi di pubblica utilita’ di imprese pubbliche ma di diritto privato che non abbiano garanzia statale sui loro debiti. In questa situazione, quindi, provare anche a sottrarre al meridione anche il 50% dei 22 miliardi di fondi di coesione erogati dalla UE per le aree svantaggiate e destinati interamente al sud, aumentando le quote di risorse assegnate con l’artificio di accorpare anche i fondi di coesione, soldi comunitari gia’ stanziati, attraverso i piani operativi nazionali (pon) e i piani operativi regionali (por), rischierebbe di creare un danno irreparabile per le future generazioni meridionali. La continuita’ territoriale che sarebbe garantita dal ponte sullo stretto al pari degli interventi volti a migliorare l’uso dei porti meridionali, anche in vista dell’obiettivo di un turismo continuativo annuale, dovrebbero essere la priorita’ del recovery plan vista la conseguente situazione debitoria a cui esso ci esporrà nel lungo periodo. Certo, forse, sarebbe necessaria anche la presenza di un nuovo polo bancario pubblico del mezzogiorno per gestire questi investimenti ma, alla luce delle prospettive che si stanno palesando, certamente, prima di tutto bisognerebbe che la politica meridionale si attivasse per evitare, intanto, una parziarieta’ nell’usufruire della spesa prevista a fronte di una totalita’ nell’onere di ripagare il conseguente debito maturato. Se è vero che il governo, ormai, deve restringere la lista di priorita’ per la restante parte della propria legislatura è parimenti vero, pero’, che sul recovery fund non bisogna effettuare inutili accelerazioni giacchè per il meridione ciò verrebbe a significare che per evitare di “perdere tempo” si andrebbero a sacrificare, una volta ancora, indici fondamentali di indicatori dei livelli di qualità della vita quali in primis l’indice inverso del pil pro-capite tra nord e sud e in secundis l’indice inverso del tasso medio di disoccupazione tra nord e sud, valori che dovrebbero avere la stessa importanza sia che si parli degli “italiani piemontesi” sia che si parli degli “italiani siciliani”. L’equità territoriale è anche questa e non solo quella della cabina elettorale.

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