venerdì, 4 Dicembre, 2020

Referendum e legge elettorale mettono in crisi il Pd

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Nonostante l’impasse sulla legge elettorale, il Partito Democratico difende la linea tenuta ed al referendum prevalgono i si. Il capogruppo alla Camera, Graziano Delrio, ha spiegato che esiste ancora la possibilità di mettere in campo una riforma rispettosa del dettato costituzionale.
Dopo aver ricordato il patto fra tutte le forze di maggioranza sottoscritto a dicembre e che prevede un sistema elettorale proporzionale con soglia di sbarramento nazionale al 5%, Delrio ha sottolineato che l’accordo prevedeva altri interventi finalizzati ad assicurare la rappresentatività territoriale e politica anche dopo il taglio dei parlamentari: “In Senato sono in discussione, ed entro il 20 settembre potranno andare in Aula, l’allineamento elettorale attivo (18 anni) e passivo (25 anni) del Senato a quello della Camera. Anche la modifica della base regionale per elezione Senato per superare i problemi di rappresentanza delle minoranze nelle regioni più piccole potrà essere calendarizzato alla Camera entro il 20 settembre”.
Delrio ha cercato di ricordare: “Vi è inoltre in esame alla Camera in questi giorni anche la riduzione di un terzo dei delegati regionali nella platea degli elettori del Presidente della Repubblica per rispettare le proporzioni tradizionali”.
Così Delrio ha richiamato alla “coerenza” del Pd in questo momento. Ma ci sono i dubbi di Orfini.
Nel partito non mancano le voci critiche, tanto che la prossima settimana dovrebbe tenersi una direzione ad hoc per fare il punto sulla linea da tenere. Matteo Orfini, uno dei più critici nei confronti della segreteria Zingaretti, si richiama all’insegnamento della scuola politica del Pci, quando si diceva che le vicende istituzionali non andavano confuse con quelle politiche e di partito.
Orfini invita a votare per il No al taglio dei parlamentari affermando: “Un taglio secco del numero dei parlamentari, inserito in un sistema elettorale maggioritario come quello di oggi, rischia di dare pieni poteri a una maggioranza relativa. Senza contare che si creerebbe il terribile vulnus di togliere rappresentanza a interi territori”. Secondo Orfini è stato il M5s a “violare i patti”, concludendo: “Di conseguenza se siamo un partito serio, non possiamo che votare No al referendum. E si decida presto, visto che finora non si è avuto il bene di convocare gli organismi dirigenti”.
Ad Orfini ha risposto il responsabile Lavoro del Pd, Marco Miccoli, ricordando la posizione di Orfini, allora presidente del partito, in occasione del referendum sulla riforma Renzi-Boschi: “Al di là del merito, che discuteremo in direzione dove esporrò la mia posizione, è sul metodo che vorrei capire come ci si comporta in un partito. Come Orfini nel 2016 o come Orfini nel 2020? Frattocchie (la scuola politica del Pci a cui aveva fatto riferimento Orfini) vale a corrente alternata?”.
Ma al partito del No al referendum, oltre ad Orfini, si iscrivono altri dirigenti come il senatore Tommaso Nannicini e il sindaco di Bergamo Giorgio Gori.
Nel complesso, tuttavia, le aree con il maggior peso nel partito, da Areadem a Base Riformista, rimangono sulla linea del Sì.

Il capogruppo dem al Senato, l’ex renziano Andrea Marcucci, ha annunciato il suo Sì sebbene accompagnato da non pochi dubbi e con l’auspicio che, sul voto, si contempli la libertà di coscienza. Per Marcucci: “Il taglio lineare dei parlamentari non è un’eresia e neanche una cura. Voterò sì al referendum confermativo perché questo tema è frutto di un accordo sottoscritto per formare il nuovo governo, un accordo di cui tutti erano consapevoli, ma per il mio sì non ricorrerò alla gran cassa. Essere arrivati al referendum senza aver ancora approvato i correttivi richiesti è indubbiamente un limite fortissimo. Sono certo però che tutti i partiti di maggioranza daranno il loro voto positivo alle modifiche regolamentari, alla legge elettorale e ai nuovi equilibri costituzionali. Apprezzo il dibattito che si è aperto soprattutto dentro il Pd e ritengo scontato che il partito contempli anche la libertà di coscienza per il voto”.
In un’intervista al “Corriere della Sera” il segretario del Partito democratico, Nicola Zingaretti, ha detto tutto e niente a favore dell’approvazione della riforma elettorale almeno in un ramo del Parlamento, dichiarando: “Se c’è la volontà politica si può fare molto, perche’ quando si parla di democrazia e istituzioni tutti i momenti sono buoni”.

