domenica, 19 Maggio, 2019

Reddito di cittadinanza: meno di 300 euro al mese per una famiglia su quattro

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Inps
CONTRIBUTI FIGURATIVI IN ASPETTATIVA PER CARICHE ELETTIVE

Per il principio della preesistenza del rapporto di lavoro dipendente, la contribuzione figurativa ottenibile per periodi di aspettativa formatisi a seguito di nomina a cariche elettive pubbliche non tutela il lasso temporale di mandato politico in quanto tale, ma garantisce una protezione conservativa della posizione assicurativa attuale corrispondente al rapporto di lavoro già esistente al momento della proclamazione.
La contribuzione figurativa in questione non può riconoscersi a colui che, non essendo lavoratore al momento della proclamazione, sia stato assunto, successivamente, nel corso del mandato per il quale è fatta richiesta. Del pari, la copertura figurativa di cui alla citata normativa non può riguardare aspettative fruite nel corso di rapporti di lavoro successivi a quello durante il quale è avvenuta la proclamazione.
Il provvedimento di collocamento in aspettativa non retribuita dei lavoratori chiamati a ricoprire funzioni pubbliche elettive sono efficaci, ai fini dell’accreditamento della contribuzione figurativa, se assunti con atto scritto.
In base all’articolo 38, comma 1, legge 23 dicembre 1999, n. 488 i lavoratori dipendenti dei settori pubblico e privato, eletti membri del Parlamento nazionale, del Parlamento europeo o di assemblea regionale ovvero nominati a ricoprire incarichi pubblici, che in ragione dell’elezione o della nomina maturino il diritto a un vitalizio o a un incremento della pensione loro spettante, sono tenuti a corrispondere l’equivalente dei contributi pensionistici, nella misura prevista dalla legislazione vigente, per la quota a carico del lavoratore, relativamente al periodo di aspettativa non retribuita loro concessa per lo svolgimento del mandato elettivo o della funzione pubblica. Il versamento delle relative somme, deve essere effettuato all’amministrazione dell’organo elettivo o di quello di appartenenza in virtù della nomina, che provvederà a riversarle al fondo dell’ente previdenziale di appartenenza.
I lavoratori dipendenti di cui al predetto articolo 38, comma 1, legge 23 dicembre 1999, n. 488, qualora intendano avvalersi della facoltà di accreditamento dei contributi figurativi di cui al medesimo comma 1, presentano domanda entro il 30 settembre dell’anno successivo a quello nel corso del quale ha avuto inizio l’aspettativa, a pena di decadenza.
L’istanza si intende tacitamente rinnovata ogni anno salvo espressa manifestazione di volontà in senso contrario.
Il mancato versamento della quota a carico impedisce l’accredito figurativo del periodo a cui la quota è riferita.
Il procedimento per il versamento della quota a carico è indicato nelle circolari Inps 28 febbraio 2000, n. 81, 9 dicembre 2002, n. 48 e 14 marzo 2005, n. 45, con l’avvertenza che le disposizioni vanno coordinate e adeguate alle innovazioni introdotte con la circolare Inps del 13 luglio 2017, n. 113 che ha presentato il modello F24 Elide per il versamento della quota a carico.
La quota a carico è soggetta all’aggravio delle somme aggiuntive per il caso di ritardo nel pagamento. Il mancato versamento della quota a carico e delle somme aggiuntive per il ritardo impedisce l’accredito figurativo del periodo a cui  la quota e le relative somme aggiuntive sono riferite. Importante, la quota a carico è soggetta al termine prescrizionale quinquennale.    
La richiesta di accredito figurativo presso la gestione previdenziale interessata deve essere inoltrata per ogni anno solare o per frazione di esso entro il 30 settembre dell’anno successivo a quello nel corso del quale abbia avuto inizio o si sia protratta l’aspettativa a pena di decadenza.
Solo per i membri del Parlamento nazionale, del Parlamento europeo, delle assemblee regionali o per i nominati a ricoprire funzioni pubbliche che in ragione della nomina maturino un diritto a un vitalizio o un incremento di pensione, la domanda si intende tacitamente rinnovata ogni anno salvo espressa manifestazione di volontà in senso contrario (articolo 38, legge 23 dicembre 1999, n. 488 e circolare 10 maggio 2005, n. 45).
Dal 1° gennaio 2018 la domanda dovrà essere trasmessa unicamente in modalità telematica all’Inps attraverso il servizio dedicato. In alternativa, si può presentare l’istanza tramite:
Contact center al numero 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure 06 164 164 da rete mobile;
enti di patronato e intermediari dell’Istituto, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.
La domanda deve essere inviata alla Sede Inps territorialmente competente secondo il luogo di residenza dell’interessato. 

