martedì, 23 Luglio, 2019

Reddito di cittadinanza e quota cento, conti in affanno

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I maggiori operatori e analisti economici vedono grigio. Non solo per l’Italia ma anche per l’Europa. Le previsioni sugli andamenti macroeconomici infatti non dicono sulla di buono e questo avrà riflessi sui conti dei diversi paesi.
La parola recessione è tornata a farsi sentire. E non sono pochi gli analisti che ne fanno uso. Oxford Economics per esempio, che è uno dei più importanti ed autorevoli centri studi internazionali in fatto di previsioni economiche. “I dati recenti – si legge nella relazione dell’Istiruto di analisi – continuano ad essere deludenti e ci aspettiamo che l’Italia sia entrata in recessione nella seconda parte del 2018. La recessione potrebbe trascinarsi nella prima parte di quest’anno, soprattutto se la crescita della zona euro continuasse a deludere. Per il 2019, vediamo una crescita del PIL di solo lo 0,3% dopo lo 0,9% del 2018″.

Insomma lo scenario previsto è quello di una crescita quasi piatta. Scenario peraltro già anticipato nei giorni scorsi da altre analisi. “L’incertezza riguardo la politica di bilancio – si legge sempre nell’analisi di Oxford Economics – è stata attenuata ma i problemi di fondo sono stati solo rinviati, soprattutto in autunno, quando dovrà essere concordato il bilancio per il 2020. Gli obiettivi di disavanzo pubblico dell’1,8% del PIL per il 2020 e dell’1,5% per il 2021 presuppongono aumenti dell’IVA pari rispettivamente all’1,2% del PIL e all’1,5% del PIL. Il nostro modello di simulazione suggerisce che l’aumento dell’IVA nel 2020 comporterebbe da solo una riduzione della crescita del PIL di 0,5 punti percentuali sia nel 2020 che nel 2021. Questo dato si confronta con la previsione di crescita del PIL del governo di circa l’1% annuo per il 2020 e il 2021 (sostanzialmente la stessa del 2019). Poiché queste includono l’impatto dell’aumento dell’IVA, le previsioni ufficiali ci sembrano estremamente ottimistiche. A nostro avviso, questo bilancio rappresenta una mossa elettorale dei due partiti della coalizione, in vista delle elezioni europee di maggio. Inoltre, non affronta i perenni problemi italiani di bassa crescita della produttività e di elevato debito pubblico”.

In questo questo quadro è evidente come siano a rischio le prospettive reali delle riforme più costose immaginate dal governo. Tra queste il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni. Cioè i pilastri della manovra del governo Conte e delle promesse elettorali di Di Maio e Salvini. Nel calendario della legge di bilancio, il 2019 è solo un prologo, reso tale dall’accordo con Bruxelles sul deficit al 2 per cento. Lo sviluppo pieno di queste misure, e della loro spesa, arriva al 2020. Quando verrebbe finanziato da maxi-aumenti dell’Iva da 51,8 miliardi e da una crescita stabile all’1 per cento. Ma anche per l’effetto recessivo dell’Iva, il palcoscenico dell’economia rischia di essere troppo piccolo per ospitare sia l’Iva sia l’aumento del Pil.

I due provvedimenti, reddito di cittadinanza e quota 100, sono stati rimandarti più volte. In realtà non esiste ancora una bozza precisa. Infatti le ipotesi in circolazione sono diverse e in continuo divenire. Quello che al momento rimane certo e la difficoltà a trovare le coperture. I saldi e le dinamiche del provvedimenti sono stati cambiati più volte proprio per la difficoltà di trovare una quadra che potrebbe mandare a gambe all’aria il Paese i il patto elettorale tra grillini e leghisti.

Il provvedimento è atteso per giovedì, con il decreto in Consiglio dei ministri. Ma crescono le voci su un possibile rinvio, mentre la Lega attende che il M5s fornisca il nuovo testo sul reddito: “Non andremo in Cdm alla cieca”, è la posizione dei leghisti. Ci sono anche tanti dubbi da parte del Tesoro: infatti nonostante le promesse e gli annunci, sul reddito di cittadinanza esiste inevitabilmente il rischio di abusi.

E in attesa del decreto si continua a ragionare sulle possibili caratteristiche. E i nuovi numeri allarmano la maggioranza: si rischierebbe un taglio fino a 390 euro, in pratica la metà dei 780 euro annunciati, per gli assegni del reddito di cittadinanza: ci sono molti nodi ancora da sciogliere per una delle misure chiave della manovra 2019, fra cui quello di quasi 1 milione e 300 mila working poor, il 60% al centro-nord. Sono queti infatti alcuni degli elementi che emergono da uno studio Svimez, anticipato da ‘Repubblica’ in cui – in base alla platea di beneficiari indicata dal governo e agli stanziamenti varati in legge di Bilancio – emerge un dato assai diverso rispetto alle stime del governo. Numeri alla mano, Svimez riduce la cifra teorica dell’assegno a 391 euro, dividendo la somma stanziata (6 miliardi) per le famiglie beneficiarie (un milione e 700 mila) e dividere ancora per i 9 mesi di fruizione (da aprile a dicembre nel 2019). In realtà, rivela ancora Svimez, l’assegno medio potrebbe essere di 630 euro – analizzando la misura nelle classi di reddito – ma resta il nodo di una dotazione “insufficiente”. Come spiega Luca Bianchi, direttore Svimez: “Ce ne vorrebbero 9,8 di miliardi. Di cui 3 e mezzo solo per chi è a reddito zero”. I conti non tornano, quindi c’è grandissima attesa per il testo, a cui lavora il M5s in queste ore.

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