Il segretario del Partito Democratico ha aggiunto: “Tuttavia, per votare Sì e far nascere il governo, abbiamo chiesto modifiche circa i regolamenti parlamentari e una nuova legge elettorale, per scongiurare rischi di distorsioni nella rappresentanza e tutelare adeguatamente i territori, il pluralismo e le minoranze e tutta la maggioranza ha sottoscritto questo accordo, pertanto ora faccio un appello affinché sia onorato. Naturalmente, il Sì va considerato solo un primo passo, in sé insufficiente di una riforma complessiva del bicameralismo e dell’insieme dell’attività legislativa”. Zingaretti, ha poi precisato: “Onorare l’accordo sottoscritto dalla maggioranza circa i regolamenti parlamentari e la nuova legge elettorale permetterebbe anche di interloquire con i tanti dubbi e le perplessità che stanno crescendo; soprattutto in riferimento a una insopportabile campagna in atto all’insegna dell’antipolitica”.

A settembre, la ripresa dei lavori del Parlamento dopo la pausa estiva si preannuncia alquanto delicata, con tanti dossier rinviati e diversi nodi ancora da sciogliere. Al di là dei provvedimenti di più stretta competenza governativa, toccherà soprattutto al Parlamento affrontare questioni molto spinose rinviate a settembre per evitare spaccature e incidenti di percorso per la maggioranza. Si va dalla legge elettorale alle nuove norme contro l’omofobia, dal conflitto di interessi alle modifiche dei decreti Sicurezza, passando per le proposte di legge sulla cittadinanza, la riforma dello sport e la separazione delle carriere dei magistrati.
A settembre il governo ed il Parlamento saranno chiamati a sbrogliare la matassa del Mes, con le divisioni interne rimaste intatte. Entrerà nel vivo la partita sui soldi del Recovery Fund. Per non parlare dei decreti ancora da convertire: il nuovo decreto che proroga l’emergenza al 15 ottobre, il dl Semplificazioni (su cui incombe una mole enorme di emendamenti) e il ‘dl Agosto’. Insomma, di carne al fuoco c’è nè già molta, per un mese che potrebbe segnare anche le sorti della tenuta della stessa maggioranza, con il banco di prova delle elezioni Regionali ed il referendum costituzionale sul taglio degli eletti che si svolgeranno il 20 e 21.
Andando con ordine, alla ripresa dell’attività dopo la pausa estiva il Parlamento sarà innanzitutto impegnato con la conversione degli ultimi decreti varati durante l’emergenza coronavirus. Il decreto semplificazioni (che scade il 14 settembre) ha ripreso l’iter in commissione il 24 agosto, con l’avvio del voto sugli emendamenti dal 25. Sul decreto ‘pesano’ oltre duemila emendamenti, di cui la metà presentati dalle forze di maggioranza. Il 1° settembre approderà nell’Aula di palazzo Madama, già convocata alle 16,30. L’Aula si è riunita per una seduta flash il 18 agosto, per l’incardinamento al Senato del decreto Agosto, varato dal Cdm con la formula salvo intese ‘tecniche’ ma il cui testo definitivo non è ancora disponibile, grave ritardo che limita l’esercizio della democrazia politica.

