domenica, 20 Settembre, 2020

Reddito di cittadinanza, attenzione ai finti divorzi

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Dopo la diffida inviata ai vertici dell’Inps
REPLICA DI TRIDICO AI DIRIGENTI DELL’ISTITUTO
E’ scontro aperto all’Inps. Dopo la diffida inviata a dicembre scorso dal legale di alcuni dirigenti di prima fascia dell’Istituto che contestano la riorganizzazione attuata da vertici dell’Inps e che molto verosimilmente preannuncia cause legali, è arrivata puntuale, come era lecito attendersi, la replica del presidente Pasquale Tridico e del direttore generale Gabriella Di Michele, che hanno risposto all’avvocato Iolanda Piccinini, che difende i dirigenti ricorrenti, con una nota datata 14 gennaio 2020, di cui Adnkronos/Labitalia è entrata in possesso, dandone notizia, nella quale i due rappresentanti dell’Ente assicuratore ribadiscono “la perfetta rigorosità, legittimità e opportunità degli atti dell’Istituto” riservandosi “di procedere in via giudiziale, dinanzi a tutte le autorità competenti, a tutela dei propri diritti e quelli dell’Istituto, in ragione dell’attacco di cui alla nota del 20 dicembre 2019 a firma sua e dei suoi assistiti”.
Una guerra di carte bollate, quindi, nell’Ente previdenziale più grande d’Europa. Tridico e Di Michele scrivono, infatti, al legale e non risparmiano le accuse: “Malgrado nella sua comunicazione del 20.12.2019 venga proclamato il ‘profondo rispetto che nutre nei confronti delle istituzioni’ e il proposito di voler fornire un contributo positivo per più attente riflessioni’ non può che riscontrarsi come la stessa missiva, a prescindere dalla totale infondatezza nel merito, sia profondamente dispregiativa, visto il tono e i contenuti impiegati, proprio dell’Istituzione alla quale ci onoriamo di appartenere e contenga illazioni offensive nei confronti degli scriventi”.
“La nota, prospettata come parere urgente e nel contempo anche quale diffida, ad onta dei suoi gravissimi contenuti aberranti, e per certi versi sconvolgenti, si basa su una ricostruzione sommaria, superficiale e mistificata, tanto che si ammette di ‘averla redatta senza aver completato l’analisi dell’ampia documentazione consegnata’”, continuano ancora il presidente e il direttore generale.
Secondo Tridico e Di Michele, nella diffida dei dirigenti “vengono descritte immaginarie logiche persecutorie, di azione e ragionamento nella attività gestionale e organizzativa del presidente e del direttore generale che sono lontanissime dalla realtà e che, pertanto, le assumiamo come mero assunto personale con valenza indiscutibilmente denigratoria e diffamatoria, anche diffuse a diverse autorità per il generale e più ampio dispregio”.
E sulle ipotesi di reato ventilate dalla diffida dei dirigenti i vertici dell’Inps scrivono: “Si configura un’affermazione tanto grave, quanto generica, avanzata con estrema superficialità, con un tentativo meramente intimidatorio, che reca grave discredito agli scriventi, vista la massima ampiezza dei destinatari della nota”.
A parere di Tridico e Di Michele, quindi, gli “interessi dell’Istituto risultano essere stati palesemente danneggiati dalla diffida in sé, che palesa una noncuranza per il prestigio e l’onore dell’Ente, e delle stesse persone che maldestramente sono chiamate in causa, rappresentando a terzi informazioni riservate, insieme ad altre ben lontane dalla realtà, con una eco forse volutamente più rumorosa e ampia possibile, che ne amplifica altrettanto ingiustamente gli effetti dannosi”.

Secondo i consulenti del lavoro
CON JOBS ACT NON AUMENTA IL RISCHIO LICENZIAMENTO
Con il Jobs act non aumenta il rischio di licenziamento per i lavoratori. E l’equazione tutele crescenti-licenziamento agevole appare infondata. È quanto emerge dallo studio ‘I contratti a tempo indeterminato prima e dopo il Jobs act’, elaborato dall’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro utilizzando i microdati Cico (Campione integrato comunicazioni obbligatorie).
Secondo i dati raccolti, dunque, il contratto ‘a tutele crescenti’ non presenta, per i consulenti del lavoro, maggiore rischio di licenziamento rispetto a quello soggetto al regime dell’articolo 18, tant’è che, a 39 mesi dall’assunzione, risulta licenziato il 21,3% dei dipendenti assunti nel 2015 con il nuovo regime a fronte del 22,6% dei neoassunti con contratto tradizionale nel 2014.
Il contratto a tutele crescenti, inoltre, ‘sopravvive’ di più in confronto a quello tradizionale: sempre a 39 mesi dall’assunzione, il 39,3% dei contratti stipulati nel 2015 continuano ad essere attivi contro il 33,4% di quelli sottoscritti in regime di articolo 18, sottolineano i consulenti.
“Se si guarda, poi, alle motivazioni dei licenziamenti, quelli per motivo economico restano la principale causa di recesso (a 39 mesi dall’assunzione risulta licenziato per tale motivo il 18,5% dei neoassunti con contratto a tutele crescenti a fronte del 20,6% degli assunti con contratto a tempo indeterminato tradizionale) mentre il licenziamento disciplinare continua a interessare una quota marginale di neoassunti con le tutele crescenti (2,8% contro 2,1%)”, rimarcano i professionisti nel loro studio.
L’analisi è stata condotta confrontando gli esiti occupazionali dei contratti a tempo indeterminato stipulati a partire dal 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del regime a tutele crescenti, con gli avviamenti effettuati tra il 2011 e il 2014 e, dunque, soggetti all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, per un periodo pari a 39 mesi dall’attivazione ed escludendo i contratti a tutele crescenti che hanno beneficiato dell’esonero contributivo triennale prefigurato dalla legge 190/2014 che, come è noto, ha avuto un impatto estremamente significativo sulle nuove assunzioni.
La tenuta di questa tipologia di contratti, infatti, è maggiore in confronto a quella dei contratti a tutele crescenti che non godono dell’agevolazione. Considerando anche l’intervento della Corte Costituzionale, che con la sentenza n. 194/2018 ha abrogato il rigido meccanismo di calcolo delle indennità, concludono i consulenti del lavoro.