Itinerari previdenziali
RDC: MENO DI 300 EURO AL MESE PER 1 FAMIGLIA SU 4

“Le stime rilasciate sugli importi di erogazione dei sussidi del reddito di cittadinanza evidenziano che circa il 56% dei nuclei beneficiari percepirà meno di 500 euro mensili, ivi compresi il 25% che percepirà importi inferiori ai 300 euro. Il rimanente 42% dei nuclei, destinato a percepire compensi superiori ai 500 euro, assorbirà circa i 2/3 delle risorse che verranno corrisposte”. E’ quanto emerge da un’analisi – riportata da Adnkronos – eseguita da Itinerari previdenziali, e firmata Alberto Brambilla e Natale Forlani, sulla base dei dati elaborati da Giovanni Gazzoli. “L’esiguità delle erogazioni mensili per una parte consistente dei nuclei, oltreché evidenziare un’inefficace dispersione delle risorse, ha scatenato un’ingente mole di reazioni dei percettori che hanno visto deluse le loro aspettative, del resto sollecitate da una scorretta comunicazione istituzionale”, sottolineano gli autori.
“Giova comunque ricordare che, per quanto concerne il Rei, l’importo medio mensile erogato nel 2018 si è assestato sui 295,88 euro, oltre 200 euro in meno di quello del reddito di cittadinanza, consistente in ben 502,14 euro”, aggiungono Brambilla e Forlani. Sbagliato per gli studiosi “l’insistenza nel far coincidere le politiche di contrasto alla povertà con quelle attive del lavoro” che “ha prodotto una distorsione nell’uso delle risorse dedicate alle politiche nazionali e regionali del lavoro, lasciando scoperte le aree più significative degli interventi di politiche attive, a partire da quelle dedicate all’alternanza tra scuola e lavoro e all’inserimento lavorativo delle persone in cerca di lavoro, che comporteranno un’amplificazione dei ritardi nazionali sulla materia”. “Inoltre, come evidenziato anche dall’Ocse, l’entità dei sussidi, troppo elevati in confronto ai salari effettivamente percepiti dalle fasce basse dei lavoratori occupati, e la possibilità di rifiutare lavori a termine e al di sotto della soglia massima dei sussidi, rischia di produrre una disincentivazione per la ricerca di nuovo lavoro”, sostengono Brambilla e Forlani.
Il numero di richieste pervenute per il reddito di cittadinanza poi “ridimensiona al momento le statistiche Istat su povertà assoluta e relativa, così come quelle inizialmente avanzate dal governo sui potenziali beneficiari delle prestazioni” spiega il think tank guidato dall’economista Alberto Brambilla, che giudica “inattendibile” la stima di 5 mln di poveri assoluti avanzata dal governo. “La comunicazione rilasciata dall’Inps lo scorso 24 aprile – si legge nello studio – rileva il superamento delle 947mila domande presentate, senza però fornire il numero delle domande esaminate”.
E anche se “i dati messi a disposizione sono ancora approssimativi e non consentono di pervenire a una valutazione dell’efficacia dell’intervento rispetto agli obiettivi perseguiti dal legislatore”, i due studiosi rimarcano che “il numero delle istanze presentate si mantiene abbastanza al di sotto in confronto sia alle previsioni rilasciate dai proponenti, i famosi 5 milioni di poveri assoluti di cui alle statistiche Istat, che anche altri osservatori giudicano molto inattendibili, nonché un ‘assist’ formidabile per i politici sempre a caccia di consensi, sia alle previsioni riportate nella relazione tecnica che ha accompagnato il provvedimento”. “Solo un ulteriore significativo incremento delle domande e una sostanziale assenza di turn over interno ai beneficiari potranno consentire di raggiungere il numero di 1,3 milioni di nuclei richiedenti stimati dall’Istat nel corso delle audizioni parlamentari. Di conseguenza, si ridimensionano sia le statistiche dell’Istat su povertà relativa e assoluta sia quelle inizialmente avanzate dal governo sui potenziali beneficiari delle prestazioni”, spiegano Brambilla e Forlani.
Per gli esperti di Itinerari previdenziali, il numero delle domande fin qui pervenuto (1 milione) per il reddito di cittadinanza ridimensiona le stime sulla povertà assoluta in Italia, calcolata dal governo in una platea di 5 mln di persone. “A incidere su questa limitazione – affermano gli autori dell’analisi – possono aver contribuito, soprattutto per le regioni del Nord e del Centro, le restrizioni previste per l’accesso dei cittadini extracomunitari, molto presenti in queste regioni”. Altro fattore che può aver trattenuto dal presentare domanda “la paura che lo Stato scopra quelli che fanno lavoro irregolare o che percepiscono da Stato, Regioni e Comuni delle provvidenze che potrebbero essere tolte in caso di verifiche; al Sud e nelle Isole si è comunque riscontrato circa il 10% in più sul totale delle richieste rispetto alle previsioni del governo”, dicono gli studiosi.
“L’incidenza delle istanze avanzate dai cittadini di origine straniera o neo-comunitari viene stimata da Inps nel 12% del totale di quelle inoltrate. Per l’approvazione di queste richieste, soprattutto per i cittadini extra-comunitari, sono destinate a pesare le incognite delle verifiche della congruità dei requisiti di residenza e della documentazione relativa ai patrimoni mobiliari e immobiliari detenuti dai richiedenti nei Paesi d’origine, verifica che potrà avvenire solo a valle delle procedure prefigurate dal decreto interministeriale attuativo, non ancora emanato”, concludono Brambilla e Forlani.
“Nel medio periodo, se non verranno introdotti nel frattempo degli adeguati correttivi, si potrebbe persino prefigurare un’anomala attrazione verso i sussidi del reddito di cittadinanza per i lavoratori attualmente occupati a termine e con basse remunerazioni. In poche parole, la politica attiva del lavoro così concepita, anziché favorire l’incontro tra la domanda e offerta rischia di trasformarsi in una trappola permanente della condizione di disoccupazione”, termina lo studio.

