venerdì, 27 Novembre, 2020

Reddito Universale e Lavoro. Quattro perplessità in tema di Basic Income

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Su “Il Fatto Quotidiano – FQ” del 3 novembre, Philippe van Parijs – il più noto teorico e “ideologo” (come precisa il giornale) del “reddito universale di base” (da non confondere, come è noto, con il “nostro” reddito di cittadinanza) riflette su lavoro, welfare e basic income, al tempo del Covid-19. Ci sono quattro passaggi, nell’intervista (che rilascia ad Alessandro Bonetti), su cui è utile confrontarsi, vista la complessità e comunque l’interesse verso la questione.
1) Dice che un reddito universale sia migliore di un piano di lavoro garantito, ritenuto “impossibile da implementare su vasta scala” in quanto, precisa: “si scontrerebbe rapidamente con un dilemma: o fornire lavori senza senso e senza utilità o affrontare enormi costi di formazione, supervisione, equipaggiamento e burocrazia”. Argomenti – chiaro! – non banali. E tuttavia: ammesso e non concesso che nel suo Belgio fiammingo ci si possa anche formare quella sensazione, davvero in un paese come il nostro – che fa letteralmente acqua da tutte le parti; che ha un numero di dipendenti pubblici pro-capite inferiore a quello dei maggiori paesi comparabili; in cui privati e mercato si rifiutano di investire se ciò dovesse loro apparire poco remunerativo – un piano del lavoro riguarderebbe impieghi “senza senso o senza utilità”? Senza utilità (sic!). Dice: avrebbe “enormi costi di formazione, supervisione, equipaggiamento e burocrazia”? Non lo si può escludere. Ma forse anche no. Basti solo pensare allo stato pietoso del verde pubblico e della manutenzione urbana. La CGIL elaborò il suo Piano del Lavoro, fornendo ipotesi e stime molto accurate a riguardo. Col pregio di individuare e aggredire, insieme all’enorme e ineludibile bisogno di lavoro, quello di una durevole “messa in sicurezza” del territorio. Materiale, sociale, culturale. E in ogni caso: non è affatto detto che l’adozione generalizzato e incondizionata di un basic income non porrebbe problemi simili. In un Paese che va in tilt per i bonus bicicletta. A partire dai “costi”, in questo caso prosaicamente economici.
2) van Parijs lamenta che l’attuale reddito di cittadinanza stia uccidendo “ogni attività remunerata (e legale) che non paga in modo sicuro più del livello del reddito di cittadinanza, come lavori part-time o lavoro autonomo precario”. Ma come! Non dovrebbe proprio questo essere uno scopo di queste forme di assistenza, ovvero “alzare l’asticella” e liberare così dal ricatto del lavoro povero e quasi servile? Come del resto lui stesso attribuisce al reddito universale, poche righe più avanti, quando rivendica di dotare il potenziale lavoratore della possibilità di scartare “i lavori più schifosi e soggetti a sfruttamento”. Qui francamente non si capisce bene.
3) I fautori del reddito universale ne sottolineano con grande vigore non meno di due virtù: permettere di fuoriuscire dallo stato di bisogno materiale e di poterlo fare, incondizionatamente, ovvero senza alcun obbligo di certificare uno stato di bisogno. Insomma: todos caballeros. Lasciamo stare se il suo presumibile importo sia in grado di fare uscire dal bisogno materiale (vasto programma!). E che la sua fruizione indifferenziata fra un figlio dei bassi napoletani ed uno di un gioielliere sia incontroversa, sotto il profilo di una teoria della giustizia e della morale pubblica. Torniamo a van Parijs. Per non limitarsi a fornire “un modesto livello minimo universale di welfare” – a livello di importo nominale (che è già una specie di ammissione) – occorre che siano aggiunte “in primis, sussidi di assistenza sociale supplementari e mean-tested (ossia condizionati), diretti a persone con bisogni speciali: ad esempio, i disabili o chi vide da solo in città”. Dunque, se si è bene, la quota incondizionata del basic income copre sì tutti – anche il “surfista che se ne va a Malibù” (tipico esempio in letteratura) – ma su livelli inevitabilmente modesti; probabilmente a filo con le soglie socio-statistiche di povertà (altro che uscire dal bisogno e vivere bene!). Laddove, per cominciare a vedere un serio ristoro, occorre ritirare in ballo i tanto deprecati “mean-test” (bisogni accertati). Ma, a quel punto, con tanti saluti alla totale incondizionalità, valore non negoziabile per i fautori del basic income.
4) Infine: “A differenza del reddito di cittadinanza, un reddito universale può essere combinato interamente con un reddito da lavoro”. Anche qui; non sono sicuro di aver capito bene. Se una parte del mio reddito viene coperto dal basic income, quale saranno le ripercussioni sulla parte rimanente delle retribuzioni da lavoro? Conscio di quella integrazione, o – peggio – di essere l’impiego stesso, integrazione di quella base garantita per tutti di reddito, come si regolerà il datore di lavoro (italiano; magari del sud; di certi settori e comparti a scarsa propensione per la legalità) rispetto all’interesse di comprimere al massimo – in regola (barando sulle ore) o in nero (barando direttamente sul contratto) – il suo apporto al compenso globale? E’ esagerato temerne ripercussioni dirompenti su tutto il sistema delle paghe contrattualizzate? Se già il salario minimo per legge preoccupa per la tentazione al datore di applicare solo quello, più un po’ di mancia individuale, che succede con un bel pezzo del compenso preso direttamente a carico dallo Stato?
E’ una priorità, a nostro giudizio, discuterne pacatamente e nel merito, senza insane guerre di religione

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