Reddito di cittadinanza
ATTENZIONE AI FINTI DIVORZI
Dal rischio abusi, falsi divorzi in primis, ai disincentivi a cercare lavoro, oltre al fatto che non avvantaggia le famiglie più numerose, per altro più esposte al rischio povertà. L’Ocse, pur riconoscendo i progressi dell’Italia per la lotta alla povertà, torna a puntare il dito contro le criticità del Reddito di cittadinanza’ e suggerisce la ricetta per evitare che la misura diventi un incentivo a stare a casa.
Carte alla mano, da un working paper di fine novembre, emerge come la misura risulti più generosa con le famiglie monoparentali e meno per i nuclei più numerosi e questo perché limitare la scala di equivalenza a 2.1 significa che i trasferimenti e le soglie di idoneità non aumentano per le famiglie più grandi di, ad esempio, 2 adulti e 3 bambini o 3 adulti e 2 bambini, che invece sono a maggior rischio di povertà in confronto alle piccole famiglie, alimentando il rischio di abusi con finte separazioni per accedere alla misura.
Il caso della Grecia docet: Atene nel 2017 ha introdotto uno schema simile assistendo – in occasione delle richieste di adesione – a un aumento delle famiglie monoparentali 10 volte superiore rispetto alla popolazione, il che si presta a pochi dubbi sugli abusi. “L’ esperienza della Grecia suggerisce innanzitutto che le domande di famiglie monoparentali necessitano di un’attenta verifica e, in secondo luogo, i parametri dovrebbero essere a vantaggio delle famiglie più numerose”, si legge nel documento.
Il Rdc ha inoltre il difetto congenito che la quota invitante di sussidio previsto e gli stringenti criteri di ammissibilità, creano “forti disincentivi per i membri delle famiglie a basso reddito ad entrare nel mondo del lavoro o ad accrescere il reddito lavorando più ore”. E il Rdc scoraggia anche la ricerca di lavoro da parte dell’altro coniuge.
“Le attuali norme fiscali e previdenziali generano un livello elevato di aliquote fiscali effettive per il secondo lavoratore nel nucleo familiare che guadagna meno. Questo scoraggia ulteriormente i disoccupati e inattivi a cercare lavoro”. Favorendo di fatto il lavoro in nero nelle famiglie con due coniugi.
E c’è anche il rischio che aggravi ulteriormente il gap Nord-Sud dell’Italia. Aumentando il reddito delle famiglie beneficiarie, specialmente nelle regioni meridionali, il Rdc può portare “nell’immediato” ad una “piccola caduta nel tasso di povertà” ma non incide “a lungo termine sugli incentivi e sulle capacità delle famiglie di passare al lavoro formale”, accrescendo il divario tra regioni più vulnerabili e regioni più ricche.
Nonostante i progressi fatti dall’Italia per il contrasto alla povertà, rileva l’Ocse, “queste politiche combinate con elevata tassazione e contributi che pesano sul reddito scoraggiano il lavoro, in particolare del secondo coniuge” e “contribuiscono ad ampie disparità sociali e regionali dell’Italia”.
Da qui la ricetta in tre punti suggerita dall’organizzazione. Primo, migliorare la capacità dei centri per l’impiego. Secondo, ricalibrare la misura integrandola con incentivi per il lavoro a basso salario. Terzo, combinare il Rdc con un sistema di imposta sul reddito semplificato e progressivo che, a fronte di un costo iniziale modesto, nel lungo termine potrà “incoraggiare l’occupazione” e aiutare lo sviluppo delle Regioni povere, conclude l’organizzazione, generando “entrate pubbliche aggiuntive che ne compenseranno il suo costo”.

Carlo Pareto

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