Economia
DISOCCUPAZIONE BOOM

Lo scorso anno in Italia 2,7 milioni di persone erano in cerca di lavoro. Rispetto al 2009, quando i disoccupati erano 1,9 milioni, si registra un incremento del 44,5%. Certo, osservando gli ultimi anni, con il record raggiunto nel 2014, quota 3,2 milioni di disoccupati, c’è chi guarda il bicchiere ‘mezzo pieno’. Ma andando ancora di qualche anno indietro ci si rende conto che il Paese è ancora in forte difficoltà. I dati, contenuti nelle tabelle dell’Eurostat ed elaborati dall’AdnKronos, mostrano che rispetto al totale delle persone in cerca di lavoro all’interno dell’Ue a 28, che ammonta a 16,9 milioni di cittadini, la quota italiana è pari al 16,3%. Nel 2009, invece, i disoccupati in Europa erano 21,4 milioni di cui l’8,9% erano italiani.
In meno di 10 anni la percentuale degli italiani disoccupati nel confronto con il dato continentale è aumentata di 7,4 punti percentuali. I grafici mostrano che il dato peggiora anche rispetto alla popolazione complessiva residente in Italia; infatti nel 2009 risultava disoccupato il 4,2% del totale mentre, lo scorso anno, il dato è salito al 6,1%. In deciso aumento, ovviamente, è anche la percentuale di disoccupati rispetto alla popolazione ‘attiva’ che dal 7,7% è passato al 10,6%.
Francia – L’Italia non è l’unica a trovarsi in una situazione peggiore rispetto al 2009: in Francia i disoccupati sono passati da 2,6 milioni a 2,7 milioni, con un incremento del 3%. Un dato ben lontano da quello ‘made in Italy’, che inoltre deve confrontarsi con altri Paesi dove le cose sono andate molto diversamente.
Spagna – Osservando solo le principali economie con cui di solito vengono fatti i confronti, emerge che la Spagna dai 4,1 milioni del 2009 è passata a 3,5 milioni, con una riduzione del 16,2%.
Germania – E il confronto con la Germania mostra addirittura una realtà opposta rispetto a quella dell’Italia: le persone in cerca di lavoro sono passate da 3,1 milioni del 2009 a 1,5 milioni dello scorso anno, con una riduzione del 47,4%.

Carlo Pareto

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