La Camera, invece, da lunedì 31 agosto sarà impegnata con la conversione del decreto che proroga lo stato di emergenza al 15 ottobre. La discussione generale inizierà alle 14.
Tra i temi delicati che attendono al varco la maggioranza c’è la legge elettorale, dove si registra lo stallo: il testo elaborato dal presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia, frutto dell’accordo siglato dalla maggioranza lo scorso gennaio sul proporzionale con soglia di sbarramento al 5%, sarebbe dovuto approdare in Aula a fine luglio. Ma lo stop imposto da Italia viva, che ha disconosciuto l’accordo, le richieste di modifica alla soglia avanzate da Leu e la netta contrarietà del centrodestra, hanno bloccato la riforma, nonostante i dem tentano di forzare la mano.
Se ne riparlerà a settembre, quando il Pd tornerà a chiederne la calendarizzazione in Aula, per incassare il via libera di Montecitorio prima del referendum sul taglio degli eletti. Una tempistica che, al momento, appare di difficile realizzazione. Rinviato a settembre anche il testo sul conflitto di interessi che a fine luglio sarebbe dovuto approdare in Aula essendo già pronto il testo base. Ma le diversità di vedute sia interne alla maggioranza che con le opposizioni hanno frenato la riforma, che slitta in autunno.
Stessa sorte è toccata alle norme contro l’omofobia, slittate a settembre: il testo unificato è approdato in Aula a inizio agosto, dopo aver subito alcuni rinvii. Una mediazione interna alla maggioranza sulle modifiche da apportare ha sciolto diversi nodi, ma resta la netta contrarietà delle opposizioni, pronte a dare battaglia con una valanga di emendamenti. Così la maggioranza ha scelto il rinvio, che consentirà anche il contingentamento dei tempi e, quindi, un iter diverso.

Approdata in Aula a luglio, la riforma costituzionale che prevede la separazione delle carriere dei magistrati, provvedimento in quota opposizioni, è stata rinviata in commissione su richiesta della maggioranza. Potrebbe tornare in Aula in autunno, anche se le chance di approvazione del testo così com’è sono bassissime. Si riparlerà a settembre anche delle modifiche ai decreti sicurezza: la maggioranza i primi di agosto ha trovato la quadra sulle modifiche, i testi predisposti dal ministro Lamorgese sono praticamente pronti ma prima il Cdm e poi le Camere li affronteranno solo dopo la pausa estiva.
Il ministro degli Interni ha spiegato: “Il decreto immigrazione è chiuso. Spero di poter mandare il testo a Palazzo Chigi prima di ferragosto, poi se ne parlerà a settembre. La cosa importante è aver trovato un testo condiviso con la maggioranza. Sto aspettando il parere dell’Anci perché i centri di accoglienza saranno gestiti dai Comuni”.
Quanto allo spinoso capitolo dei fondi europei, per quel che riguarda il Mes, al momento Conte non sembra aver cambiato idea: domenica scorsa, spiegando che parte delle risorse del recovery Fund saranno destinate alla sanità, a domanda precisa se sarà utilizzato il Fondo salva-stati, ha detto: “No, intanto abbiamo chiesto l’attivazione del sure”. Sul recovery plan italiano, parlando alle Camere, il premier ha ribadito: “Il governo vuol farsi trovare pronto all’utilizzo delle risorse europee, ho avviato un’ampia consultazione per elaborare un piano di rilancio da cui potrà essere preparato un più specifico Recovery Plan che l’Italia presenterà a settembre”.

Poi ha aggiunto: “Quando il progetto sarà più definito verrò doverosamente in Parlamento per riferire dei suoi contenuti pronto a raccogliere proposte e suggerimenti”. Infine, seppur non legati ai dossier di Parlamento e governo, pesano le  elezioni regionali ed il referendum costituzionale che avranno una ricaduta sugli equilibri politici: se il centrodestra dovesse strappare alcune regioni ‘rosse’ al centrosinistra, come la Puglia e le Marche, sarà inevitabile un ‘terremoto’ interno al Pd. Ma la possibile vittoria di due esponenti di FdI potrebbero ripercuotersi anche nella coalizione di centrodestra, con uno spostamento degli attuali assetti, che vedono la Lega primo partito dell’alleanza.

 

Salvatore Rondello

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